1 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
Quest’anno l’autunno è stato molto caldo e soleggiato. Più degli altri anni. Gli olmi hanno avuto le foglie addosso fin tutto dicembre. Non ho tagliato che cinque piantine solo dopo Natale, quando è arrivato il freddo a sopire la natura e a spogliare gli alberi. Gli uomini invecchiando, o maturando se vogliamo essere ottimisti, tornano ad essere bambini, ed io riacquistando la memoria, ho (ri)cominciato a costruire archi e frecce. Non c’è bambino al mondo che abbia avuto la fortuna di nascere libero, in campagna, o nella periferia di una città prossima alla campagna, o come me in un paese piccolo, circondato da campi coltivati, grandi macchioni, e due torrenti, che scorrono ai lati della collina dove sorge il centro abitato, che non abbia costruito un arco, delle frecce o un coltello, veri o falsi che fossero. Chi non si è “fatto da solo una daga” con una tavoletta delle cassette della frutta. Tutti o quasi hanno fatto parte di una banda, a volte bellicosa, alla quale si era orgogliosi di appartenere, inventando segni e parole d’ordine segrete, che segrete poi non erano e tutti le conoscevano; tutti hanno “combattuto “ con la banda rivale senza nessun motivo o combinato grossi guai senza rendersene conto. Chi ha avuto fortuna è stato bambino. Il paese nel quale sono nato e dove oggi vivo,era bello a memoria mia. Lo ricordo senza automobili, eravamo in tanti, le strade non erano ancora asfaltate, erano di breccia rossa, e non sto parlando di stradine di campagna bensì di quelle che erano e ancora sono, strade di comunicazione con i paesi vicini. Eravamo liberi, potevamo uscire la mattina per ritornare a casa all’ora di pranzo, per poi uscire ancora e rincasare all’ora di cena quando era già notte; non correvamo pericoli, la vita di tutti era semplice e sicura. Io vivevo coi nonni, credo dalla nascita, nessuno mi ha mai spiegato bene il perché ed io non ho mai fatto domande. Mi sono fatto, crescendo, le mie convinzioni che esatte oppure no, oggi non ha nessun senso rivedere, e non ho mai chiesto cosa fosse accaduto i primi sei-sette anni della mia vita. Ho imparato presto a non fare domande, e soprattutto che è meglio non farne per non mettere a rischio la propria felicità. Avevo molti amici in paese, i giochi erano quasi esclusivamente la bicicletta, e gli oggetti che sempre ci costruivamo da soli; ci rincorrevamo per i vicoli o ce ne andavamo a casa di qualche amico fuori porta o i campagna. A volte facevamo giochi pericolosi, come costruire un arco con i telai degli ombrelli, che a quei tempi erano tristi e neri. I materiali però erano di qualità, le astine finissime erano in acciaio e credo di aver rotto un ombrello ancora efficiente per farmi un arco e delle frecce. Se penso a quel gioco idiota e a quello che abbiamo rischiato con quegli attrezzi, mi viene la pelle d’oca. Grazie a Dio o non so a chi, non abbiamo mai avuto incidenti, non ci siamo mai feriti, ma da subito ho abbandonato quel tipo di arco perché mi terrorizzava vedere come le freccine penetrassero il legno e la distanza che raggiungevano tirando a parabola. Fu in occasione proprio di un tiro di questi che colpii i fili della corrente, cosi bassi e pericolosi, che passavano dal muro di una casa all’altra girando su quei “bicchieri” bianchi, di ceramica o che altro materiale fosse, che la freccia ne urtò uno, e dopo una grande sfiammata, tornò a terra piegata in due e fumante, ed io la raccolsi senza capire cosa fosse successo, bruciandomi le dita. Qualche cosa l’avevo imparata. Ad avere paura sia di quei giochi sia della corrente elettrica per esempio. Ancora oggi, quando mi capita di trovarmi in una vecchia casa con gli interruttori a chiavetta, provo un certo timore ad accendere la luce. Un’altra volta mi procurai un'altra ustione alle dita, non grave, scendendo dalla finestra di casa di un amico calandomi con una corda. La sorella, più grande di noi, alla quale stavamo dando fastidio, ci chiuse a chiave in una stanza, e noi eroici, decidemmo di scendere come avevamo visto fare nei film. Imparai che non solo la corrente elettrica produce calore, ma anche il veloce sfregamento di due materiali, uguali o diversi che fossero. In ogni caso quello era un bel mondo, ma come ogni cosa bella, era destinato a finire. Dopo aver fatto la prima elementare, non so perché, forse in settembre, dal paese dove vivevo coi nonni, mi ritrovai in “città” con mia madre e mio padre. Lei la conoscevo poco, lui credo di averlo conosciuto in quell’occasione o poco prima; ho ricordi vaghi. Non trovai difficoltà nel fare amicizia con qualcuno, ma ne trovai successivamente a scuola. Gli amici della via , del quartiere, mi accettarono subito e senza pensare, quelli di scuola non fecero altrettanto e neanche il maestro mi aiutò ad inserirmi. Non lo ricordo con piacere. La città non era altro che un paese più grande del mio, ma i miei occhi la vedevano enorme e poi, c’erano i palazzi.  Il paese era ed è fatto di case più o meno alte tutte unite tra di loro, ma ancora nessuno aveva costruito palazzi, quindi non ne avevo mai visti. Mi piacquero subito; i primi giorni mi divertii a contare quanti fossero , quanti piani avessero, quale fosse il più alto, quale il più bello. Erano disposti a semicerchio intorno ad un piazzale rotondo e la via dove abitavo era senza sbocco, il “mio” palazzo era il terz’ultimo. Anche in città il traffico era poco e ordinato, non interferiva in nessun modo con i nostri giochi. Ricordo che una sera, bella e luminosa, stavo giocando con degli amici quando, fermandomi un momento, in una pausa, ebbi l’impressione di essermi perso, non mi orientavo più. Ero a cinquanta metri da casa o meno, e non sapevo dove fossi. Guardavo i palazzi che mi sembravano tutti uguali, avevo l’impressione che mi girassero attorno. Mi girava la testa e vedevo i palazzi girare, sempre più veloci, ed io giravo su me stesso. Sentivo qualcuno dei nuovi amici che mi chiamava,ma io non potevo rispondere, ero terrorizzato, preso dal panico, Stavo sudando freddo stavo per piangere. Avevo voglia di chiedere a tutti dove abitassi,ma provavo vergogna e realizzai anche che ero nuovo del posto e che i miei amici non conoscessero altro che il mio nome e non dove abitassi. Quando stavo per scoppiare in lacrime,vidi in lontananza mia madre che veniva per la discesa, passando tra la gente, tra le mamme con i bambini piccoli, tra le molte persone che godevano di quelle belle, ultime giornate d’estate. La vidi salutare “quella signora”, e “quell’altra”, e continuare a camminare verso di me: ero salvo! Lei non mi aveva ancora visto ed io, ormai tranquillizzatomi, aspettai che mi fosse vicina per andarle incontro, nascondendo lo spavento con un sorriso. Lei mi prese per mano e ci incamminammo verso casa, che ora riconoscevo, mentre lei continuava a salutare cordialmente altra gente. Mia madre era molto conosciuta perché infermiera nella vicina clinica, dove lavorava in sala operatoria. Era molto amata da tutti, amata e stimata. Mio padre non so dove fosse di giorno, ricompariva la sera. Non avevo ancora sette anni e già al mattino mi svegliavo prestissimo, dopo che mia madre era partita per il lavoro. In casa non c’era nessuno ed io avevo paura a stare da solo. Secondo il mio piccolo cervello di bambino, era meno pericoloso uscire all’aperto piuttosto che restare in casa dove invece ero veramente al sicuro. Cosi cominciai ad uscire la mattina subito dietro di lei. Queste uscite durarono finchè una mattina una signora amica di mia madre, mi vide seduto sulle scale della scuola elementare e glielo riferi. Ricordo che dovetti spiegare perché uscissi cosi presto e questo mi fece bene perché, dopo aver pianto, accettai la mia nuova situazione realizzando che nessuno mi poteva incoraggiare, ero solo e solo sarei rimasto per molto tempo tutte le mattine, e da solo dovevo rimanere per altro tempo in futuro. Piansi tanto da liberarmi della paura, piansi fino ad annullare la paura e farne coraggio. I pomeriggi quando tornavo dal giocare con gli amici, in casa con me c’era mio padre. Aveva poco più di trent’anni ma io lo vedevo vecchio, non essendo cresciuto con lui, non avendolo conosciuto da sempre come è naturale che sia per un figlio conoscere suo padre, non avevo maturato quella naturale abitudine che si fa alla vista di una persona che si realizza essere sempre stata cosi come la si vede. Guardando le sue foto, di quando era ragazzo e poi maturo, oggi ho l’immagine di un uomo bellissimo ed elegante che allora non riuscivo a vedere, anzi, mi sembrava vecchio e brutto. Non avevo mai avuto quest’impressione di mio nonno, cinquantenne, che conoscevo da sempre. La via dove abitavo, finiva tronca dinanzi ad una recinzione molto alta; c’era la ferrovia e proprio li, c’era la bocca del tunnel dal quale due, tre o quattro volte al giorno, non so di preciso quante, usciva la locomotiva a vapore. Io che venivo dalla campagna, non l’avevo mai vista, per lo meno da vicino. Era bellissima. Appena uscita dalla galleria doveva ancora percorrere poche centinaia di metri, forse un chilometro, ed era alla stazione; dalla galleria usciva fumo finchè non era lontana e il macchinista suonava per avvertire dell’arrivo in stazione. Non ho mai sentito nessuno lamentarsi, nei pochi anni ancora in cui passò la locomotiva, né per il fumo né per il rumore. Tutti ci siamo accorti di quanto fosse bello e romantico quel trenino quando fù dismesso. Ne parlavamo tutti, adulti e bambini, e capitava spesso di guardare verso la galleria aspettando di sentire un rumore o vedere il fumo, ma la vecchia locomotiva con il macchinista in piedi come nei film, non c’era più. Dall’altra parte della ferrovia, dove oggi si perde a vista d’occhio la città, c’erano orti e vigne, ed alcune coltivazioni di fiori. Tutti i giorni dopo la scuola, ci avventuravamo al di là dei binari per andare in quella bellissima campagna. Una volta fui punto dai calabroni, e buon per me che non fossi allergico al veleno di quegli insetti, tornai a casa gonfio da fare impressione persino a mia madre che per mestiere era abituata a vedere anche di peggio; sicuramente di peggio. Quando iniziò a lavorare alla clinica, era giovanissima, diplomata da poco, mi raccontò che uno dei primi giorni in sala operatoria, il professore, primario, o fac-totum come usava allora, le disse “tieni forte qui” indicando un piede che usciva da sotto un ‘impalcatura coperta da un lenzuolo, e poco dopo si trovò il piede libero in mano. Ci sono mestieri per i quali occorre essere votati, portati, mia madre lo era. Un’altra volta in quei campi, correndo urtai il filo di ferro della vigna, per fortuna ero già altino e mi colpi al petto, se fossi stato dieci centimetri più basso l’avrei urtato con il collo in piena gola, con chissà quali conseguenze. Gli amici di quei giochi erano due, M. e S.; con il primo sono andato a scuola sin dalla seconda elementare, S. invece era in un’altra classe ma poi ci trovammo tutti tre insieme in prima media. Una volta, solo io ed M. ci avventurammo per quei campi e ci ritrovammo , non ricordo perché, a camminare sopra a delle cataste di legna legata e ben disposta. Ad un certo punto,sentimmo dietro di noi la voce concitata del contadino che urlava e si agitava oltre misura; non era la prima volta che ci vedeva da quelle parti sulla sua proprietà e non ci aveva mai detto nulla, ma quel pomeriggio gridava da strozzarsi e presto capimmo perché. Senza accorgercene, eravamo saliti sulle botti dell’acqua che teneva di riserva per irrigare gli orti, che diligentemente aveva coperto di fascine di legno per evitare che vi potesse cadere niente e nessuno. Quando ce ne accorgemmo, presi dal panico saltammo a terra da circa due metri di altezza, e fuggimmo. Il poveretto gridava per metterci in guardia del pericolo che stavamo correndo e non perché avessimo invaso la sua proprietà. Era molto conosciuto nella zona ed era un buon uomo e lo aveva dimostrato salvandoci. Ricordo l’acqua che rispecchiava sotto i nostri piedi, ne ho ancora paura. Dopo le scorribande, tornavamo ognuno a casa nostra, sudati e sporchi. Quando rientravo c’era già mio padre, ed era già buio, in autunno fa notte presto, e lui voleva che prima dell’ora di cena avessi fatto tutti i compiti. Mi aiutava, era bravo, aveva studiato, aveva un diploma in agraria e non era poco per quei tempi. Se avesse saputo dove andavamo, non mi avrebbe fatto uscire più. Ero svogliato, avevo altri pensieri, mettevo alla prova la sua pazienza. Quando finivamo di lavorare, studiare o scrivere un tema o le operazioni di aritmetica, lo vedevo sollevato e molto più sereno e disteso, come chi finisce un lavoro impegnativo. Credo che fosse un ruolo, quello di insegnante, nel quale si era calato con la speranza di vedere dei risultati che da me otteneva raramente. Avevo la finestra alle mie spalle, e mi giravo sempre a guardare di fuori il piazzale illuminato dai lampioni nella speranza di vedere se c’era qualcuno dei miei amici ancora in giro. In città non era come al paese, appena fatto buio non si vedeva più nessuno. Per quanto vicini potevamo abitare, c’erano alcune centinaia di metri dall’abitazione dei miei amici, mentre in paese le distanze da una casa all’altra erano ridottissime, ed eravamo “ad una voce” di distanza e quasi sempre a vista dei genitori o dei nonni, o degli altri vicini e conoscenti, che nei piccoli centri assurgevano al ruolo di controllori ausiliari. Mio padre conosceva il mio maestro, che abitava nella via parallela sopra alla nostra, e li vedevo parlare a volte tra di loro. Sicuramente coetanei, e lui l’insegnante, era originario di un paesino a pochi chilometri dal nostro, forse c’era una conoscenza precedente al nostro trasferimento in città. A casa erano sempre a conoscenza del mio comportamento a scuola, della vassallate e dei miei insuccessi scolastici. Tutti i giorni attraversavamo i binari oramai per abitudine, ritrovarci in campagna in pochi minuti, dopo la prigionia scolastica, era un miracolo. Io e M. purtroppo avevamo la calamita per i guai. S., più calmo e riflessivo, non si gettava mai di primo impulso in nessuna avventura, doveva fare delle valutazioni, le sue valutazioni, che erano sempre giuste ed oculate. Mi veniva a chiamare M. di giorno, tutti i giorni, mentre stavo ancora sparecchiando la tavola. Mangiavo quasi sempre da solo, cuocevo della pasta o mia madre mi lasciava da scaldare la pasta al forno preparata il giorno precedente. Facevo il caffè, che ho iniziato a prendere a quell’età e poi uscivo. Mi è successo di lasciare acceso il fornello senza aver preso il caffè, una volta. Mentre ce ne andavamo a giocare, me ne ricordai. Tornai di corsa a casa; l’odore di bruciato si sentiva già per le scale, aprii la porta e quell’odore si fece ancora più forte e insopportabile. La caffettiera non aveva più il manico, spensi il fornello e pensai che fosse meglio non toccarla, i fornelli erano sporchi di caffè carbonizzato e tutto emanava calore. “Ora esco” pensai, “tornerò un po’ prima a pulire e nessuno se ne accorgerà”. Cosi feci, tornai prima, ripulii il tutto con molta fatica, ma il cattivo odore, e la caffettiera scompar-sa mi tradirono. Quella volta non le presi, chissà perché. La vigna, con uva grande e piccola, cosi la ricordo, era su di una collinetta, forse più un pendio che una collina, ed era bella e ordinata. Era ben curata come tutte le altre cose che coltivava P. il contadino. Alla base di essa, nascosta da un cespuglio, M. aveva scoperto una grotta, con un ingresso basso, di forma ovale e stretto. Partimmo per esplorarla. Entrammo come delle serpi, strisciando verso il basso e ci trovammo in una vera grotta. M., esploratore previdente, grande avventuriero, aveva portato una specie di torcia fatta con degli stracci imbevuti in non so che cosa, che appena accesa illuminò tutto l’ambiente. Facemmo due o tre passi e mi venne in mente la storia del canarino, che si dice i minatori portino nelle miniere come allarme per il gas. “M. è pericoloso,andiamo fuori” dissi, ma M. continuò ad avanzare ridendomi in faccia; “usciamo è pericoloso” ripetei. Ad un tratto si voltò e vidi che aveva paura, aveva cambiato espressione e mi spinse verso l’uscita. Quando vi fummo vicini, ci accorgemmo che quella torcia ‘ad alta tecnologia’ costruita da M., aveva saturato l’ambiente di fumo nero che impediva quasi di vedere l’imbocco della grotta. Ventre a terra ne uscimmo come due lucertole. Eravamo salvi un’altra volta! Anche se ero più piccolo di M. e di S., dopo quell’avventura, iniziai a farmi coraggio ed imparai a dire di no quando ritenevo fosse giusto e mi vennero accordati un rispetto ed una fiducia nelle quali non avrei mai sperato. A me piaceva costruire archi e frecce. Con un coltellino da scout con la classica impugnatura fatta con rondelle di cuoio, spellavo rami e rametti per farli. Quel coltello lo comperai mettendo da parte cento lire alla volta, che mi regalava mia nonna, la madre di mio padre, la domenica quando tornavamo in paese a trovarla. Sei mila lire era il prezzo di quel coltello; era un vero coltello, che mi costò molti sacrifici, con cento lire negli anni sessanta si comperavano tre gelati di buona misura, ed io non ero diverso dagli altri ragazzini. Ma la passione era talmente forte che riuscii a resistere. La vetrina di quel coltellinaio dove feci l’acquisto, era bellissima, piena di lame di ogni forma e qualità, e tutti ne parlavano, era conosciutissimo anche come abile affilatore, era un vanto essere suoi clienti. Poi, “lui viene da Pinzolo” sentivo dire. Ed io lo ripetevo ad altri, “…l’ho comprato in piazza … dal coltellinaio di Pinzolo”. Mi andò bene per molto tempo, nessuno mi chiese mai se sapessi cosa fosse “Pinzolo”, o dove fosse. Per paura di far brutte figure, chiesi a mio padre di Pinzolo, e seppi che è un paese in provincia di Trento. “Queste forbicine le ho comperate in piazza M., in quel bel negozio di coltelli, quel signore è di Pinzolo”. Feci finta di essere sorpreso e parlammo un poco di lui, che oggi è ancora li con i suoi coltelli e le sue ruote per affilare, e ancora si sentono i macellai, i sarti, i calzolai e chiunque a bisogno di un oggetto che tagli, parlare della sua abilità di affilatore. La sua vetrina è più bella di allora e non esagero se dico che di fronte ad essa, ogni giorno ci sono veri pellegrinaggi di appassionati, è il punto di riferimento per essi. Con quel coltello, acquistato con grandi sacrifici, ho costruito archi e frecce, acquisendo mano a mano una manualità che dopo tanti anni, ‘quando sono tornato bambino’, ho riscoperto e mi diverte e mi stupisce ogni giorno di più. Gli archi che costruivo erano fatti con legno fresco, piccoli alberi di acacia o sambuco, quelli reperibili di là dei binari o al vecchio deposito delle ferrovie dello Stato, che ora non c’è più. Era vecchio e in disuso già allora, ma ricordo che era bello con la sua forma da capannone inglese come quelli che si vedono nei film; erano unici e non se ne vedono più, sono stati tutti abbattuti. Erano archi che poco avevano di offensivo, avevano pochi metri di gittata ed erano ‘morbidi’ per cosi dire. Dopo poco tempo, forse un giorno o forse due, perdevano completamente di forza per diventare inoffensivi. Io lasciavo la corda in trazione, e il legno fresco, finiva in breve tempo col rimanere curvo, e l’arco diveniva inutilizzabile. Imparai da solo che bisogna lasciare il legno a riposo dopo tagliato, altrimenti esso non sarà mai flessibile ma ‘pieghevole’. Per avere sempre legno a disposizione, con i coltelli che costruiva S., anzi un coltello che aveva costruito S., avevo abbattuto molti bastoncini di sambuco, che mi accorsi dopo essiccati, divenire archetti divertenti ed efficaci. Ancora oggi in inverno taglio molti sambuchi di tre o quattro centimetri di diametro, che spellati e stagionati qualche mese, uso per fare archi da regalare ai bambini nelle feste di paese dove sono invitato. S. aveva recuperato un vecchio coltello a seghetto da pane, lo aveva provvisto di un’impugnatura di cordino di plastica cosi ben fatta da sembrare comprato in negozio. Era quel cordino che si vedeva spesso nelle sedie dei bar, molto di moda, di tutti i colori. A volte per fare impugnature usava della corda, era molto bravo e soprattutto paziente. Per fare lame, ci procuravamo dei chiodi che disponevamo in fila sui binari. Dopo che il treno era transitato andavamo a raccogliere quelli che non erano stati sputati lontano e introvabili. Molti chiodi si deformavano tanto da non essere in nessun modo utilizzabili, pochi assumevano invece una bella forma panciuta e non era difficile con una lima dare loro una sorta di affilatura, più che altro estetica visto che erano in ferro. S. si premurava di fornire di impugnatura quei coltellini, che avevano un aspetto bellissimo, anche se non servivano a niente. Uno l’ho avuto per molto tempo, lo tenevo sotto il materasso con la fionda che avevo comperato nell’armeria in piazza M. vicina al negozio di coltelli. Quando mio padre venne a sapere dei giochi, “dei perigliosi avvolgimenti” dei quali ero protagonista insieme a M. e S., iniziò una politica dissuasoria, con controlli a vista dalla finestra, rientri a casa ad orari prefissati e, qualora non rispettassi le regole, limitazione della libertà personale con consegna in casa. Ero punito molto spesso e ricordo ancora S. e M.; mi sembra di vederli sotto la finestra a chiedermi di uscire, e mi sembra di vedere me stesso, con i loro occhi, spiegare a gesti e sottovoce, che ero consegnato e non sarei potuto uscire. Una volta non ricordo perché, ebbi un mese di punizione; non ricordo se fù quando con un pugno mandai il figlio della fruttivendola a rompere il vetro del portone di casa sua tagliandosi alla testa, o se fù quando assediammo G. con le fionde. Oggi G. non c’è più, è scomparso prematuramente, crescendo divenimmo amici inseparabili e poi anche colleghi di lavoro. Fui costretto a consegnare la fionda alla quale vennero tagliati gli elastici con le forbici, e in quell’occasione mi venne sequestrato il coltellino costruito con il chiodo schiacciato dal treno. Fortuna volle che mio padre non scopri l’origine della lama. Nei lunghi periodi di riflessione nei quali ero consegnato in casa, ebbi modo di impegnarmi nella lettura, nello studio di molte materie, che però non ebbero influenza sull’andamento scolastico che rimase poco più che sufficiente. In casa c’erano le enciclopedie di mio padre che dapprima, consultavo per noia per poi leggere con passione, a seconda degli argomenti. Una di queste si chiamava Museo dell’uomo, e credo di averla sfogliata decine e decine di volte. C’era tutto quello che può far sognare un ragazzino. La biblioteca della scuola era ben fornita, letteratura per ragazzi si intende, ed io prendevo in prestito un libro dietro l’altro. Li leggevo di notte alla luce dell’abat-jour. Credo di aver letto tutto di tutto. Quando riportavo i libri al maestro pochi giorni dopo averli avuti in prestito, conoscendo il tipo, il rigido insegnante sollevava il dubbio che non avessi letto quei libri. Senza premurarsi di acquisire prova certa, ad esempio un riassunto della lettura, (semplice) solerte avvertiva mio padre, che pieno di fiducia nel maestro e nella sua onestà intellettuale, senza acquisire prova certa, per esempio un riassunto della lettura, mi consegnava in casa, o qualora già lo fossi, prolungava la pena detentiva a sua discrezione. Per colpa o merito (sicuramente merito) di un maestro sospettoso e di un padre severo e all’antica, sono stato ‘costretto’ ad ampliare le mie conoscenze; la lettura che in un primo momento sembrava un ripiego ai ‘lunghi periodi detentivi’, non è servita solo a far passare il tempo, bensi ha sviluppato in me la fantasia che già possedevo in abbondanza, e la curiosità per tutto quello che c’è da conoscere, e mi ha messo dinanzi alla triste consapevolezza che una vita, pur lunghissima, non mi sarà sufficiente per realizzare tutti i progetti che avevo e che ancor oggi ho in mente.
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