2 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
Nell’arco di una vita si incontrano centinaia di persone, migliaia, forse milioni; alcune di queste le conosciamo, altre no, alcune le guardiamo per poi non ricordarle mai più, altre le urtiamo indifferentemente per strada senza vederle neanche in faccia e senza voltarci neanche per curiosità a vedere chi ci è passato vicino. Molte persone ci sono vicine, e neanche ce ne accorgiamo se non quando, per qualche motivo più o meno grave, non sono più accanto a noi. Forse perché un lavoro le allontana costringendole a migrare, o forse migrano per trovare una felicità che in ‘questo posto’ non trovano fors’anche per colpa nostra, noi, che indifferenti e indaffarati, non riusciamo a captare i messaggi che gli altri ci inviano. Cosi come neanche noi siamo compresi dagli altri, che indifferenti e indaffarati hanno qualche cos’altro da fare. Di più importante! Non c’è persona al mondo che in una frase, non abbia cercato di dare un significato alla vita, miliardi di definizioni per quanti miliardi di uomini e donne occupano il loro piccolo spazio su questa terra. Per quanto un uomo possa essere grande, famoso e potente, non occupa lo spazio che i suoi piedi calpestano. La ricerca dell’unica inconfutabile verità non ha mai fine, ed ognuno di noi si ritiene l’unico custode dell’unica verità, che nelle giornaliere crisi di onnipotenza, cerchiamo di imporre, ognuno a suo modo e nel suo ambiente, a coloro che ci sono vicini. Conseguenza ne è la solitudine che deriva dal non parlare e capirsi. La solitudine che si può vivere anche in mezzo alla confusione di un centro commerciale affollato, o per le vie di un borgo un giorno di festa o ad un matrimonio. La solitudine è la malattia di chi non sopporta che gli altri possano avere un pensiero autonomo, di chi crede che la libertà di chi gli è vicino è quella che gli ‘viene imposta’ e non quella che si sceglie; la solitudine è la malattia di chi non possiede sogni, di chi non sa guardare attraverso i muri con la fantasia, di chi non sa andare lontano con i pensieri. La solitudine è la malattia di chi non ha pensieri a tenergli compagnia. I pensieri sono in ognuno di noi, ne siamo padroni e custodi. Quelli belli ci aiutano nei momenti tristi, quelli brutti cerchiamo di aggirarli, imbrogliarli, facciamo finta di non vederli. Ci nascondiamo da loro anche se sappiamo che sono nostri, ci appartengono e non possiamo disfarcene. A volte recitiamo i nostri pensieri come rosari, ad alta voce, spesso ci commuovono e raramente ci rallegrano. Nella vita di un uomo, mi fece notare un amico, i bei pensieri, che poi altro non sono che dei ricordi, sono pochi se non pochissimi, mentre quelli cattivi e tristi sono la maggior parte. Di tutti i momenti, di tutti gli avvenimenti della vita, non ricordiamo che pochissime cose, allegre o tristi, situate in mezzo ad una miriade di avvenimenti e accadimenti a noi indifferenti e ininfluenti in nessun modo nella vita di tutti i giorni. La gioia più grande della nostra vita, non sarà mai presente nei nostri ricordi, nei nostri pensieri, quanto il più piccolo deinostri dolori.Mio padre si ammalò ad agosto per morire a novembre. L’undici, San Martino.Da qualche giorno tossiva di una tosse fastidiosa, stizzosa, e ricordo che una domenica in visita alla nonna, sua madre, tutti lo esortarono a sottoporsi ad una visita; a farsi vedere, come si dice.Tra la visita ed il ricovero in ospedale non passò tempo, credo che fu subito ricoverato per essere curato. Anche in questa occasione mi fu spiegato poco o niente di cosa mio padre fosse malato, di che cosa fosse morto. Io non ho mai chiesto più di tanto, non ho mai indagato. “Morir tremenda cosa, si intrepido si prode, ei pur morrà, uom singolar costui…”; “la morte vuole la scusa, bisogna morir perché si usa”. La morte è il secondo avvenimento dopo la nascita, in cui l’essere umano è veramente solo. Quando si nasce e quando si muore, per quanta gente può esserci attorno ad una persona, nessuno può interloquire con essa in nessun modo. Si viene e si và senza che alcuno possa entrare nei nostri pensieri; forse è l’unico momento in cui l’uomo è veramente libero. “La morte vuole la scusa”, bisogna dare un motivo alla morte. Essa non è necessaria, nessuno la vuole o la cerca quindi,… bisogna giustificarla, darle un motivo per il suo intervento indesiderato, cruento, risolutorio. La morte che vive in ogni immaginario è quell’avvenimento lontano nel tempo, in un futuro nebuloso e sbiadito, legato ad una lunga esistenza che spontaneamente e naturalmente finisce. Un uomo che muore vecchio e sereno dopo aver attraversato chissà quali storie e quali avventure, rappresenta l’ideale fine della vita. Purtroppo non è cosi, e la morte è un accadimento giornaliero. E’ indifferente all’età degli uomini, non si cura delle loro pene né della loro felicità.Per chi muore finisce il mondo.La malattia di mio padre è durata poco come la sua vita. Era un uomo colto ed aveva intuito subito che il suo male, ‘il malaccio’, come lo si chiamava allora, non gli avrebbe dato scampo. Lo confidò ad una delle mie zie che poi me lo riferi. Ricordo che era triste e muto, ma non ricordo di averlo mai visto disperato o piangere. Mi portarono da lui alla metà di ottobre; era una di quelle giornate calde e nuvolose di inizio autunno, con le prime foglie che cadono e scricchiolano quando le si calpesta camminando. Mi poggiò la mano sulla spalla e camminammo insieme nel cortile del reparto dove c’erano delle tristi e fredde panchine di graniglia su una delle quali ci sedemmo. Non ricordo di aver parlato con lui e neanche ricordo se mi parlò. Ricordo solo il silenzio, il nostro e quello degli altri, in quel posto. Mia madre lo chiamò e tornammo in camera, intanto stava facendo buio. Mia madre parlava, non ricordo né parole, né rumori, né voci. Mio padre annuiva. Quando ce ne andammo si alzò dal letto dov’era seduto, mi fece una carezza e mi diede un bacio sulla guancia.Mi portarono da lui il mese dopo. Era morto. Era sul tavolo di marmo dell’obitorio dell’ospedalema non era l’uomo che avevo incontrato un mese prima. Aveva l’aspetto delle mummie che insieme guardavamo sfogliando le sue enciclopedie. Il male lo aveva divorato, s’era mangiato il meglio, le carni, la bellezza. Aveva sconvolto i lineamenti e sul viso scheletrito era rimasta l’ultima espressione di dolore. Non sapevo di essere cosi affezionato a mio padre finchè non l’ho visto sulla pietra di marmo. Ero frastornato, non riuscivo a capire cosa fosse successo realmente. Quando tornammo al paese dall’ospedale, dopo la cerimonia in chiesa, ci incamminammo verso il camposanto. Seguendo il carro, capii che mio padre era morto ‘per sempre’, che era nella bara senza luce ne aria e non sarebbe mai più tornato. Era una giornata calda e assolata in piena estate di San Martino. Il giorno precedente avevo compiuto dodici anni. Ricordo come fossi già maturo, e come molte cose le vedevo e le immaginavo come oggi le vedo e le immagino. In un momento mi tornarono in mente i pomeriggi trascorsi con M. e S., in campagna o al vecchio deposito delle ferrovie, i giorni di consegna passati in casa, di giorno a leggere e sfogliare libri con mio padre e di notte a leggere i romanzi della biblioteca scolastica. Avevo conosciuto tardi mio padre ma mi rendo conto solo adesso di quanto m’abbia dato quell’uomo in pochi anni insieme. Mi sono accorto di essere orfano quando sono diventato padre, quando anche io senza nessuna esperienza o istruzione sono divenuto educatore. Oggi sono più vecchio di mio padre di quindici anni, senza capelli e neanche bello come lui; lui è restato là in quel tempo, di certo più bello di questo, in un paese che ancora non era diventato città, dove passava ancora un treno a vapore, dove la campagna cominciava dopo la ferrovia, in piena estate di San Martino. Mio padre fu sepolto al paese, e li tornai dopo la sua morte, di nuovo con i nonni materni.Andai in città dopo aver fatto la prima elementare in paese, e tornai in paese dopo aver fatto la prima media in città.La natura, il buon Dio, o chi per Lui, hanno fornito (noi) i bambini di valvole di sicurezza efficienti, resistenti e durature, che nessun meccanico, progettista o chi altri abbia mai costruito nel corso della storia dell’umanità. Mi stupisco di come in pochi giorni tornai ad essere allegro e giocherellone con gli amici della prima infanzia. Non proprio tutti ma molti. Con alcuni di essi fù come se non me ne fossi mai andato, con altri si rese necessario usare diplomazia e pazienza e in breve tempo tutto tornò come qualche anno prima. Con altri non ci fù nessuna ripresa di contatti, ebbero verso di me un atteggiamento di superiorità strano e forzato per l’età che avevamo. Ma non soffrii per questo, avevo imparato tante cose, e sapevo già che gli uomini sono soggetti a cambiamenti di umore e di pensiero e questa convinzione mi ha aiutato anche nel prosieguo della vita sino ad oggi. Non fare mai affidamento su nessuno se non su se stessi. Nessun amico si sacrificherà mai per noi, neanche il più caro. Quando le difficoltà diventano insopportabili, gli uomini ‘abbandonano la presa’ come si fa al tiro alla fune quando l’avversario è più forte. Spero di non diventare mai cosi.La morte, il mostro che uccide, dopo il ritorno al paese mi sembrava una cosa lontana, sopita e meno pericolosa di quanto non avessi pensato lo fosse solo pochi giorni prima. Mia nonna, (sarebbe più esatto dire i miei nonni) aveva acquistato un bell’appartamento di nuova costruzione nei pressi della scuola media dove mio nonno era bidello. Il posto era bellissimo, dalle finestre si vedeva la valle di uno dei torrenti che costeggiano il paese, e al di la di esso, tutti i paesi vicini, pure essi situati su splendide colline circondati da bellissime mura medievali. La campagna era sotto casa, il vecchio centro era sopra dopo una lunga e ripida scalinata. Riscoprii le uscite fuori porta, le scorribande, i bagni al fiume, meta fissa nei pomeriggi estivi. Mia nonna non voleva che uscissi nelle ore più calde e mi obbligava ad andare a dormire. Per un po’ di tempo protestai e litigammo, non era facile andare d’accordo con mia nonna. Volitiva e risoluta, non accettava che nessuno pensasse diversamente da lei. Io non ho mai pensato come lei. L’unica cosa che condividevo con lei, era l’acquisto di quell’appartamento bellissimo e in un bellissimo posto. Mio nonno era un uomo. Lui era quello che si dice un buon uomo, sopportava sua moglie perché molto paziente, fors’anche disinteressato, chiudeva sempre un occhio sul mio comportamento, e non interferiva mai nelle diatribe tra me e mia nonna. Con lui non litigavo mai o quasi. Litigare con lui significava avere torto, non faceva sentire la sua voce se non quando non ce ne fosse realmente bisogno, interveniva solo se mi ero comportato male per davvero; quando di nascosto saltavo dal terrazzo per raggiungere gli amici per andare al fiume non è mai intervenuto. Non rispondeva neanche a mia nonna che lo esortava a rimproverarmi. Quando ce n’era bisogno era consigliabile ascoltarlo e chiedere scusa se necessario. Sapeva distinguere le cose davvero importanti dalle futili e non mi avrebbe mai rimproverato per un bagno al fiume o per essere uscito con il solleone.Era mutilato di guerra, non aveva più il braccio sinistro.L’insegnante di francese lo chiamò una mattina, e disse: “A. tuo nipote non ha fatto i compiti”. Lui si rivolse a me “bravo!” poi verso l’insegnante “grazie signora”. Capii che a casa sarebbe successo qualche cosa. C’era minestrone a pranzo e mia nonna fece il piatto, prima a me , poi al nonno e infine per lei e mangiammo. Non stava succedendo niente e mi ero tranquillizzato. Rientrando non ero stato in nessun modo redarguito quindi pensai di averla fatta franca. C’era ancora minestrone nella pentola appoggiata sul tavolo, e mia nonna ne diede un mestolo a me e a mio nonno vuotandola. Finito di mangiare mi venne rivolta una domanda: “perché non hai fatto i compiti!”. Non ricordo cosa risposi, ma credo di aver risposto qualche cosa di sbagliato in modo sbagliato. Sentii un colpo sordo in testa e il suono metallico della pentola che mio nonno, con l’unica mano che aveva mi sbatté in fronte ad una velocità tale che non mi accorsi di niente. La pentola era smaltata, verde fuori e dentro bianca, come si usava allora, e il poco minestrone rimasto sul fondo era volato sul soffito. Non mi fece male, ricordo che la scena fu cosi rapida e buffa, che dopo un attimo di smarrimento iniziai a ridere, e a ridere, tanto da coinvolgere anche mio nonno. Questo era mio nonno A..
Andavamo a fare il bagno nel fiume, che poi era solo un torrente, e che in estate non aveva portata eccezionale. Di quel fiumiciattolo, avevo ascoltato racconti di ogni tipo, tutti bellissimi, anche se alcuni drammatici. Quando il mondo viaggiava ancora verso il futuro, e non verso la fine, quel corso d’acqua era una fonte importante di approvvigionamento idrico, quando avere l’acqua nelle stalle era un lusso dei “Signori”, e le donne andavano al fiume per lavare i panni e le lenzuola, che sbiancavano con la cenere, dopo aver abraso lo sporco con la sabbia del fiume stesso. Una bella storia la narrò mia nonna, quando mi raccontò della cavalla di suo zio, il fratello di sua madre, che era fattore nella vicina tenuta; anzi di storie ne raccontò molte, ma io purtroppo non le ricordo tutte. Questo zio di mia nonna, era un uomo esuberante e buontempone, che dopo le lunghe giornate di lavoro nella tenuta del “Principe” , era solito trascorrere le serate e financo le notti intere con gli amici, uno dei quali, forse il più vicino e fedele si chiamava Nestore, non dirò il cognome perché non conosco i suoi discendenti, forse estinti. Insieme a Nestore, lo zio di mia nonna era solito bere nelle cantine del paese e dei paesi vicini, per poi rientrare e andare a dormire con la moglie, ma sempre tardi. Tutte le notti attraversava quel bel fiume, sulle “passerelle”, e rientrava trovando spesso le donne di casa in cucina davanti al focolare, a rammendare calze e vestiti, o a preparare il sugo per i giorni successivi, o a fare qualche altra faccenda che di giorno non c’era stato tempo di fare. Quasi sempre si fermava con queste a scherzare e d’inverno metteva alcune castagne sotto la cenere del camino, prima che si spegnesse, per poi mangiarle insieme alla madre, alla nonna e alle zie. Di solito ne lasciava una o due senza “castrare”, che di certo gonfiandosi avrebbero fatto il botto. Le povere donne gli chiedevano quasi sempre di andare in cantina a prendere un “sorso” di vino, non avrebbero mai avuto il coraggio di chiederlo al “vecchio”, e la chiave della cantina e della dispensa l’aveva lui. Allora Francesco, cosi si chiamava lo zio di mia nonna, si recava nella camera di suo padre, per sfilargli la chiave della cantina da sotto il cuscino. Raramente l’anziano padre si svegliava, e quando questo succedeva, Francesco furbo, pronunciava una famosa frase di altri tempi, a noi e ai nostri figli incomprensibile: “Santa benedizione Padre!”; poi presa la chiave della cantina, tornava dalle donne con il vino, mentre già la solita castagna, alla quale non aveva fatto il taglio, era esplosa. Questi erano gli innocenti divertimenti di quel tempo, quando la corrente elettrica era ancora una cosa sconosciuta, e quando il vino era “benzina necessaria”, per sopravvivere. Quest’uomo, corpulento e simpatico, serio di giorno e matto di notte, viaggiava con la “volantina” per i tratturi da una casa all’altra per il ruolo che ricopriva, per il suo mestiere di fattore, e di sera e di notte per girare le osterie e le cantine con i suoi amici. Il fiume era sempre li, in mezzo alla sua vita. Scorreva inconsapevole che gli uomini di quei luoghi, lo avrebbero attraversato almeno due volte al giorno. La notte di natale di uno dei primi anni del Novecento, la neve cadeva copiosa e tutto era bianco, mentre Francesco e Nestore rientravano con il calesse, le donne a piedi, sotto la bufera di neve, in fila una ad una, attraversarono la “passerella” per andare alla messa più importante dell’anno alla chiesa del “Convento”. Non era bello per quei tempi, farsi vedere poco prima dell’alba da tanta gente, soprattutto donne, che alzatesi presto andavano a messa, e che inevitabilmente avrebbero ciarlato sul fatto. Vista la processione delle fedeli e dei fedeli che si recavano alla messa di Natale, Francesco fece accorciare i pantaloni a Nestore, cosi che gli si vedessero i polpacci nudi al di sotto della mantella in uso allora, gli affidò la sua borsa di cuoio da lavoro e, tenendo la cavallina alla briglia, tutti e due attraversarono la passerella in fretta per non incontrare le donne. Il giorno di Natale alla messa, tutte le donne si chiesero sottovoce chi avesse assistito nel parto, al di la del fiume, la “Levatrice”. Quella cavallina di “zio Francesco”, cosi lo chiamo anche se non so se cosi lontano nel tempo io possa chiamarlo zio, si rese protagonista di un fatto incredibile per chi non conosce gli animali, e i cavalli in special modo. La piena del fiume era frequente a sentire i racconti di mia nonna e degli altri anziani del paese, e non portava mai niente di buono. Pioveva da molti giorni, e Francesco il fattore, non faceva che percorrere le proprietà che amministrava per constatare i danni e provvedere ad essi. Le passerelle erano tutte sommerse dalla piena, i campi allagati. Non c’era niente da fare, quando piove gli uomini, anche i più forti e volitivi, non possono nulla. Giunta la notte, stremato dalla stanchezza, lo zio di mia nonna si addormentò nel calesse zuppo di pioggia. . Quando si svegliò, non pioveva più, era giorno e stava sorgendo il sole. Si guardò intorno e dovunque c’era acqua. Davanti a se c’era casa sua, era salvo di fronte alla sua casa. Non riusci mai a scoprire, neanche negli anni successivi, dove la cavallina fosse passata per tornare a casa. Nessuna passerella era percorribile, tutto era allagato eppure, la bestiola era tornata a casa. Non mi ha mai stupito che la cavallina del Pascoli potesse riconoscere un assassino. Quando la natura non era compromessa cosi come lo è oggi, un piccolo fiume come quello che scorreva e scorre di fianco al mio paese, oramai quasi asciutto per molti mesi dell’anno, rappresentava la vita e purtroppo anche la morte allo stesso tempo. Un giovane istruttore dei balilla del paese si chiamava Ugo, sto parlando del periodo fascista, esuberante e indisciplinato, si rese protagonista di un atto eroico difficilmente imitabile. Era sicuramente coraggioso e incosciente, come può esserlo solo un giovane, e non ostante la sua funzione di istruttore di bambini, si trovava spesso punito, e dai racconti dei suoi coetanei ancora in vita, era periodicamente spedito in punizione in città per scontare diversi giorni di consegna, a causa del suo carattere forte e irriverente. Un giorno d’inverno, piovve cosi tanto che le passerelle furono come al solito sommerse dal fiume in piena. Niente di strano fin qui, ma questa volta purtroppo la corrente impietosa, trascinò in acqua una ragazza che per tornare a casa volle rischiare e passò sull’esile ponte, instabile gia per se stesso, figurarsi sotto la spinta della corrente. La notizia dell’accaduto arrivò presto in paese, e le ricerche della povera ragazza, tra mille difficoltà ebbero inizio. Nessuno sperava di ritrovarla in vita, il fiume in quella condizione non avrebbe avuto pietà per nessuno. Ugo con gli altri del paese partecipò alle ricerche, che però non avevano esito alcuno. A quel punto il giovane, sicuro di se oppure incosciente, prese la decisione più improbabile per il momento: si tuffò nel fiume scomparendo anche lui nella corrente. Non so dopo quanto tempo e come, ma Ugo riemerse più a valle dopo aver recuperato il corpo della povera ragazza. Si raccontano molti fatti simili attribuiti a quel ragazzo di quei tempi, forse anche un poco romanzati, ma io che l’ho conosciuto quando era già vecchio, sono propenso a crederlo capace di atti simili a quello narrato. Questo fiumiciattolo sconosciuto al mondo, ma importante e presente nella mia infanzia e adolescenza, con i suoi avvenimenti semplici o importanti, come gli altri fiumi del mondo per chi vive a loro vicino, in estate scorreva abbastanza placido e sereno fino a che non arrivava qualche risacca o una piccola cascata e il fondo argilloso dava all’acqua, con la luce del sole, un bellissimo colore azzurro. Non c’erano più da molto tempo le passerelle dei tempi andati, ora c’erano ponti sicuri e stabili ma la sua portata aveva già subito, per effetto delle opere umane, una sensibile riduzione. In ogni caso l’inquinamento, come lo intendiamo oggi, era quasi inesistente. L’acqua era freddissima e pulita, e popolata di pesci di ogni razza. Molti adulti ed anche ragazzi, sapevano pescare con le mani infilandole nelle grotte sotto la riva, catturando una grande quantità di pesci. Non era pesca sportiva, quei pesci si mangiavano, erano parte della dieta di ogni famiglia; la rivoluzione industriale del decennio precedente (sessanta), non aveva neanche sfiorato le nostre parti, e la caccia e la pesca erano, per molte famiglie, un modo per inserire proteine animali nella loro dieta. Io non ero capace di pescare con le mani, e ad essere sincero non mi piaceva. Preferivo pescare con una specie di canna da pesca fatta in casa da mio nonno. Le catture erano inferiori a quelle degli altri amici che pescavano con le mani, ma ne ero soddisfatto ugualmente. Era sufficiente un vermetto o una lumachina sull’amo, per catturare qualche pesce. L’acqua pulita, senza scarichi industriali, senza nessuna forma di inquinamento, permetteva di vedere le pietre del fondo e i pesci che stazionavano nelle anse, in attesa di cibo portato dalla corrente. Eravamo tanti ragazzi e tutti allegri; mi divertivo in paese. Mi mancavano solo M. e S.. Alla scuola media entrai in seconda, visto che la prima l’avevo già fatta in città, senza trovare troppe difficoltà se non in francese e matematica. La matematica non l’ho mai capita, il francese era nuova materia per me. In classe ritrovai più della metà degli amici che lasciai in prima elementare e le ragazze. La classe di prima media che avevo frequentato l’anno precedente, era tutta maschile, e in quella scuola non erano previste classi miste. Stranamente il paese era all’avanguardia nei confronti della città. Le giornate erano però completamente diverse, non andavamo fuori porta se non per andare al fiume o a giocare a pallone al campo sportivo. C’era l’oratorio della chiesa dove trascorrevamo i pomeriggi, c’erano i biliardini e il biliardo, ed era grande e a disposizione senza limitazioni. Poi quando faceva buio e l’oratorio chiudeva, andavamo per il paese ridendo e scherzando fino all’ora di rincasare per la cena. Vicino alla chiesa, in un locale della scuola elementare, una signora aveva creato il centro di cultura permanente (o di lettura, non ricordo), nel quale immancabilmente per pochi minuti o anche delle ore, mi recavo tutti i giorni. In quel posto, c’erano quei cosi strani che piacevano tanto a me: i libri. Non so se leggere mi abbia aiutato o mi abbia ostacolato nella vita. Non ricordo se mi fu proposto o se è capitato per caso, tra le altre, una delle prime letture che affrontai fu un libro di Heminguay, “Addio alle armi”. Ricordo che lo lessi due volte, perché una volta non fù sufficiente per rendermi conto che quel libro, non era come quelli letti in precedenza. Fino a poco tempo prima avevo letto libri che ero riuscito a comprendere immediatamente, trattavano argomenti o storie avventurose o di fantasia adatte al mio cervello di ragazzino, ora mi trovavo per la prima volta in difficoltà. Poi mi accorsi che quel libro raccontava una storia molto simile al vero, anzi sicuramente vera e drammatica e nulla c’era da capire, parlava della guerra, quella che io vedevo tutti i giorni dentro casa quando mio nonno si spogliava, e    metteva a nudo il moncone dell’omero amputato. Nelle scuole c’erano i manifesti appesi ai muri, con i disegni che mostravano bambini piangenti e mutilati per aver raccolto ordigni residuati della guerra, che non era poi tanto lontana nel tempo. C’erano disegnate bombe a mano e ordigni di altro tipo, e alcune didascalie mettevano in guardia dal raccoglierli e di avvertire i carabinieri, qualora venissero rinvenuti. Non sono mai riuscito ad abituarmi nel vedere mio nonno senza il braccio, e non riesco ad abituarmi all’idea che un uomo possa soffrire un offesa tanto grave, per nessun motivo, tanto meno per un atto violento perpetrato da altri uomini. Non è giusto che un uomo venga sepolto a pezzi, un braccio oppure una gamba in un posto, e il suo corpo in un altro posto, e in periodi diversi. Che il corso della storia sia immutabile probabilmente è vero, ma è anche vero che le conseguenze sono più disastrose della guerra stessa. Decine e decine di anni a seguire, se ne dovranno trascinare il peso delle disgrazie e della miseria che essa crea. Gli uomini non si accontentano di dover morire e forse soffrire perché questo è il destino di ognuno in natura, se possono cercano di accrescere la sofferenza e peggiorare il loro stato solo per smania di potere e a volte crudeltà. Nel libro di Haminguay c’era una scena che conoscevo benissimo, quando il proiettile di mortaio esplode tranciando una gamba ad uno dei soldati, uccidendone altri. L’ho sentita raccontare tante volte da mio nonno. Richiamato all’inizio del ’41, tornò a casa alla fine dello stesso anno. Aveva già due figlie, mia madre e mia zia. In una delle tante rovinose battaglie, sul fronte Greco-Albanese, dopo aver terminato le munizioni della sua mitragliatrice pesante, accortosi di essere rimasto solo tra morti e feriti, si distese di traverso nella trincea dinanzi alla sua arma scarica, in attesa di rinforzi o che cessasse il fuoco. Ad un tratto un lungo fischio, un’esplosione, un gran dolore. Rimase svenuto sotto shoc per chissà quanto tempo, e quando si riebbe, provando a muoversi senti che il braccio sinistro penzolava dall’altezza del gomito, trattenuto  da qualche brandello di pelle e un po’ di stoffa della camicia. Non si perse d’animo, e come riusci ad alzarsi, cercò di orientarsi per capire in quale direzione andare, legò come potè una corda o una cinta al moncone per non perdere l’ultimo sangue rimasto, e si incamminò in quella che credeva la giusta direzione. Non ricordava quanta strada avesse percorso dopo essersi lasciato dietro morti e moribondi, quando arrivò un camion della croce rossa, carico di morti e feriti, forse quelli che aveva lasciato andandosene, o addirittura raccolti su qualche altro campo. Il camion lo affiancò, ne scesero un caporal maggiore ed una crocerossina, che lo aiutarono a salire tra i feriti e i cadaveri, e riprese la marcia verso un ospedale da campo, dove venne operato. Operato voleva dire, che il caporal maggiore di sanità che poco prima lo aveva raccolto insieme alla crocerossina, con l’aiuto di questa, dopo averlo denudato e ricoperto con un camice bianco, disinfettato con chissà che cosa si usava in quella guerra, lo addormentò alla meno peggio con quello che era rimasto di anestetico e segò carne ed ossa pari ricucendolo come meglio poteva o come meglio sapeva fare. Nei racconti di mio nonno non ho sentito parlare di medici, solo di infermieri e crocerossine. Venne trasferito all’ospedale militare del Celio a Roma, dove venne operato nuovamente per rimediare allo scempio che aveva subito. Raccontava che occorsero molti mesi prima che la ferita rimarginasse in modo definitivo. Leggere libri di un cronista di guerra, a dodici anni, non mi sembra fosse consigliabile allora, e tanto meno credo sia una lettura adatta a un dodicenne di oggi. Ma i ragazzi di oggi non leggono. Lessi altri libri dello stesso scrittore, e capii che ero entrato in un mondo diverso da quello che mi ero costruito in testa con quelle che chiamano letture per ragazzi. Le avventure e le storie che avevo immaginato sino a quel momento, per quanto potessero coinvolgermi, potevo solo immaginarle, ed erano lontane, nell’altro secolo. Queste storie nuove e reali nelle quali mi ero imbattuto, mi calarono in un mondo nuovo di passioni e di sogni, che però non potevo condividere con nessuno dei miei amici, giustamente preoccupati di giocare a pallone o poco più. I sogni aiutano a vivere diceva qualcuno, ma realizzarli è meglio. Sono stati fortunati i miei amici a non aver letto i libri che ho letto io, sono riusciti a vivere in un mondo più vicino a loro e a realizzare i loro piccoli e legittimi sogni. Al contrario di me, che non capivo quanto fosse lontana l’Africa e le cacce ai grossi animali, non riuscivo a capire quale Spagna fosse quella dei libri di scuola e quella dell’ingles di “Per chi suona la campana” e la miriade di racconti di toreri e pescatori. Quel mondo che Heminguay descriveva nei suoi libri, stava inesorabilmente finendo, o era già finito, ed io non lo sapevo. Nel mio sperduto paese di provincia, credevo che quel mondo esistesse ancora, e fosse ancora percorribile in futuro, il mio futuro. Crescendo mi accorsi che tutto quello che si fa altro non è che un misero simulacro del passato e ho dovuto rassegnarmi a questo mondo, nel quale non c’è più niente da scoprire e non ci sono più avventure da vivere. Io M. e S., a modo nostro , siamo stati i pionieri della piccola avventura quotidiana, quella a portata di mano, semplice e romantica, da non scrivere nei libri, ma molto piacevole da ricordare, e che non costa niente. Quando giravo l’angolo dopo il sottopasso, e mi incamminavo in salita verso la scuola, proprio li, sull’angolo, c’era il laboratorio del pasticciere-gelataio dei giardini pubblici: “Da Narciso il gelato c’è sempre, anche d’inverno”, questo era scritto sulla tenda da sole. Passando li davanti, m’imbattevo sempre, tutte le mattine in un giovane alto come me, (molto) che usciva trafelato dal laboratorio per portare i vassoi di pasticcini al punto di vendita, dove sparivano in breve tempo, perchè i ragazzi che venivano in corriera dai paesi vicini, facevano colazione o li comperavano per merenda. Tutte le mattine sentivo provenire il profumo da quella porta che quasi sempre si apriva al mio passaggio e ne usciva quel ragazzo, apprendista pasticciere, con il quale dopo alcuni giorni, iniziammo a salutarci. Per cinque anni. Più tardi di qualche anno divenimmo più che conoscenti amici, perché sua sorella venne ad abitare al primo piano del palazzo dove abitavo con mia madre. Dopo aver percorso il vialetto in salita dopo il sottopasso, arrivavo in uno dei posti più belli dei quali ho ricordo nella mia vita. Una piazzetta piccola e graziosa dalla quale, al lato opposto dell’imbocco, c’erano delle scale basse e comode da salire che non so come descrivere a chi non le avesse mai viste. Per cercare di spiegarmi dirò che quel posto si chiama “Piaggia Floriani”; credo che la parola ‘Piaggia’ renda l’idea. In basso, ai piedi della scalinata, c’era il fruttivendolo con le casse delle arance esposte in bell’ordine, e nella parte opposta, c’era il forno più famoso della città che, mi sembra sia ancora li.
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