4 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
Nei primi anni sessanta, quando ero piccolo, nonno Nazareno, più che settantenne, viveva con noi in paese, ricurvo sulla schiena per il gran lavoro, e forse per l’osteoporosi. In campagna, era rimasto mio zio, il fratello di mia nonna. Andavamo qualche volta a trovarlo, ed io mi divertivo, quando trovavamo mio zio al lavoro, a guidare il carro dei buoi, addestrati perfettamente, docili e obbedienti. Nonno Nazareno è morto due o tre giorni dopo di mio padre, non ricordo di preciso. Gli ultimi tempi è vissuto in stato di semi coscienza, forse affetto da qualche malattia di quelle che oggi hanno un nome, e che delle quali conosciamo i sintomi. Alternava lunghi periodi di sonno a momenti di veglia, nei quali era muto ed assente, per poi ripiombare nel sonno. Nei giorni prima di morire, forse un mese o poco più, diverse volte con la poca forza rimastagli, arrotolava le lenzuola usandole come fossero i finimenti dei buoi e fingeva di guidare il carro, come tante volte aveva fatto quando era contadino all’Abbadia. Al suo posto era rimasto il figlio, che alla fine degli anni sessanta migrò in un paese al di la del fiume che oggi è una sviluppata città industriale. Oggi è morto anche lui, non dirò il suo nome ma voglio raccontare la sua storia, una storia di altri tempi. Con una figlia femmina era impossibile rimanere contadini presso qualsiasi “padrone”, il figlio maschio era sicurezza di continuità nel lavoro dei campi, e più figli maschi si avevano più terra si otteneva da lavorare. Nessuno avrebbe mai pensato che nel futuro, un uomo con un trattore, specie quelli di oggi, sarebbe stato capace di coltivare decine di ettari di terreno senza difficoltà, ed erano viste quindi con piacere le famiglie con molti figli maschi, avvantaggiate nel trovare lavoro. Come se per fare figli maschi non fossero necessarie la donne. Ma quella era la mentalità del tempo. Non so come avvenne, ma nonno Nazareno adottò un bambino maschio appena nato, e subito abbandonato dalla madre. Sentii questo racconto da mia nonna che già era iniziato, mentre trascorreva il pomeriggio con una sua amica, con la quale stava di certo ricordando il tempo della loro infanzia. Presso a poco le cose dovevano essere andate cosi. Una giovane era rimasta incinta, “tradita” dal fidanzato, cosi si diceva in passato, il quale fuggì senza assumersi le sue responsabilità, abbandonando la poveretta alla vergogna e al disonore, in un tempo nel quale, essere ragazza madre significava vivere da sola e di stenti, nel crescere un figlio o una figlia, allontanati anche dalla famiglia, che non voleva sostenere il peso della vergogna. La giovane in questione, trascorse la gravidanza quasi interamente rinchiusa in casa, e quando usciva le veniva fasciato il ventre, sotto gli abiti, affinché non si notasse la pancia che inevitabilmente cresceva. Dove avvenne poi il parto non si sa, sicuramente in casa, chi assistesse la povera ragazza e dove il bambino fu portato, nemmeno. Fatto è che questo bimbo, con quale consuetudine si procedesse negli anni venti non saprei dire, si ritrovò adottato e amorevolmente cresciuto da un “omino” saggio e di gran cuore e da sua moglie, il cui nome può riassumere la sua dolcezza e bontà. Assunta. La donna, dopo aver dato alla luce il bambino, trascorso il giusto tempo per riaversi e riacquistare salute, migrò in “America” senza più tornare. Quale America mia nonna non lo disse all’amica, ma noi, quando parliamo di America intendiamo quella del sud, se non sempre quasi, l’Argentina. Passarono pochi anni, mio zio doveva averne tre o quattro, tutti i giorni passava nei pressi della casa di nonno Nazareno una donna, anziana contadina di una famiglia che coltivava un terreno confinante, in condizioni economiche migliori e più agiate del padre di mia nonna, e tutti i giorni quando passava, salutava tutti con cortesia ma soprattutto parlava con dolcezza al bambino piccolo e grassottello che era sull’aia con la sorellina di sei anni più grande e i genitori. Venne la Pasqua, e la modesta famigliola di mio nonno, si preparava per il pranzo, di sicuro poco migliore di quelli di tutti i giorni dell’anno. Sentirono chiamare dall’aia e mia nonna si affacciò, vedendo la donnina anziana che tutti i giorni passava, che chiese di poter entrare. Nonna Assunta le apri e la invitò a salire; la scena si svolse in silenzio, e quando l’anziana contadina benestante, fu arrivata in cucina dove la tavola era imbandita, appoggiò su quella un grosso telo annodato come s’usava a quel tempo, e lentamente, osservata da tutti, in silenzio, lo apri mostrandone il contenuto: ogni ben di Dio. “Sono venuta a fare Pasqua con mio nipote” disse guardando commossa il più piccolo della famiglia. Oggi, quella giovane non sarebbe stata costretta a fuggire regalando suo figlio, le cose sono cambiate, ma non al punto in cui sarebbe giusto che siano. Una donna, madre senza essere confortata nella maternità dalla presenza di un marito o di un compagno, viene chiamata “ragazza madre”, a meno che non sia ricca e famosa, allora si parla di “donna libera e responsabile”, padrona di se stessa e delle sue azioni. Noblesse oblige! A vent’anni, tornato dal servizio militare, ho dovuto fare i conti con la realtà, quella vera, quella del lavoro che non si trovava, quella dei soldi che mi servivano sempre di più, e una famiglia petulante e ansiosa che dava sempre la colpa a me del lavoro che non c’era. Nella soffitta di casa mi divertivo a fare piccoli lavori con il legno e i metalli, ma di fare archi non lo pensavo proprio; ero molto più preso dal distrarmi dal fatto che lavori non se ne trovavano e che tutti i giorni era una guerra con i miei, anzi, con le “mie” perché mio nonno non parlava quasi mai. Ad assillarmi erano mia nonna e mia madre, che se pur benevolmente, riuscivano a minare il mio ottimismo. Anzi, il mio positivismo. Credo che tra l’ottimista e il positivista, ci sia differenza. Secondo me l’ottimista è quella persona che vede le soluzioni dei problemi anche quando non ce ne sono, confidando in chissà che, in modo semplice e superficiale. Colui il quale pensa in positivo secondo me, al contrario, è persona che intravede tutte le difficoltà al loro presentarsi, ne è pienamente cosciente, ed affronta i problemi cercando di intravedere in mezzo ad un mucchio di cose negative, l’unica cosa positiva per cui valga la pena di lavorare ed impegnarsi per trovare soluzioni accettabili anche se non straordinarie; il positivo è colui che si sa accontentare di limitare i danni quando non è possibile evitarli. Non trovare un lavoro subito per me significava stare senza soldi in tasca se non quelli che potevano darmi in casa, quindi poca autonomia e poco movimento. Ma ho sempre pensato che è meglio aspettare un attimo più del dovuto, per trovare soluzioni solide e durature ai problemi, piuttosto che frettolosi rimedi senza futuro. Ero quindi alla ricerca di un lavoro che fosse tale, cioè gratificante e sicuro. Ma per accontentare quelli di casa e per guadagnare qualche soldo, accettavo di fare di tutto, con la conseguenza che poco durava il lavoro, che per causa mia ma spesso anche a causa dei vari datori di lavoro, inesorabilmente finiva. Quando questo accadeva, per mia madre e per mia nonna la colpa era solo da ricercare nella mia apatia. Se avessero visto nei dodici mesi precedenti quanta fatica mi era caduta addosso e con quanta abnegazione l’avevo sopportata, quanto sonno avevo perso tra sevizi armati e poligoni di tiro, quanto lavoro ho svolto in armeria, chissà cosa avrebbero detto. Purtroppo non ho mai goduto di una grande libertà di parola. Durante la leva, a parte quattro ufficiali gentil uomini, tutti usciti dall’accademia militare, non ho conosciuto altro che pezzenti e corrotti, tutta gente che per ripiego ad una vita di lavoro al di fuori della caserma, una volta vicini al congedo hanno preferito bene apporre firma e continuare a vestire l’uniforme solo per lo stipendio. Noi soldatini, quasi tutti ventenni, ma moltissimi laureati con età persino di ventisei e ventisette anni, costretti al servizio militare dopo i rinvii per motivi di studio, svolgevamo i nostri compiti senza nessun entusiasmo, cercando di rendere il tempo meno noioso e più rapido a trascorrere senza pensare mai ad esso. Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possiede. La vita è il tempo che trascorre dal momento della nascita a quello della morte, diceva Achille Campanile in uno dei libri che ho letto del grande scrittore, o perlomeno il senso è quello. Nessuno ha il diritto di appropriarsi del tempo altrui. La leva militare obbligatoria, altro non era che un prelievo coattivo di tempo e libertà nei confronti di giovani cittadini, ignorando le legittime aspirazioni di questi, confinandoli in luoghi estranei nella maggior parte dei casi ai sogni e alle aspettative legittime di essi. In un Paese, l’Italia, nel quale troppo spesso non è stata applicata la legge e tanto meno si è fatta giustizia nei confronti dei peggiori delinquenti, un innocente di venti anni era condannato a vivere per un anno in cattività in un luogo scelto dal ministero della difesa, più o meno lontano da casa, in una specialità militare scelta senza nessuna logica, relativa solo al fabbisogno di questo o di quel settore. La cosa più preziosa che un uomo possiede, cioè il suo tempo, le sue ore, i suoi giorni e anni, dato che è possibile vivere una sola volta, ad un certo punto della vita veniva sottratto ad esso per “servire la Patria”. Ma se tutti avessero assolto agli “obblighi di leva”, senza favoritismi o privilegi, come purtroppo succedeva nel Belpaese, ci sarebbe stato un fondo di giustizia a suffragarne l’obbligo, ma ciò non si è mai verificato. False ernie, false insufficienze toraciche e persino false patologie psichiatriche, sono servite a molti per non sottostare all’obbligo militare. Solo una grande marea di fessi ha servito l’esercito. A fare che cosa io no l’ho mai capito; di tutto quello che in dodici mesi ho fatto, niente o poco più di niente aveva una sua utilità, tutto dava l’impressione di essere un gioco scriteriato e una grande spesa, per mantenere in vita un apparato difficile da smantellare, tanto era divenuto complesso e tortuoso nel corso degli anni. Come diceva il mio comandante di compagnia, il bene più prezioso che un uomo possiede è la libertà, quindi esserne privati rappresenta una punizione per qualche comportamento lesivo dei diritti altrui o dell’ordine sociale, reati questi che ne io ne gli altri miei commilitoni ci sentivamo di aver commesso. Fui costretto come tutti quelli che avevano ricevuto la cartolina precetto come me, a fare buon viso a cattivo gioco, accettando di essere militare, e come è nel mio carattere, trarre il massimo giovamento o il minor danno dalla nuova esperienza. Io che ho sempre avuto la passione per le armi e la balistica, la passione per le armi storiche e gli avvenimenti del passato, ebbi la fortuna e la disgrazia, oltre al ruolo di caporale istruttore, di avere in consegna l’armeria di compagnia. Smontare fucili e rimontarli, pulirli e tenerli in efficienza era la mia passione, ma il lavoro era pesante perché era abbinato all’incarico contemporaneo di istruttore, e non mi lasciava che pochi minuti al giorno di riposo. Avevo la stima del mio capitano, ufficiale uscito da Modena, uomo severo e simpatico, con un grande senso pratico come si addice ad un uomo di comando, con una carica di simpatia, che nei momenti nei quali non pesavano le responsabilità, emanava con tutto se stesso, soprattutto nei confronti di noi caporali del “settimo”, che più degli altri lo abbiamo impegnato in uno sforzo educativo, con un contraddittorio logico ed educato, rispettoso del grado e del ruolo di comandante della compagnia che egli ricopriva. Passava tra le reclute il giorno del loro arrivo, e scherzando gridava “sellatemi una recluta, la voglio cavalcare!” Tra i poveri ragazzi che aspettavano di avere una uniforme e di sapere ciò che avrebbero dovuto fare e, sopra a tutto dove fossero “caduti”, si alzava un brusio interrogativo e ci guardavano sgomenti, per poi capire dall’espressione nostra e da quella del capitano, che si voltava sorridendo, che non stava succedendo niente di grave. Non ho mai visto quell’uomo approfittare di nessuna situazione, mai! Neanche nei casi più gravi di insubordinazione, addirittura di risse o atti vandalici, era sempre consapevole che certi comportamenti erano frutto dell’insoddisfazione di gente che in caserma non ci sarebbe mai venuta se non per il precetto. Ho visto quell’uomo dare la ragione ad un soldato contraddicendo persino il comandante di battaglione, o coprire un comportamento non ortodosso, purchè non delittuoso, salvo poi distribuire lavate di capo e consegne d’onore in privato, come faceva mio padre con me da bambino. Una volta ad un ragazzo, dopo averlo redarguito più volte per la sua spiritosaggine fuori luogo disse: “Un uomo lo si può punire privandolo del bene più prezioso, la libertà, ma lei è un bambino, non comprenderebbe, per me la metterei in ginocchio dietro una lavagna, ma qui non ce ne sono purtroppo.” Dopo avvenimenti di questo tipo, cadeva in una sorta di depressione, e a noi caporali del settimo dispiaceva che accadessero certe cose, perché turbavano l’armonia speciale che quell’uomo era riuscito a stabilire in compagnia. Era in licenza matrimoniale quando un sottotenente di complemento, assunse il comando in sua assenza, e nei miei confronti commise un vero e proprio atto di sopraffazione al quale, nel rispetto delle regole mi opposi decisamente, con la conseguenza di subire ulteriore sopruso in una punizione a sette giorni di consegna ai quali non potevo sottrarmi. In cuor mio ero certo che se lo avesse saputo il capitano sarebbe successo qualche cosa. Ero al quarto giorno di consegna, dall’ufficiale di picchetto per firmare la punizione, quando dalla mensa ufficiali usci il capitano che, in borghese era venuto a salutare i colleghi. Mi vide e mi chiese cosa facessi e perché, e dopo avermi ascoltato mi chiese di giurare che fosse vero quello che gli avevo riferito, che per nessun motivo dovevo aver mentito, glielo giurai; “vai a mangiare fuori” mi disse e me lo ripetè più volte quando capi che a me non importava di quello che era successo e non avevo nessuna intenzione di coinvolgere il sottotenente anche se aveva tutti i torti. Andai a cena fuori in un ristorantino un poco migliore di quelli che frequentavamo di solito, quattro giorni di consegna mi erano serviti per risparmiare qualche soldino e potevo permettermelo. Ero seduto da poco a tavola quando entrò il sottotenente. Sorpreso mi guardò e pronunciò qualche cosa che io feci finta di non sentire, e per tutta la cena mi guardò con un sorrisetto compiaciuto e beffardo tipico dei prepotenti smaniosi di potere e di vendetta. Se ne andò prima di me e uscendo dal locale rifece il verso di quando entrò. Ero convinto di essermi inoltrato in un qualche cosa più grande di me, cominciai a pensare che se avessi mentito al capitano, addossandomi colpe e responsabilità che non avevo, con altri tre giorni di consegna tutto sarebbe finito senza strascichi ulteriori. Tornai in caserma tardi , giusto per il contrappello e mi coricai, ma non riuscii a dormire molto. Fin da ragazzino ho sempre cercato di risolvere i problemi, quando era troppo difficile li aggiravo, anche in quell’occasione avrei voluto che fosse successo cosi, ma avevo commesso l’errore di dire la verità ed ora ero preoccupato. Il mattino seguente, dopo l’alzabandiera mi recai in armeria e per tutta la mattina pulii i fucili che erano stati ai tiri in poligono il giorno precedente. Finito di lavorare, a mezzogiorno me ne andai a mensa, e attraversando il piazzale vidi uscire dagli uffici della compagnia il capitano in borghese. Era ancora in permesso matrimoniale e la cosa mi sorprese. Che fosse li per risolvere il mio problema mi sembrava esagerato, non lo ritenevo importante e sopratutto, non credevo in una solerzia di quel tipo. A mensa incontrai il furiere che oltre ad essere mio commilitone, era un amico di infanzia, abitavamo nello stesso palazzo vicino alla ferrovia, io al secondo piano lui al quarto. Da ragazzini giocavamo a saltare le rampe delle scale e girare a volo aggrappandoci alla ringhiera, girando a compasso e saltare di nuovo un'altra rampa: non sempre riusciva. Mi venne incontro sorridendo mentre con i vassoi in mano andavamo a fare la fila, e mi raccontò l’accaduto. Sapeva, per ovvi motivi dovuti al suo incarico, della punizione nella quale ero incorso, e mi raccontò di aver visto il sottotenente entrare nell’ufficio del capitano. Dopo pochi minuti sentì quest’ultimo alzare la voce e fare il mio nome, e poco dopo vide uscire il tenentino visibilmente mortificato in volto, dirigersi alla mensa ufficiali. Dietro di lui uscì il capitano, che anch’io avevo visto uscire, ma che andò a pranzare a casa. Cosa deve aver detto il comandante di compagnia al suo vice, non l’ho mai chiesto e non ho mai voluto saperlo, fatto sta che dal sottotenente non ho avuto mai più fastidi; scuse neanche, ma questo non mi importava per niente. Non avevo ancora compiuto vent’anni ed arrivarono i manifesti che pubblicizzavano il concorso per l’ingresso in accademia, chiesi al capitano se avessi potuto partecipare, mi guardò un po’ e poi mi disse: “vuoi fare la fine che ho fatto io?!” Li per li non realizzai il senso di quella frase, andando avanti nei mesi capii perché mi aveva dato quella risposta. Soffriva per il fatto di dover comandare gente insofferente e svogliata, che avrebbe fatto volentieri a meno di trascorrere un anno fuori di casa, senza paga adeguata (mille lire al giorno), senza rapporto di continuità tra quello che faceva prima e quello che avrebbe fatto dopo tornando in congedo. Poi riflettendo, anche io mi resi conto che il militare non sarebbe stato il mestiere per un carattere come il mio. Avrei dovuto dare rispetto e obbedienza a quella marea di personacce presenti allora nell’esercito, prima di poter giungere ad un punto della carriera in cui anche il mio parere avesse potuto avere un minimo di rispetto dagli altri, sarebbero passati tanti di quegli anni agli ordini di capitani e ufficiali superiori con i piedi piatti e senza la conoscenza della lingua italiana, che la sola idea di questo mi fece desistere dal cercare fortuna nella carriera militare. A quei tempi l’esercito, era un luogo per soli avventurieri, e mi ricordo di aver visto quei poveri ufficiali di accademia, spesso anche laureati e valenti uomini, dover sopportare e spesso dare obbedienza a ufficiali di complemento “firmaioli” e raccomandati, senza dignità ne onore. A suo modo più di trenta anni fa, il mio amico capitano, aveva capito che un esercito deve essere formato da uomini motivati che fanno il militare per libera scelta, retribuiti e rispettati, realizzando quello che io ho visto fare a lui, cioè creare un rapporto di piena collaborazione, nel rispetto della gerarchia ovviamente, e non di subordinazione incondizionata, purtroppo a quei tempi, insensata. Dopo anni dal congedo, ma poi non troppi, fui felice di leggere nelle cronache locali di un quotidiano molto venduto in provincia, che il mio capitano di allora, era diventato generale. Per il ricordo che io avevo di lui e del suo modo di rapportarsi con gli altri, mi sembrò giusto e doveroso che ciò fosse avvenuto, ne era meritevole. Mentre stavo per intraprendere la scrittura di questo racconto, è giunta una telefonata che mi ha informato della morte di un amico, Tiziano. Poco più di un mese fa si è ammalato, di un “malaccio”, tanto grave da non poter essere in nessun modo aggredito chirurgicamente. Dopo trenta tre anni di volontariato a Lourdes, parlando con un amico, ci siamo chiesti se la nostra Signora si fosse dimenticata di lui, o se addirittura lo avesse premiato; mi viene da pensare se sia stato catturato dal destino, o se la Madonnina alla quale era tanto devoto, gli abbia regalato il cielo. Scrivere oltre di lui, non ha nessun significato. Terminato il servizio di leva, che pur essendo io “figlio unico di madre vedova” avevo dovuto sopportare, anche se tra mille difficoltà dovute al lavoro che non c’era, e quando c’era, era meglio che non ci fosse stato, ed al difficile rapporto con la famiglia, ho trascorso il tempo più bello della mia vita. Ormai lontana nel tempo ma mai dimenticata, la piccola avventura quotidiana maestra di vita, tornava qualche sera prima di dormire alla memoria, dolcemente malinconica, a tenermi compagnia nel dormiveglia, prima di incamminarmi nel mondo del sonno. Non dei sogni, visto che di tutta la mia esistenza non ho ricordo che di due o forse tre di questi, e simili tra loro. La mente degli uomini è come un pozzo, stretto e profondo, del quale non si vede che l’inizio e fin dove arriva la luce del sole; raramente si giunge a scorgere il riflesso dell’acqua al chiaror della luna e…, ancor più raramente se ne riesce a stimare la profondità. La parte più profonda e oscura del pensiero umano è inesplorabile, e soprattutto qualora si riuscisse a scorgerla,così come la profondità di un pozzo, sarà impossibile per chiunque al mondo descriverne il buio. Dopo aver trovato un lavoro finalmente sicuro, o così almeno sembrava, ripresi i contatti con un mio coetaneo, interrotti dalla leva militare. Ferruccio fu il primo con il quale ricominciai da dove avevo lasciato, poi vennero gli altri. Egli aveva legato amicizia a sua volta con un giovane di dieci anni più anziano di noi; anziano si fa per dire, noi avevamo venti anni e poco più, Enrico, questo era il nome del nuovo amico, ne aveva trenta. Io lo conoscevo fin da bambino, lo salutavo sempre e qualche volta mi intrattenevo a parlare con lui, sia al caffè che frequentavamo tutti e due, sia in casa mia, quando veniva ad accompagnare o a riprendere sua madre Costanza, amica di mia nonna da sempre. Non ci eravamo però mai frequentati, anche conoscendoci molto bene. Lui era insegnante in un istituto professionale, prima in paese poi in un paese vicino. Era un uomo del quale si parlava solo bene, sia a livello umano sia a livello professionale; era molto stimato da tutti, e godeva di rispetto e ammirazione da colleghi ed alunni. Il caffè che frequentavamo, quello sotto le logge del corso del paese, era un posto speciale. Vi si respirava un’aria di sana goliardia, e le amicizie erano spontanee tra le persone di differente età, come si conviene a luoghi di quel tipo e come si conveniva a quei tempi, quando salutare il padre, o il nonno nel mio caso, non era una vergogna come oggi, bensì un gesto bello e normale, non come quando i miei figlioli, incontrandomi insieme ai loro amici, mi liquidano con un rapido “ciao”. Non so se possano esistere oggi posti “speciali” come lo era quel caffè. In città frequentavo un altro locale speciale, il “bar Faraoni”. Ai suoi titolari ero legato da forte amicizia, Giovanni e Goffredo, persone di rarissima simpatia, con le quali da avventore ed amico, trascorrevo molte delle sere in città prima del servizio militare e dopo, tornato dal quale ero “senza fissa dimora” tra città e paese, un poco da mia madre e un poco dai nonni. Il “caffè di Mario” al paese, era un qualche cosa di diverso dal solito, bisogna aver conosciuto posti come quello ed il suo ambiente per capirne l’essenza. Con le sue belle sedie di paglia a poltroncina ed i tavolini bassi, emanava un senso di calore e simpatia immediati. Era conosciuto anche al di fuori del paese e non era raro che vi fossero spesso avventori che venivano da altre parti, specialmente coppie. Mario era piccolo, magro e scattante come una molla, il vero professionista, quello che nel caffè ci nasce e non si improvvisa, e tanto meno và a scuola per diventare un barmàn, con l’accento sulla a alla napoletana. Una clientela fissa e variegata come in quel posto, io non l’ho mai vista. In quel bar convivevano persone che andavano dall’adolescenza alla vecchiaia, passando per tutte le età della vita con tutti i pregi, i caratteri e i difetti di questo mondo.             C’erano i giovani un poco più grandi di noi, quelli che avevano avuto la fortuna di vivere gli anni del rock-n-roll, con una mentalità completamente diversa dalla nostra, forse anche più dinamici e avventurosi, però erano già “più vecchi!”. C’erano anziani come mio nonno, di tutte le estrazioni sociali, accomunati tutti dal triste evento della guerra. Non di rado si assisteva a racconti di quel periodo e noi ragazzetti, ascoltavamo con interesse scoprendo volta per volta che la storia che avevamo letto nei libri di scuola, non si combinava sempre con i fatti riportati da quei “nonni”. Ognuno rispondeva al proprio ideale politico, e mi accorsi in breve che tutte le ideologie possibili erano presenti in quel contesto, tranne l’ala intellettuale della sinistra che in quel tempo coincideva con l’allora PCI. Nel caffè confluivano più folkloristici e simpatici “compagni”, anche rumorosi e simpaticamente rissosi, che non ho mai visto ne sentito avventurarsi in liti irrimediabili e mai venire alle mani. Poteva succedere che una discussione si animasse e qualcuno perdesse anche la voce a furia di urlare, ma finiva che dopo qualche attimo di silenzio, compostamente e senza preamboli, iniziasse una sfida a briscola e tresette. . Mario transitava tra urla e urlatori senza paura e senza neanche cambiare l’espressione del viso, tanta l’abitudine, e il distacco tipico del professionista imparziale e disinteressato. Gli intellettuali di sinistra, (pare che questa categoria, gli intellettuali, appartenga solo alla sinistra) e i partigiani era raro che partecipassero alla vita del caffè che frequentavo io, ce n’erano alcuni, ma erano originari di altri luoghi, e le loro storie le avevano lasciate dietro di loro e mai parlavano di politica o si intromettevano in certi discorsi. Noi eravamo divertiti dalle buffe diatribe alle quali assistevamo, e molte cose sulla politica, le abbiamo imparate da questi reduci. Durante le partite a carte “riparatorie”, ogni tanto si sentiva ironicamente e sottovoce uno o l’altro dire “fascista”, oppure “patriotta”, ma erano gli strascichi polemici senza conseguenze della litigata precedente. Mio padre si professava fascista, ma vivendo con lui non ho mai assimilato l’uomo violento al fascista, e mi sembrava strano e incomprensibile quello che si raccontava sul fascismo e i suoi partecipanti. Alcuni anni or sono, passeggiando da solo dopo cena per il paese prima di rientrare e coricarmi, lontani dalla guerra e dai conflitti politici da essa generati, una bella serata d’inizio autunno calda e dolce, un anziano signore che conoscevo bene, famoso comunista coetaneo di mio padre, mi fermò e mi parlò. Anche lui era solito passeggiare dopo cena, chino in avanti e con le mani sulle reni, assorto in chissà quali pensieri, e quella sera invece di salutarmi come al solito, gentilmente e con un sorriso, si fermò e mi parlò come se da molto tempo era che voleva farlo. “Se ti parlano male di tuo padre, non devi crederci, era bravo e buono, gentile ed eravamo amici…” e continuò a raccontarmi della gioventù e dei loro guai, delle loro poche gioie, e delle molte tristezze del loro tempo passato; mi trattenne per più di mezz’ora senza annoiarmi, era simpatico, io già lo conoscevo ma non avevo mai trattato argomenti più importanti del tempo che fa, o della cena o del pranzo. Poco tempo dopo, attraversando la strada, appena sceso dal marciapiede, fu investito da un auto, e dopo alcuni giorni morì in ospedale per i postumi dell’incidente. Quella sera, io ero a passeggio come al solito e vidi in lontananza l’ambulanza che stava caricando qualcuno. Quando fui vicino questa stava già ripartendo. Chiesi chi fosse stato vittima dell’incidente e con amarezza seppi che era il simpatico amico di mio padre. Mi rincuorò il fatto che gli intervenuti sentirono l’uomo parlare e rassicurare tutti sul suo stato; invece …poi….! Si chiamava Germain, credo(in paese Germè). Dedussi dai racconti di Germè quella sera, che il conflitto sociale era stato costruito ad arte dalla politica, dall’alto della politica per potersi aggrappare all’odio e all’ignoranza da usare come combustibile, carburante per la discordia tra cittadini, e che dai conflitti di alcuni, traggono vantaggio gli avventurieri e i furbi di ogni natura. I nostri politici si sono dimostrati addirittura peggiori! Nel caffè di Mario, c’era di tutto; come avrebbe detto il direttore di un circo presentando lo spettacolo, “assisterete a uno spettacolo di varia umanità!” ed era vero! Lo facevamo arrabbiare spesso il povero Mario; povero perché non lo meritava, tanto era gentile con noi. Era simpatico per propria natura, senza sforzi inutili, spontaneamente riusciva simpatico al primo approccio a chiunque lo conoscesse. I personaggi che ornavano quell’ambiente sono irripetibili in ogni altro luogo, che di certo ne ha e ne avrà avuti di propri, ma nessuna similitudine e nessun accostamento è mai possibile. Narratore preciso e fedele di tutti questi caratteri e personalità speciali, che oggi fanno parte solo dei ricordi, è stato il grande regista Federico Fellini nei suoi film. Nei pomeriggi estivi, bevendo qualche cosa, o dopo aver preso il caffè, discutendo con quello o quell’altro astante, si veniva a conoscenza di fatti e avvenimenti di ogni tipo e di origine diversa, talvolta tristi, ma più spesso buffi e divertenti, anche se nati in circostanze drammatiche come la guerra. C’erano due simpatici uomini, molto differenti tra loro, sia nell’aspetto sia nei modi di relazionarsi con gli altri, tutti e due erano “portatori sani” di una carica di simpatia unica. Fernando era già settantenne quando tornai dal militare, di alcuni anni più giovane era Enzo. Tutti e due erano stati soldati in guerra. Tutti e due sostenuti da un patrimonio familiare di rilievo, chissà come e chissà perché, furono militari in uno dei luoghi più famosi al mondo, ma non per gli eventi bellici, ma per l’attrazione turistica che rappresentava in passato, e ancor oggi. Cannes! Fernando fu richiamato in guerra con il grado di tenente, essendo stato sottotenente durante la leva obbligatoria, anni prima, come si conveniva ad un appartenente a famiglia ricca e facoltosa. Enzo era invece autiere. Notai presto che i due si evitavano, non si rivolgevano ne il saluto ne la parola. La cosa poteva anche passare inosservata se il luogo dove vivevamo tutti, fosse stata una grande città, e il caffè fosse frequentato da una sola clientela di passaggio sconosciuta e frettolosa, ma trovandoci in un paese piccolo dove tutti si conoscono, e in uno dei due soli caffè che c’erano in quel periodo, non accorgersi dell’indifferenza forzata tra i due, era impossibile. Sapendo dell’attrito che c’era tra i due, con discrezione cercavo sempre all’occasione di domandare cosa fosse accaduto anni prima, senza avere mai da Fernando nessuna spiegazione. Non rispondeva affatto e si comportava come se non avesse sentito. Enzo invece era più sciolto e alla mano, e sorrideva compiaciuto quando gli domandavamo, io e gli altri amici, che cosa fosse accaduto durante la guerra. Da Fernando non avemmo mai una versione dei fatti, quindi è da ritenersi veritiera quella che tutti sanno, cioè quella di Enzo. Le cose devono essere andate presso a poco così.             Cannes era sede di una postazione di artiglieria, che li era per far fronte ad un eventuale avvicinamento da parte di navi e sommergibili “alleati”, e in caserma non dovevano esserci più di tanti uomini, se non quelli necessari all’uso delle armi in dotazione atte all’uso sopra descritto. Comandante era un certo colonnello, che ricorreva nei racconti di Enzo, di sicuro c’erano altri ufficiali e sott’ufficiali, come è immaginabile che ce ne fossero. La grande passione di Fernando per le donne, trascinavano il tenente spessissimo fuori dalle mura dello caserma. Tornare tardi o per niente, a meno che non fosse di servizio, era l’abitudine di quel giovanotto ricco e graduato. Probabilmente il comportamento non toppo ortodosso tenuto da Fernando non era gradito all’ufficiale superiore comandante della postazione, e quest’ultimo aveva minacciato già tante volte di spedirlo sul fronte russo se non si fosse adeguato alle regole e alla disciplina, ancor più vista la situazione di guerra e il delicato incarico che quella postazione sosteneva. Ogni volta che il tenente tornava a casa in licenza, rientrava in caserma con qualche “pensiero” per il comandante, allo scopo di tenerlo buono, di addolcirlo. Una notte, reduce da qualche avventura amorosa, stanco e frastornato, Fernando si accorse guardando verso il mare, che c’era uno strano movimento nelle acque antistanti la postazione di artiglieria, e senza pensarci tanto ordinò rapidamente di aprire il fuoco contro quegli oggetti galleggianti che aveva visto rientrando. “Dopo pochi minuti, eravamo tutti di fronte al plotone di esecuzione, avevamo sparato ai nostri alleati Tedeschi, che con largo anticipo avevano già comunicato il loro arrivo agli ormeggi nel mare di Cannes”; questo diceva sempre Enzo quando raccontava l’accaduto, e “non ne sapevo niente, pensavo fosse il nemico”, fu la giustificazione di Fernando. Rientrando, non si era preoccupato di informarsi se fossero giunti fonogrammi o altri tipi di comunicazioni, che spiegassero la presenza delle imbarcazioni in zona, stanco e assonnato, in preda al panico, aveva ordinato il fuoco, ma se avesse perso un attimo e si fosse informato, avrebbe scoperto che l’arrivo di quelle navi o sommergibili, era noto già in caserma. Questa volta in Russia ci sarebbe andato per davvero. Conoscenze, raccomandazioni e regali, lo salvarono di nuovo. Rientrando da una licenza a casa, portò con se diversi regali per il comandante, e tra questi un bel prosciutto nella sua cesta. Non trovandosi in caserma il colonnello, appese il coscio stagionato nel suo elegante involucro, in un luogo che credeva sicuro. Ma ciò non fu; Enzo ed altri, accortisi di quel ben di Dio, con discrezione in pochi giorni fetta-fetta, lasciarono al chiodo la cesta con il solo osso dentro. Al colonnello non rimaneva, oltre all’osso che non apprezzò affatto, di riproporre il tenente un’altra volta per il fronte russo. Ma il nostro amico si salvò di nuovo. Quando si è ricchi, e Fernando lo era, tutto si può ottenere, e noi italiani purtroppo, non siamo esenti dal corrompere o essere corrotti. Tra Enzo e Fernando si diceva in paese, che non corresse buon sangue neanche prima della guerra, e che sia l’uno sia l’altro, non cercassero altro che le occasioni per farsi dispetti e scorrettezze. Ad ogni modo, la guerra che hanno fatto questi due non è come quella di mio nonno A. chi non ha mai visto un reduce, un mutilato, chi non ha avuto parenti e vicinanza diretta con certi avvenimenti e storie di sofferenza, può anche sorridere a certi racconti. Sembra che la guerra, o gli uomini che ordinano di fare la guerra, abbiano scelleratamente scelto luoghi da distruggere ed altri luoghi da salvaguardare e proteggere come se ciò derivasse da scelte prese in comune tra i belligeranti, alla faccia di chi deve combattere e morire. Mio nonno raccontò di come una notte per non lasciare tracce e non farsi catturare dal nemico, con altri commilitoni “dormì” aggrappato a delle fascine di legno, immerse nel fiume con l’acqua gelida che scorreva sotto, e gli bagnava le reni, e di come il mattino seguente, andandosi a nascondere in mezzo alla vegetazione sulla riva dello stesso fiume, seguì i lamenti che giungevano da un anfratto e scorse un povero ragazzo, presso a morire, che con l’ultimo fiato si lamentava per il dolore, senza più le gambe. Riferitolo al tenente, si senti rispondere di lasciarlo dove era, perché non sarebbero riusciti a portarlo con loro,…. tanto sarebbe morto.
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