3 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
Il passaggio in quella meravigliosa piazzetta, dava il coraggio di proseguire la salita fino alla scuola, tanto era bella, e tanti erano i profumi che da essa emanavano. Poi c’era, in fine, la scuola. Ero tornato in città. Per frequentare la scuola superiore ero tornato nella vecchia via dove ero stato da bambino, dove però, ero solo con mia madre: mio padre era rimasto giovane per sempre poco meno di due anni prima. Ero stato iscritto all’Istituto Tecnico Commerciale. Io ero convinto di essermi iscritto a “ragioneria”, non sapevo che sarei diventato un “tecnico commerciale. A distanza di quasi quaranta anni non so ancora cosa voglia dire esattamente. Fui iscritto quasi per forza da mia nonna che mi voleva per forza ragioniere. In quell’occasione obbedii senza fare storie, per due motivi; per primo, non l’avrei spuntata; secondo, l’idea di studiare non mi affascinava da morire ma nemmeno mi dispiaceva, anche se sognavo di fare il meccanico. Al paese, trascorrevo a volte il pomeriggio da un meccanico , al quale davo più fastidio che sollievo, ma mi ero appassionato ai motori vedendolo lavorare. Da quel momento in poi, dopo l’iscrizione al primo superiore, non mi sono mai più interessato di motori. Quel ‘paesotto della mia città’, non era cambiato affatto, era ancora bello e dolcemente romantico. La mia stradina senza sbocco era sempre la stessa, non era cambiata, e molti degli amici di due anni prima erano là. Non mi accolsero tutti allo stesso modo, ma sapevo già che le persone sono soggette al cambiamento, avendolo già sperimentato nei primi due trasferimenti. Non mi interessava affatto l’accoglienza di ‘questo o quell’amico’, mi interessava di ritrovare solo quei due amici che avevo lasciato due anni prima, ed era con loro che volevo ricominciare da dove avevamo lasciato. M. non lo ritrovai; se ne era andato. Non per sua volontà, bensì perché si era trasferito con la famiglia in Abruzzo dopo il pensionamento di suo padre, che volle ritornarsene al paese d’origine. S. invece abitava ancora a qualche centinaio di metri da casa mia, e riprendemmo ad uscire di nuovo insieme nei pomeriggi dopo la scuola. Non ricordo se frequentasse la scuola d’arte o l’istituto per geometri, in ogni caso ci ritrovavamo quasi tutti i giorni per trascorrere il pomeriggio insieme. Il vecchio deposito delle Ferrovie dello Stato non rappresentava più per noi un’attrattiva come anni prima, per di più erano iniziati i lavori per l’ampliamento della stradina che portava in quel posto, ed era quindi impraticabile.             Un modo per trascorre i pomeriggi lo trovavamo ugualmente, e c’eravamo accorti di essere inesorabilmente cresciuti. Non che fossimo diventati uomini, ma non eravamo più nell’età dei giochi che c’eravamo lasciati alle spalle, vivi solo nella memoria e nei discorsi dei primi giorni dopo il mio ritorno al quartiere. In una delle ultime uscite romantiche, durante la quale scoprimmo l’inesorabile e irreversibile cambiamento dei tempi, come non saprei spiegarmelo, persi il coltellino da scout per non più trovarlo. Tornai a cercarlo ripercorrendo il più possibile a memoria il percorso dei giorni precedenti, ma senza esito alcuno. Provo ancora un dispiacere acuto quando ripenso a quell’oggetto e a quanta compagnia mi ha fatto nei pomeriggi in giro per la campagna. Per molto tempo, passato di moda, non ne ho più visti uguali o simili in nessun negozio. Tempo fa, in un catalogo ho scoperto che un’azienda lo costruisce ancora uguale, o forse sono rimanenze di magazzino di quei tempi rimesse in commercio, mi venne una gran voglia di ricomprarlo; ma poi ho desistito, anche se uguale, non sarebbe stato “lui”, il mio coltello da scout acquistato di nascosto e con tanti sacrifici, con la lama consumata dal lavoro e le rondelle dell’impugnatura lucide e vissute per il lungo uso nei lunghi pomeriggi avventurosi, trascorsi con veri amici, leali e di poche parole. Il tempo è come quella vecchia locomotiva a vapore che vedevamo passare: sulla sua strada poteva anche incontrare curve e impedimenti, ma il suo percorso era immutabile. Lo ricordammo il vecchio trenino a vapore, e la campagna al di là della ferrovia, io ed S. in quei primi giorni di nuovo insieme, ma constatammo con amarezza che erano scomparse più della metà delle coltivazioni di fiori e la vigna. Rimaneva qualche orto e terra incolta, sicuramente ormai terreno edificabile, nel tipico abbandono alla sporcizia e al disordine che precedono la installazione dei cantieri. In soli due anni era tutto cambiato, ma eravamo contenti, non portavamo più i pantaloni corti e ci sentivamo liberi e sereni. “La morte, il mostro che uccide gli uomini con l’aiuto del destino o per volere di Dio”, mi sembrava una cosa lontana, sopita e meno pericolosa di quanto non lo fosse stata qualche tempo prima. Al paese, nei due anni di scuola media, non costruii nessun arco se non per un bambino vivacissimo (Pillo) che abitava nell’appartamento dirimpetto al mio. Aveva circa otto anni e mi chiese di costruirgliene uno. A fianco del nostro palazzo, c’era ancora un appezzamento di terreno dove rimanevano poche ed orfane piante d’olivo, che vennero ben presto anch’esse abbattute per dare spazio ad un nuovo cantiere. Il contadino aveva potato gli alberi lasciando in terra rami e rametti, ed io con uno di quei rami riuscii a costruire un arco. Me lo ha ricordato proprio quel ‘bambino’ di allora questo fatto, ha saputo che oggi costruisco archi; io lo avevo dimenticato ed ho provato piacere e soddisfazione quando me lo ha detto, riportandomi indietro nel tempo. Tornato in città, frequentavo la scuola con sufficiente profitto, uscivo tutti i pomeriggi con S., senza però allontanarci più di tanto dalla nostra via se non per andare qualche sera in piazza, dove alle sei del pomeriggio, immancabilmente ed inevitabilmente, iniziava il passeggio fino alle otto, quando si tornava a casa per la cena, che consumavo quasi sempre da solo, poiché mia madre lavorava fino a tardi. Cominciò a piacerci, e iniziammo ad andare in piazza tutti i pomeriggi alla sei precise. Questo sconvolse lo svolgimento delle nostre giornate. Nelle poche ore di tempo che avevamo dopo l’uscita di scuola, prima di salire in piazza dovevamo riassumere tutto ciò che amavamo fare. Avevamo preso l’abitudine di giocare al calcio nella pista ovale del pattinaggio, usando come porte gli archi opposti tra di loro della ringhiera di sostegno per i principianti, cioè i bambini, che come è immaginabile, in autunno ed inverno , non uscivano mai o quasi, lasciando tutto per noi lo spazio. Spazio che finì per diventare meta di ragazzi, che dagli altri quartieri venivano a sfidarci quotidianamente. Inutile dire che perdevano, erano inesorabilmente battuti, e se ne andavano per riprovare qualche giorno dopo. Tutti seguendo il mio esempio, si diedero un soprannome: il mio era Jhonni Bolidey. Questa meravigliosa abitudine, questo rito quotidiano della partitina a pallone, è durata fino alla fine della scuola superiore, e quando raccontandolo, qualche ragazzo o qualche giovane mi guarda compassionevole, provo pietà per chi non riesce a capire quanto sia stato bello per me e per i miei amici quel periodo. Avevamo inventato il calcetto: quello sport tanto praticato oggi, con campionati e tornei, più o meno importanti, con categorie ed arbitraggi in piena regola. Quando giocavamo noi, non c’erano arbitri, le partite avevano un termine o un tetto di ‘goals’ prefissato: le regole, anzi la regola era di non farsi male. Posso dire con orgoglio che non ci siamo mai fatti male, al contrario di quello che sento oggi degli attuali giocatori di calcetto, tutti operati di menisco o legamenti. Quando una partita finiva troppo presto, per il raggiunto limite di ‘goals’, in pochi minuti si decideva una forma per continuare il gioco, e si riprendeva a correre e sudare immediatamente, senza pause. Se sopravveniva il buio quando ancora non si era raggiunto il risultato prefissato, le opzioni erano: chi era in vantaggio aveva partita vinta, oppure si sarebbe ripreso il gioco il giorno successivo con il risultato fisso al momento dell’interruzione del gioco. Questa regola era valida anche in caso di pioggia o altro avvenimento improvviso e imponderabile. L’importante era finire la partita in tempo per poter fare i compiti, e andare a passeggiare in piazza per le sei. Nei due anni in paese, non avevo giocato a pallone se non sporadicamente, mentre in città era divenuta una passione trascinante alla quale non resistevamo, né io né i miei amici. In paese si andava al campo sportivo, bisognava spostarsi mentre in città, il campo era lì a portata di mano, vicino e sempre libero. Era a due passi da casa. Per di più era un campo piccolo, a misura di tutti, sia che fossero bravi giocatori sia che non lo fossero; il campo sportivo del paese, era logicamente più adatto a quelli più bravi e allenati, si creava quindi una sorta di gerarchia qualitativa in campo, che in città ovviamente non c’era. Il “campetto del pattinaggio” dava a tutti un momento di gloria, e questo era molto bello. S. giocava raramente, non era preso dalla passione come noi pur essendo molto bravo, e qualche tempo dopo, cominciammo ad incontrarci sempre meno. Mi dispiaceva, ma ero consapevole del fatto che era un poco più grande di me, e quindi divenne inevitabile che frequentasse amicizie più vicine alla sua età. Quando si hanno pochi anni, oppure molti, due anni di differenza non pregiudicano i comportamenti, ma nel periodo che va dai tredici ai diciotto anni, le differenze sono evidenti e inevitabili. Rimanemmo comunque amici, ma tempo dopo, anche lui si trasferì non so dove, seguendo la famiglia che cambiò città. Tutti i sabati, mia madre usciva dal lavoro a mezzogiorno, e andavamo dai nonni dove facevamo pranzo e rimanevamo fino alla domenica sera. Avevo quindi doppie amicizie. Mi divertivo, tanto in un posto quanto nell’altro, ero a contatto con persone dal carattere e dalle abitudini diverse, facevamo tutti cose diverse e una vita diversa. Io mi adeguavo settimanalmente al cambiamento a seconda del posto dove ero, con gli amici del ‘pattinaggio’ oppure con gli amici in paese. Ero in ogni caso felice e contento. Quello che non avevo in un posto, lo trovavo nell’altro. Credo di essere stato molto fortunato in questo. Spostarsi di frequente, aiuta la mente, il doversi adeguare a situazioni differenti aiuta a maturare il carattere, la pazienza e la tolleranza. Aiuta a diventare adulti imparando a camminare, districandosi in mezzo a molte situazioni, piacevoli o anche difficili da affrontare, che saranno bagaglio di esperienza per il futuro. Un sabato come gli altri, con mia madre, a bordo della nostra ‘110 F Berlina’ (cinquecento), arrivati dai nonni, dopo aver pranzato, capii che qualche cosa stava per cambiare. Uscimmo e chiesero anche a me di lasciare per una volta gli amici, per andare a visitare uno stabile in costruzione, nel bel mezzo del centro storico. Mia nonna aveva deciso di vendere l’appartamento bellissimo del quale ero ‘innamorato matto’, per comperare due appartamentini nella palazzina in ristrutturazione che avevamo visitato. L’estate successiva, fu l’ultima che trascorsi nell’appartamento dalle cui finestre, vedevo la valle del fiume dove facevamo il bagno in estate, e le colline dove sorgevano i paesi vicini al mio, con le loro mura medievali, dietro ai quali vedevo sorgere il sole la mattina. Le vacanze trascorsero in fretta. I giorni belli durano meno degli altri, l’estate se ne va e si torna agli impegni soliti e noiosi con l’aggravante del buio e del freddo. Uno dei primi fine settimana, dopo l’inizio della scuola, quando con mia madre andammo dai nonni, il trasloco era già avvenuto. Ci eravamo trasferiti da un posto meraviglioso circondato solo dall’aria e dalla luce, in un posto dove il sole fatica ed entrare, dalle cui finestre non si gode nessun panorama e, dall’unico terrazzo sopra il tetto, si vedono altri tetti, e tra questi, un pezzetto insignificante di campagna, troppo piccolo e senza poesia. Abito ancora in quel posto. Il sole che vedevo nascere dietro le colline, ora nasceva da dietro uno stabile con il tetto più alto di quello di casa mia, poi mi sono accorto con il passare delle stagioni, che il sole in autunno ed inverno, arrivava più tardi ancora e se ne andava ancora prima per effetto del campanile dell’orologio, che proiettava la sua ombra sul nostro terrazzo, il cui pavimento rimaneva, e rimane, ghiacciato in inverno con la forma di quell’ombra. Anche la città stava cambiando. Dietro la ferrovia ormai stavano salendo altre abitazioni e un grande palazzo, che oggi è la sede degli uffici giudiziari. Per attraversare la ferrovia non era più necessario arrivare al vecchio passaggio a livello lontano alcune centinaia di metri dalla mia via, ma era iniziata la costruzione di una strada che dopo poco tempo avrebbe unito un capo e l’altro della città. Tutto è destinato a cambiare, le cose non possono rimanere sempre uguali. Anche gli uomini cambiano aspetto con il tempo. Si matura, si invecchia. Quando mi guardo allo specchio, capisco perché la gente, gli altri mi guardano in modo strano se ‘gioco a fare gli archi’. Sono pochi dalle nostre parti gli appassionati di questa attività, l’arceria, nelle sue manifestazioni più varie. Tutto sommato sono pochi i tiratori e pochi gli arcai. Sto parlando di arceria tradizionale e rievocativa che, non ha niente di meno di quella moderna e tecnologica. Io la preferisco! Il vero arco è quello costruito con legno naturale, semplice come concetto ma molto difficile da realizzare. Bisogna conoscere i legni, sapere quando va abbattuto un albero, stagionarlo per un tempo più o meno lungo a seconda delle essenze, e poi olio di gomito con tutti attrezzi a mano, il coltello a due manici, le raspe e le lime, le rasiere e le carte abrasive. Ho costruito anche archi con vari materiali e fibra di vetro, i così detti archi compositi, con alterna fortuna e risultati, ma possedendo un minimo di attrezzatura ed un piccolo laboratorio, si raggiungono risultati ragguardevoli, ed una volta accumulata esperienza, diviene quasi impossibile sbagliare. Con il tempo sarò costretto a costruire solo quel tipo di archi, quando sarà più faticoso “tirare” il coltello a due manici e le raspe, visto che la passione non accenna ad andarsene, costruirò archi compositi, con lamine di legno e fibra di vetro, legati con colle epossidiche. Quando la forza se ne và bisogna fare buon viso a cattivo gioco; e di forza pur avendone ancora, molta l’ho perduta per strada. Pensavo che non mi sarebbe mai capitato, invece… Poco tempo dopo che S. se ne fu andato, tramite altri amici in comune, arrivò la notizia che M., in un incidente di moto, era morto. La notizia non mi fece effetto più di tanto allora, quanto oggi se ripenso all’amicizia e alle scorribande insieme. Era più grande di me di due anni, aveva quindi conseguito la patente a diciotto anni, e purtroppo quasi subito avvenne il fattaccio. Non so come successe l’incidente, ma conoscendo M., il suo sprezzo del pericolo, ho sempre immaginato che avesse incontrato una morte eroica cercando di compiere chissà quale impresa sulle due ruote. Chissà che rischio aveva intenzione di correre, chissà quale era lo scopo della sua corsa, l’ultima. Ne avevo fatto nei pensieri miei, a mio modo un eroe. Più tardi, più semplicemente, ho capito che anche lui, il mio caro amico M. era incappato nel destino, che inesorabile, freddo e privo di emozioni, astratto ma beffardo e concreto, segue ciascuno di noi come un’ombra. Nessuno al mondo sa cosa rimarrà delle nostre povere ambizioni, desideri, aspirazioni, quando “il grande silenzio” avvolgerà con le sue ampie braccia le nostre carni, le nostre ossa e i nostri piccoli o grandi desideri. I nostri sogni si spegneranno con il nostro ultimo respiro, e un Dio ormai lontano, pallido e sbiadito nella memoria della nostra fede, ci accoglierà stanco e apatico come un vecchio padre al quale è sfuggito di mano lo scopo finale della creazione. La morte, il mostro che uccide gli uomini, per conto di quel Dio o con l’aiuto del destino, si era fatta “viva” di nuovo. Oramai il paese, non era più piccolo e isolato come dieci anni prima. Era cresciuto, tutte le strade erano state asfaltate, e andare in città e spostarsi non era più cosi difficile come lo era qualche tempo prima. La città si era trasformata da romantico paesotto in qualche cosa di più, che non so descrivere. Credo che non era e non sia affatto differente da un grande centro urbano, del quale aveva assorbito tutto ciò che di negativo può avere, perdendo tutto quel poco di bello e romantico che aveva. Trascorrevo la mia vita un po’ qui e un po’ li, un po’ giù e un po’ su, tra amici di un tipo e di un altro. Ero troppo cresciuto per ‘giocare al calcetto al pattinaggio’, ma con gli amici, non era raro che qualche calcio ad un pallone lo tiravamo, inserendoci nel gioco dei ragazzini, che vedendoci cosi divertiti e allegri ci chiedevano tante cose, volevano capire forse, se anche loro sarebbero diventati come noi, che giocavamo se capitava, anche in giacca e cravatta. Ma gli amici di qualche tempo prima, non c’erano quasi più, e alcuni addirittura si vergognavano di giocare a pallone, come se fosse una vergogna farlo ora che eravamo diventati adulti o quasi. Mah! Vicino al paese c’era, e ancora c’è, uno dei posti più belli d’Italia: l’Abbadia di Fiastra. Tenuta degli allora Principi Bandini, che da tutti nella zona è chiamata la ‘Riserva di Bandini’. Il grande bosco che è all’interno dei circa duemila ettari della tenuta, da noi in paese, e nei paesi vicini con i quali la tenuta stessa confina, è chiamato ancora ‘La Selva di Bandini’. Credo che selva non sia un termine lontano dal rendere l’idea di questo posto meraviglioso. Oggi, più di tanti anni or sono, questo luogo è una foresta. Cioè non ospita un solo tipo di albero ma centinaia di specie di alberi e arbusti, anche esotici. Quando essere cacciatori non era vergognoso come lo è oggi, in quell’ambiente meraviglioso, si cacciavano fagiani, starne e lepri. Uomini famosi come il grande tenore Beniamino Gigli, forse insieme a Enrico Caruso il più grande dei tenori, ma anche altri meno famosi personaggi, hanno esercitato l’attività venatoria in un ambiente ancor oggi “fatato”. Era meta purtroppo anche di un gran numero di bracconieri, ma erano momenti di miseria e di fame. Prelevare un fagiano o una lepre al di là delle regole tanti anni fa, non lo si può considerare indignitoso come oggi, che di cibo ce n’è in avanzo e il bracconaggio non è che un atto di smanceria e una bravata senza rischi, dato che non esistono più i guardiacaccia, ma soltanto una giustizia lontana, sfuocata e apatica. Quando tornato dal servizio militare mi recavo a correre nel bosco della riserva, c’erano ancora intatte e in bella vista le casettine di pastura per i fagiani, oggi tutte crollate, distrutte sicuramente più da atti vandalici che dal tempo e dall’incuria. Purtroppo gli imbecilli non sono di colore diverso dagli uomini saggi, quindi non sono in alcun modo riconoscibili ed è impossibile censurare i loro comportamenti. Tra l’altro stiamo vivendo in un momento di decadenza totale e all’apparenza irreversibile, per cui sarebbe mera crudeltà “accanirsi” su innocenti teppisti, poveretti; dopo il crollo della logica e del buon senso, è vergognoso essere cacciatori e non già criminali, anche se di seconda scelta. Negli anni sessanta e settanta, sulle strade che attraversano la riserva di Bandini, era uno spettacolo vedere decine e decine di fagiani nei campi, e non c’era casa dove non si mangiasse fagiano di frequente, perché i poveretti, attraversando in volo i ponti sul fiume, spesso urtavano i vetri delle auto in transito. A mio zio una volta però, un colchite frantumò il vetro del pulmino ottocentocinquanta FIAT, con il quale lavorava da muratore. Mia nonna mi raccontava di una donna, “la fagianara”, che alla riserva ogni anno metteva in incubatrice migliaia di uova di fagiano. Sicuramente non tutte andavano a buon fine visti i tempi, ma ne sopravvivevano in gran numero, tanto da adornare tutto l’ambiente e le campagne circostanti, oltre a soddisfare il prelievo venatorio. E’ grottesco pensare che sospesa l’attività venatoria da vari decenni, non vi siano più fagiani alla tenuta se non sparuti esemplari, più animali da cortile che orgogliosi e tenaci volatili dei tempi andati, tenuti là dalla “Fondazione” a solo scopo ornamentale. Uno zio di mia nonna, quando essa era bambina, era guardiacaccia nella tenuta. Era questi, il marito di una sorella di Francesco il fattore. Il principe, la cui storia tutti immaginano e nessuno conosce realmente, con il necessario alone di mistero e di leggenda che le situazioni impongono, è realmente esistito, e certamente era uomo di grande cultura, bontà e generosità, che di quel posto chiamato Selva secondo me, secondo il mio umile pensiero, aveva fatto una sorta di giardino botanico o qualche cosa di ancora più bello e inimmaginabile oggi, a distanza forse di cento anni dalla sua morte. All’interno di questo grande spazio meraviglioso, il principe, dai racconti di mia nonna, praticava la sua passione per la caccia e per i cavalli, coinvolgendo le maestranze al suo servizio. Si dice che pranzasse spesso con i contadini e con i guardacaccia ed altri subalterni, consumando democraticamente insieme ad essi polenta con cacciagione. Si dice che educatamente, mangiasse lepre con le mani, sforchettando polenta come fosse pane. Percorreva i sentieri tra i campi coltivati, e quelli all’interno del bosco a cavallo, e assisteva personalmente alla preparazione dei “pastoni” per nutrire i fagiani. Quando gli uomini non sempre avevano pane a tavola, i fagiani mangiavano persino le uova sode, e raccontava il guardiacaccia, che il Principe sorridesse tra se e se compiaciuto, quando qualche contadino ingoiava un uovo sodo credendo di non essere visto. Lo zio di mia nonna morì giovane; nessuno mai ha saputo come, ma si sa che in circostanze misteriose, “gli si sparò lo schioppo”, come si diceva tanto tempo fa. C’è una chiesa meravigliosa all’interno della tenuta, oggi “Fondazione”, nella quale umile e nascosta, nei pressi dell’altare, c’è una frase scolpita su pietra, in cui il principe parla ai suoi ‘cari contadini’, con l’affetto di un padre, “non avendo prole propria”. Non ricordo la frase intera e tutte le parole, e ogni volta che mi reco in quel luogo, torno a leggere lo scritto su quel marmo commuovendomi ogni volta. Sempre! Fra i cari contadini, c’era anche il mio bisnonno Luigi, che tutti conoscevano con il nome di Nazareno. Era il padre di mia nonna, la madre di mia madre. Di certo era ancora contadino in quella tenuta fino alla fine della seconda guerra mondiale. Il Principe era già morto da molto tempo, credo negli anni venti o trenta, o forse durante la prima guerra mondiale, e non conosco che forma avesse assunto la proprietà. Di certo era li che mia nonna, con mia madre e mia zia, gemelle di poco più di un anno, erano sfollate dal paese dopo che mio nonno fu richiamato in guerra nel ’41. Nazareno era un uomo mite e laborioso, analfabeta ma “colto e raffinato”. E’ difficile far capire, a chi non ha mai conosciuto un omino del genere, ai nostri giorni, cosa vuol dire essere colti e raffinati. Non è necessario conoscere lingue straniere o essere in possesso di un diploma o di una laurea: essere colti significa conoscere qualsiasi cosa utile in qualche modo alla vita di tutti i giorni, e da tramandare agli altri. Sapeva ben parlare e conosceva tanti lavori, ad esempio sapeva fondere e saldare il vetro, sapeva fare piccoli lavori da fabbro, quelli necessari in campagna a quei tempi, sapeva costruire coltelli e piccoli attrezzi, sapeva come risolvere i problemi nella stalla quando un bue o una mucca si ammalavano o erano in preda a coliche o altro, nell’attesa che arrivasse il veterinario della ‘Tenuta’, che qualcuno andava a chiamare di corsa, visto che altri mezzi non c’erano. Dopo il ritorno dal fronte senza un braccio, mio nonno A. trascorse del tempo a casa di suo suocero, credo di ricordare che cosi mi è stato raccontato. Anche quei posti stupendi, hanno subito l’onta della guerra. Gli uomini semplici, quelli che vivono del proprio lavoro, quelli senza nessuna ambizione se non quella di vivere e allevare i figli, sono costretti spesso a partecipare, in vario modo e a vario titolo ad avvenimenti più grandi di loro, loro malgrado. In quei posti si verificarono attacchi da parte dei partigiani alle truppe tedesche, che dopo l’otto Settembre ’43, divenuti da alleati nostri nemici, non mancarono di perpetrare atti di atroce rappresaglia, ancora vivi nella memoria di questi luoghi. Un gruppo di partigiani, del quale non si parla bene in paese neanche oggi, attaccò un ‘sidecar’ in avanscoperta nella zona della Tenuta, con quale esito non ho mai saputo, scatenando la reazione violenta dei tedeschi, già abbastanza irritati per il nostro tradimento. I ’patrioti’, come si facevano chiamare i partigiani sia durante che dopo la guerra, fuggirono verso il fiume, senza avvertire due poveri ragazzi, due contadinelli ignari ed innocenti, che di li a poco sarebbero arrivati i soldati tedeschi. Non li avvertirono del pericolo che sicuramente sarebbe sopraggiunto, e questo i ‘patrioti’ lo sapevano, ma preferirono fuggire al sicuro verso il fiume. Furono fucilati i poveri ragazzi. Mio bisnonno, nella sua semplicità, uomo buono ed estraneo all’odio, di certo lontano dal capire perché gli uomini si combattono, salvò più d’un partigiano, più d’un fascista, e alcuni soldati inglesi. A dire il vero, i nonni dei quali sono fiero di essere nipote, sono due. Anche il padre di mio padre salvò molti uomini durante la guerra, senza far distinzione di casacche, lingua, razza o altro. Un soldato inglese, ha scritto un libro di memorie proprio sull’argomento, e ne ho avuto una copia da mia zia, che conservo con affetto. Gli uomini si combattono, alcuni, quelli che hanno il potere, decidono di farsi guerra, e per far fronte a quest’impegno gravoso e crudele, coinvolgono sempre tutti gli altri uomini, che tranquilli e beati, anche tra numerose difficoltà e problemi, farebbero volentieri a meno di spararsi tra loro e morire. Ma dopo il primo colpo di fucile è giocoforza difendersi, cosi…. A pochi chilometri dalla riserva, c’è una frazione che durante il conflitto ospitava un campo di concentramento. Anche all’Abbadia c’era un campo di prigionia, ma non ne conosco la storia, e me ne informerò. La maggior parte dei prigionieri erano inglesi, catturati in vario modo e in diversi fronti. I più intraprendenti di questi, tentavano la fuga e molti vi riuscivano. Proprio uno di questi è quello che ha scritto il libro di memorie. Mia nonna mi raccontò, di quando sfollata da suo padre in campagna, arrivò una sera, sudato affamato e stanco, un ragazzetto inglese fuggito dal campo di prigionia. Fu nutrito e nascosto in casa, d’accordo che all’alba se ne sarebbe andato per la sua strada. Il pericolo che si correva a soccorrere un fuggiasco era elevato, e si poteva essere fucilati senza appello ne pietà se scoperti. La mattina seguente di buon ora, l’inglese fu svegliato, e provvisto di un pezzo di pane fu invitato ad andarsene. Se ne andò, ma di li a poche ore tornò nuovamente, e dietro di lui stavano arrivando tedeschi e fascisti. Nell’immediatezza l’unica soluzione, la migliore, parve quella di nascondere il ragazzo in mezzo alla paglia e il fieno che diligentemente mescolati tra loro, erano cibo per il bestiame in stalla. Arrivarono soldati e un ufficiale tedeschi, e con loro, c’era un fascista. Dal racconto di mia nonna, il fascista doveva essere un buon uomo del posto, apatico e stanco della guerra, insofferente dei tedeschi. L’ufficiale tedesco iniziò ad urlare verso mio nonno che s’era fatto avanti per primo, per evitare che alcun altro membro della famiglia rischiasse nulla. Analfabeta, mio nonno firmava a memoria senza saper cosa scrivesse, sapeva solo che quello era il suo nome. Quest’omino, affrontò l’alterato ufficiale tedesco, fingendosi sordo e parlando ad alta voce il più possibile per essere credibile. Portava la mano all’orecchio e ripeteva all’ufficiale di “non sentire”, di “non capire”. Lo aiutava il fascista in questo, che si rivolgeva di continuo al tedesco dicendo “E’ sordo signor maggiore, non vede che è sordo?!, Andiamo via, qui non c’è nessuno.” Ma il maggiore ordinò ai soldati di rovistare e cercare in ogni angolo, mentre il fascista cercava di dissuaderlo. Di sicuro era quello un uomo che aveva capito che quella guerra doveva finire, che l’odio doveva finire, che non doveva morire più nessuno. Cercava in ogni modo di fermare quella perquisizione che però, inesorabilmente proseguiva. L’ufficiale tedesco continuava a rivolgersi a nonno Nazareno, che continuava nella recita osservato da lontano dagli altri membri della famiglia silenziosi e impauriti. “Che dici, che dici, non sento!” continuava a ripetere, e il maggiore gridava sempre più forte, mentre i soldati, mitra a tracolla, cominciarono a cercare nel fieno. Afferrarono forconi e bastoni, uno prese il tagliafieno, ed iniziarono a infilzare con metodo e precisione alla ricerca dell’inglese che per l’aiuto di chi o che cosa, non riportò nessuna ferita e non venne scoperto. Il fascista continuava a ripetere al maggiore che non avrebbero trovato nessuno, anzi, l’inglese di certo era già lontano, ma i soldati continuavano nella ricerca. Non voleva imbattersi in qualche atto violento. Tutto era stato messo in disordine, tutto ciò che poteva essere un possibile nascondiglio fu messo sottosopra. Ad un tratto il maggiore diede un secco ordine e le ricerche furono sospese, i soldati si diedero un ordine, ed il fascista sembrò notevolmente sollevato. Il maggiore continuò però a parlare a nonno Nazareno che continuava a dire di non sentire e di essere sordo. Il fascista, rivolgendosi all’ufficiale, rincuorato dall’esito negativo della ricerca, continuava a dire di andarsene, che era inutile parlare con quell’uomo che non sentiva e tanto meno capiva il tedesco. La situazione cominciò a distendersi, anche il maggiore tedesco tacque e ci furono attimi di silenzio finchè ad un altro ordine secco dell’ufficiale, i soldati risalirono sui loro mezzi per andarsene. Il fascista e il tedesco erano gli ultimi della fila, e stavano per salire in macchina quando l’ufficiale tedesco si fermò di scatto, e giratosi all’improvviso si rivolse a mio nonno gridando “contadino!”, fortissimo. Mio nonno che era di spalle, e stava già cercando di rimettere ordine sull’aia e il fienile, riuscì a rimanere impassibile, continuando a lavorare come se veramente fosse sordo. Mia nonna che assistette alla scena, raccontava di aver avuto paura che suo padre si tradisse e si voltasse al richiamo dell’ufficiale, e tirò un sospiro di sollievo, quando vide che nonno Nazareno continuò nelle sue faccende senza scomporsi. “Glielo avevo detto signor maggiore che quell’uomo è sordo”, disse soddisfatto il fascista al tedesco. Se ne andarono lasciando in pace quella famiglia, per andare a cercare altrove. Credo che tutti sudassero freddo tranne i bambini, anzi le bambine, perché troppo piccole per capire. Per quanto possa sembrare comica e lontana questa scena, quando mia nonna la raccontava traspariva tutta la drammatica gravità di quei momenti. Mi raccontò poi di quel fascista, e di averlo incontrato negli anni ‘cinquanta’ al mercato di un paese vicino, per poi scomparire alcuni anni dopo per sfuggire alla vendetta dei “patrioti”. Qualche maligno racconta invece che quel fascista, più volte attaccato, riuscì a difendersi e ricordò ai “patrioti”, che continuamente lo vessavano, il loro passato fascista, e di come avessero ammazzato gente sia da un lato, sia dall’altro degli schieramenti. Fu costretto comunque a fuggire per non essere ammazzato, come successe ad altri. Di quella squadra di partigiani, si raccontano squallidi atti e squallide fughe; sono morti tutti di vecchiaia. Atti eroici non se ne narrano se non quando rubarono la vacca da latte ad una contadinella, con tre o quattro figli ed il marito prigioniero chissà dove. Ecco come andarono i fatti. I tedeschi ritiravano rovinosamente, pressati da partigiani e truppe di liberazione, trafugando quello che trovavano e quello che potevano lungo la loro strada. Nelle vicinanze del paese non si sono mai uditi racconti di violenze e di morti per vendetta o altro, se non per rappresaglia a seguito di attacchi partigiani di dubbia utilità. Alcuni soldati tedeschi, sbandati sporchi e malnutriti, entrarono nella stalla di B. la contadinella, e sottrassero la mucca incamminandosi per raggiungere i loro commilitoni. Accortasi del furto quasi subito, la poveretta, con il coraggio che può nascere solo dalla fame e dalla disperazione, rincorse il soldato con la vacca alla corda, e lo supplicò piangendo aggrappandosi all’uniforme, impolverata e sgualcita del “soldatino biondo e magrissimo” (secco-secco), cosi raccontava. Lo pregò di restituire la bestia, pure essa malnutrita e stanca, che le serviva per nutrire i suoi bambini. “Non piangere mamma, non piangere” disse il soldatino, e restituì l’animale alla donnina piangente, rimettendosi in spalla il suo mitra e riprendendo la strada della fuga. La vacca venne sottratta qualche giorno dopo dai ribelli che se ne nutrirono. Queste furono le milizie partigiane, che ruotarono attorno al paese, a uno di questi è stata dedicata persino una lapide Il 25 Aprile del ’45, fummo liberati dai ‘Nazi-fascisti’, per divenire per sempre schiavi dell’ipocrisia e della menzogna di molti uomini, forse troppi, che nel corso dei venti o poco più anni precedenti, come da tradizione peninsulare italiana, riuscirono ad appartenere a tutti i gruppi politici presenti sul “mercato”. Eravamo alleati con i tedeschi ed abbiamo combattuto contro gli “alleati”, per poi tradire l’alleato tedesco (dall’otto settembre ‘43 in poi, mentre il re nano se ne andava con lo yacht reale a largo di Taranto in acque internazionali, dopo aver firmato con Badoglio l’armistizio) per allearci con gli “alleati”, con i quali abbiamo poi finito la guerra, confermando la teoria di Italo Balbo, secondo la quale gli italiani non hanno mai finito una guerra, combattendo al fianco dello stesso alleato che avevano all’inizio di questa. Triste abitudine quella del tradimento, viva ancor oggi, e praticata grazie a Dio senza vergogna né pudore. Oramai è quasi estinta la razza di quegli uomini, di qual si voglia schieramento politico, che mai hanno accettato di portare le proprie idee “all’ammasso”, ritirandosi in buon ordine lontano dai clamori di un dopoguerra, che purtroppo non finisce mai, in questo posto chiamato Italia, sommerso dall’immondizia alla quale nessuno sa trovare rimedio, e soffocato dalle mafie, e dalla degenerazione più becera della politica.
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