5 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
Dopo i primi tempi di rifrequentazione con gli amici dopo il servizio militare, trascorsi a raccontare i vari avvenimenti di quel lungo periodo di cattività in uniforme, cercando compassione e comprensione come reduci della grande guerra, si instaurarono rapporti stabili, con incontri a certi orari, non prefissati ma oramai di consuetudine, dopo il lavoro e nei giorni di festa. Con Enrico e Ferruccio mi trovavo da Mario quasi sempre la sera dopo cena, per via del lavoro di ragioniere che mi occupava fino a tardi. Di solito ero stanco e assonnato per via dei molti chilometri in auto e del lavoro tra i numeri nelle aziende, ma il clima di allegria che mano a mano si creava ogni sera, mi ridavano carica finchè, molto tardi ci ritiravamo tutti. Enrico era divenuto nostro amico, non ostante più grande di età, per il suo carattere allegro e burlone che di certo non lo avvicinava alle persone della sua età. Intellettuale raffinato, aveva molti amici insegnanti con i quali oltre al lavoro trascorreva del tempo, quel tempo nel quale non era con noi. Non ci trascurava mai quando era a conversazione con i suoi colleghi, ma eravamo noi che correttamente cercavamo di non essere di troppo allontanandoci. Spesso ci invitava a rimanere, perché ci riteneva abbastanza maturi per partecipare a certe discussioni, ma anche a lui piaceva di più ridere e scherzare, piuttosto che nuotare nel mare delle cose serie, se non ce ne fosse stato bisogno. Era di una simpatia unica, aveva una battuta per ogni occasione , e soprattutto amava ridere. Era appassionato di automobili, e possedeva una delle più belle macchine mai viste, la Citroen DS, quelle che molti chiamavano “ferro da stiro”, altri “squalo”, che negli anni ottanta era ancora un’auto molto “vista” e di lusso, per divenire oggi auto d’epoca più a riposo nei garages che in giro per le strade. Tutte le sere si parlava al caffè di tutto, e lui diceva ridendo “noi non sappiamo tutto, noi sappiamo di tutto un po!”; ne seguiva una gran risata finchè non sopravveniva qualche altra battuta, qualche altro motivo per ridere di nuovo. Le domeniche e gli altri giorni di festa, con la sua macchina meravigliosa, con gli interni in lussuoso e confortevole velluto rosso, partivamo per andare a consumare il cioccolato caldo in un posto o a mangiare il “babà” nella famosa pasticceria di…. Per poi tornare a casa all’ora di cena, e rincontrarci dopo aver mangiato per chiudere tra battute e risate il giorno di festa. Ognuno teneva i suoi problemi per se, ogni elemento di disturbo veniva accuratamente evitato, affinché quell’atmosfera magica non venisse meno. Quando ce ne andavamo per paesi, a bere caffè o a consumare pasticcini, con questi amici “quasi” nuovi, o comunque ritrovati, mi sembrava di rivivere le avventure giornaliere di quando bambino e poi ragazzino, andavo per i campi o al vecchio deposito delle FFSS insieme a M. e S.. la differenza era minima, si è sempre bambini quando si gioca, e il tempo che ho trascorso insieme ad Enrico è stato un bel tempo. A volte era irreperibile per qualche giorno, ovvio che un uomo di trent’anni, abbia più impegni e obblighi e bisogni, di un ragazzo di venti. Una volta che rimasi dopo il lavoro in città, lo incontrai al bar Faraoni, e scoprii il motivo di alcune sue assenze, non dovuti ai consigli d’istituto o ad impegni familiari. Vidi una bella ragazza che non conoscevo, ma riconducibile ai racconti che Costanza, sua madre aveva fatto a mia nonna. Ovviamente non chiesi e non volli sapere chi fosse quella persona, e giustamente Enrico non me ne parlò. Nei giorni successivi notai un riguardo nei miei confronti e nella discrezione che avevo dimostrato, della quale fui onorato. Era troppo allegro e festoso quell’uomo, per poter trascorrere del tempo con gente della sua età, sposata e con problemi diversi e distanti dai suoi, o parlare di calcio ininterrottamente per ore o di politica, per poi finire inevitabilmente nel budello senza luce del disaccordo se non dell’odio, che certi argomenti possono creare. Era divertente tutte le sere prendere quel caffè da Mario, che soffiava nella tazzina come se veramente caffè ci fosse, e che invece aveva riempito di buon Brandy, sperando che sua moglie non se ne accorgesse. Per questo essendo più basso di lei, Mario saliva sulla pedana dietro al bancone, ma l’odore del liquore spesso lo tradiva. Sua moglie si arrabbiava e lo rimproverava ad alta voce, senza cattiveria, ma veemente e sicura; allora Mario calmo e impassibile si allontanava, e scendeva nel deposito cantina del caffè, accessibile dall’esterno, per tornare con un numero di bottiglie in mano per nessun altro essere umano possibile da tenere. Solo a lui riusciva! Era di una simpatia più unica che rara. Appassionato di carte, aspettava che ci fosse un poco di calma per giocare, per fare una partita con quelli che erano i suoi amici “antichi”, i suoi coetanei o vecchi commilitoni. Con Ferruccio avevo frequentato la seconda e la terza media, poi tutti i sabati e le domeniche, che trascorrevo in paese durante le scuole superiori, ero con lui. Oltre alla grande varietà di battute e “fregnacce” che eravamo soliti “sparare”, ci accomunava la passione per la Porsche ed i sogni ad essa connessi. A volte si intavolavano racconti di fantasia talmente realistici e così ben esposti e ricchi di particolari, partenze e ritorni, da far credere a chi non ci conosceva che stavamo parlando seriamente. Non so perché, pur avendo un prodotto nazionale come la Ferrari, noi avevamo questo debole o addirittura affetto per un marchio straniero. In città abitavo vicino ad un amico che aveva altri tre fratelli, il più grande dei quali è oggi settantenne, giovane ma già maturo a quei tempi, possedeva una Porsche nera, per la quale andavo matto, e tutti i sabati e le domeniche ne parlavo con Ferruccio. Lui ad un certo punto coniò una frase che ci è rimasta in mente, e spesso e volentieri la riesumiamo per ridere, e ci siamo accorti che molti amici di allora se la ricordano, e partecipano volentieri ai revival. La frase nacque in uno scherzo che facemmo a delle ragazze, raccontando di un giro che avremmo dovuto fare la domenica successiva, ma saremmo tornati sicuramente in tempo per un appuntamento, proprio perché viaggiavamo veloci e sicuri con la nostra auto. “Con la Porsche due ore e siamo qua, si cena a Marotta e si dorme a Fano!” All’apparenza sembra tutto regolare, ma geograficamente Marotta si trova più a sud di Fano, quindi secondo Ferruccio noi, avremmo viaggiato in direzione sud verso casa per cenare in un posto, e tornare nuovamente indietro verso nord per trovare un albergo e dormire. La descrizione può sembrare complessa e macchinosa, ma quando Ferruccio pronunciò la frase, dopo un naturale attimo di sgomento, tutti capirono che si trattava di una recita, e fummo invitati senza preamboli a viaggiare per “quel paese!” peccato! perchè seri ed eleganti, eravamo riusciti ad essere credibili. La geografia si studiava con serietà in quegli anni settanta, oggi molto meno. Uno studente di ingegneria, figlio di un amico e collega di lavoro, tempo fa doveva recarsi in Abruzzo, e precisamente a “Grosseto”. Lo sanno tutti che Grosseto si trova in “Piemonte!?!?”(Toscana) Questa battuta ricorreva spesso quando con Enrico, si elaboravano gli itinerari delle uscite domenicali, e ne seguiva sempre una risata. Il bello e il divertente, è sempre nelle cose semplici, cercare diversivi nuovi, diversi e complicati da realizzare, quasi sempre avvicina il divertimento e il tempo libero ad un lavoro, e noi il giorno di festa o semplicemente dopo il lavoro, cercavamo il massimo risultato con il minimo impiego di mezzi. Purtroppo il tempo che passa cambia le cose, troppo spesso le trasforma in modo irriconoscibile. Oggi la porsche ha subito l’onta del gasolio, segno dei tempi che cambiano e del mondo che inesorabilmente sta finendo. Il bel mondo! Enrico era di una eleganza fine e ricercata, fatta di abiti o semplicemente pantaloni abbinati a giubbini o pullover bellissimi e unici in paese. Anche a me piaceva vestire, ma non riuscivo nell’intento di essere al suo livello. Mi diceva sempre “tu sei ben vestito, ma non elegante”; non riuscivo a capire che cosa volesse dire, e altre volte mi diceva “ti copri e non ti vesti”. Diventava sempre più difficile per me capire cosa volessero dire quelle frasi, fin quando non cominciai a rendermi conto che certi abiti, si indossano con la stessa spontanea naturalezza in ogni luogo e in ogni momento. Ero sempre in auto o in uffici polverosi durante tutta la settimana, e vestirsi in un certo modo e con abiti costosi, mi costringeva a delle attenzioni esagerate per gli impegni che dovevo svolgere. Solo osservando Enrico, pian- piano ho cominciato a capire che con qualsiasi abito e in qualsiasi luogo, si è eleganti quando non si da nessuna importanza a ciò che si indossa, e per nessun motivo ci si deve vestire con abiti costosi e raffinati se non si ha l’intenzione di averli addosso con la stessa non curanza di abiti più semplici ed economici; “benvestiti possono esserlo tutti, ma l’eleganza è uno stato dell’anima”. In effetti era vero quell’insegnamento, e mi resi conto di portare in giro una certa eleganza proprio quando iniziai a vestirmi con begli abiti senza stare a guardare né il posto né il momento in cui li indossavo. E mi resi conto che tra l’essere ben vestiti e no, non c’è nessuna differenza, nel senso che vestiti in un modo o nell’altro sempre di casa bisogna uscire al mattino, quindi valeva la pena di farlo nel modo migliore. Così, iniziai a mettere giacca e cravatta non solo il sabato e la domenica, ma quando ne avevo voglia, a volte anche tutti i giorni. Acquistai da una sartoria artigianale, che lavorava molto bene a prezzi molto onesti, degli abiti e diversi “spezzati” come si usava dire, e vestivo ormai tutti i giorni come un “vero ragioniere”, con grande gioia di mia nonna che vedendomi lasciare indietro i jeans per gabardine, lane pregiate e belle cravatte, finanziò diversi acquisti. L’approvazione del mio amico venne da se senza tante parole, ma solo con sguardi compiaciuti e qualche leggera ed “elegante” pacca sulle spalle. Fu in quel periodo che irrefrenabilmente, mi venne la voglia di divenire cacciatore. Ferruccio aveva sperimentato per poi abbandonare. Io avevo da sempre una gran passione, ma un poco per pigrizia, un poco per gli impegni che avevo, rimandavo in continuazione l’acquisizione della licenza. Praticare l’attività venatoria, non mi impediva però di coltivare le amicizie solite, e potevo andare per campi, valli e colline come avevo sempre desiderato. Quindi!... L’impossibilità per motivi di spazio di tenere un cane, mi ha sempre imposto di cacciare con altri cacciatori che ne avessero uno, ma presto salvo rari casi, ho cacciato sempre da solo. La caccia è un momento di intimità irripetibile tra se stessi e la natura circostante, così unico e non assimilabile a nessuna attività ricreativa in comune; praticarla insieme ad altri, anche i più cari amici, può trasformarla in una stupida e grossolana gara di tiro o in un ridicolo sfottò sulle capacità venatorie proprie e del proprio cane, che non hanno in comune niente con la meraviglia dell’alba, del tramonto, della cattura sofferta e tanto desiderata da divenire vana una volta ottenuta. La caccia non è come la pesca, un pesce lo si può liberare nel fiume o nel lago, un fagiano, una lepre, o qualsiasi altro animaletto, dopo aver premuto il grilletto ed averlo colpito a morte, non può tornare in vita. Occorre essere decisi e motivati, altrimenti, non si può essere cacciatori. Raccogliere un animale morto, una creaturina che viveva qualche attimo prima, non può essere un momento che si viva senza un sentimento minimo di compassione o qualche cosa di simile. La passione per la caccia non esclude che il vero cacciatore, provi un senso di colpevole rimorso per l’atto violento che compie. E’ difficile spiegare come si divenga cacciatore, è molto difficile far capire a chi non senta il richiamo di questa attività, come ad un tratto si senta il bisogno di solcare le maggesi e i prati e le macchie, in cerca del selvatico della stagione o di quegli animaletti che vivono stabilmente sul nostro territorio. Svegliarsi presto (questo non è mai stato un problema per me), sopportare il caldo e il freddo a seconda delle stagioni, camminare e sudare, e qualche volta tornare a mani vuote, e soprattutto pagare anche una tassa per sopportare il sacrificio è incomprensibile per molti. Altri se ne fregano e rimangono indifferenti di fronte alla passione altrui, e altri ancora, la osteggiano e se possono la ostacolano in ogni modo. Quando mi sono avvicinato alla caccia, non avrei mai immaginato quanto odio ci fosse nei confronti dei cacciatori e tra cacciatori stessi. La stessa cosa mi è capitato di incontrarla quando sono entrato nel mondo degli archi e dell’arceria. C’è gente intellettualmente onesta che sente giusta compassione nei confronti di animali liberi e tutto sommato indifesi, e la manifesta con candida ingenuità, a volte con giusta ma educata indignazione. Ci sono i giovani e i bambini, ma anche tanti adulti che vivono in realtà molto lontane da quelle rurali, e non hanno mai visto tirare il collo ad un pollo o scannare un agnello, e che non hanno mai assistito alla morte del maiale. Tutti si nutrono però di queste bestioline sotto forma di arrosti, bolliti e insaccati; chi si reca in macelleria o in salumeria non torna con il pensiero indietro all’origine delle carni, fresche o in ogni modo conservate, non pensa ad esempio quando consuma un uovo, che questo è prodotto da una gallinella, che quando non produrrà più per sopravvenuta vecchiaia, verrà soppressa povera “cocca”, e se ne farà del buon brodo o della gustosa galantina.             A proposito della gallina si scherzava spesso sul fatto di erigerle un monumento bronzeo per la fedeltà e l’utilità ed ancor più la longevità nel servire l’uomo. Poverina, dopo anni di servizio devoto, dopo aver prodotto un ovetto al giorno o quasi, per un anno o forse di più, quando esausta dopo centinaia di uova, diviene improduttiva, viene trasformata in profumato e fumante brodo e carne lessa: grazie gallinella! Una fetta di buon salame o di prosciutto nel panino, all’origine erano un maiale vivo. Il fatto che noi esseri umani ci nutriamo di carni e prodotti provenienti dall’allevamento animale, non giustifica però a detta di molti, l’attività venatoria. Credo di essere in linea con questa opinione, capisco il concetto. Nutro profondo rispetto verso atteggiamenti critici ma equilibrati, ma sono stato costretto a constatare che la maggior parte delle critiche, sono in malafede e politicamente articolate. Esiste una grande quantità di persone che in buona fede si schiera contro la caccia, seguendo però un esiguo gruppetto di furbi, che sfruttano la buona fede di cui ho già detto, e l’emotività di uomini e donne che ahimè, non possiedono capacità di critica ed un pensiero autonomo. Si tratta purtroppo di “ambientalisti”, così si fanno chiamare da tanti anni oramai, che hanno fatto fortuna e carriera sfruttando l’onestà e troppo spesso la pigrizia di tanta gente, generando discordia se non addirittura odio in molti casi, tra persone perfino all’interno delle famiglie. Da molti anni non caccio e credo che non tornerò a cacciare a breve termine, ma non per motivi di coscienza o per assurda e ipocrita compassione verso gli animali, per i quali nutro un rispetto sacro. La passione per la caccia è per me un richiamo che non riesco a decifrare, non sento il bisogno di spiegarlo al prossimo, le emozioni e le delusioni, i piaceri e i dispiaceri che si provano cacciando, non appartengono che a me, e fino a poco tempo fa, credevo ingenuamente che gli altri cacciatori pensassero come me. Mi sono sbagliato! Il moderno praticante dell’arte venatoria, nella più parte dei casi altro non è che uno sparatore scriteriato, incosciente e sporcaccione. La tristezza che provavo andando per fossi e prati, nel vedere a terra decine di bossoli, mai raccolti, abbandonati a memoria postuma di imperitura ineducazione e mancanza assoluta di rispetto verso gli altri, mi ha fatto desistere, insieme ad altri motivi, dall’uscire in campagna con lo schioppo in spalla. Decine di volte, nell’imbattermi nei bossoli abbandonati sul terreno, ho sentito il dovere di raccoglierli e portarli a casa per gettarli nell’immondizia, e contemporaneamente ho pensato a quanto fosse scemo, oltre che maleducato, colui che mi aveva preceduto in quei luoghi. Lasciare in terra la prova che si è sparato, non fa altro che suggerire agli altri, che quel posto è un buon posto, quindi…! Senza parlare poi della volgarità dei moderni fucili per la caccia. Anch’essi vistosamente contaminati dalle materie plastiche. Il cacciatore chiede al produttore un’arma leggera, che non lo “affatichi” poverino, ed ecco allora l’industriale dell’arma venirgli incontro con fucili in titanio, ergal, ed altri materiali a me sconosciuti, oppure un moderno accorgimento che non provochi un fastidioso “rinculo” al momento dello sparo. Mi sembra giusto che un tiratore di piattello o di piccione, la dove si possa ancora sparare al colombiforme, vista la quantità di munizioni sparate in allenamento e in gara, cerchi un arma dal tiro confortevole, poco stressante. Mi sovviene di un armaiolo molto famoso in città ed oltre, Giulio, che oltre ad essere commerciante d’armi, era anche un ottimo tiratore. Non poche volte si era presentato sui campi di tiro sprovvisto di fucile, e se ne faceva prestare uno da qualche amico, e con un fucile non suo, costruito su di un’altra “spalla”, otteneva ugualmente ottimi risultati. “il legno e l’acciaio, non si piegheranno mai verso di te,” era solito dire: “sei tu che ti devi piegare sul fucile!” Altri tempi. Ma un cacciatore che spara in confronto ad un tiratore pochissime munizioni, quando si affida ad un fucile, senza nessun carattere, senza nessuna poesia, scade nella volgarità assoluta. Ho visto vecchi cacciatori, vecchi per dire anziani, molto anziani, andare per campi e fossi con armi di antica “foggia”, che rasentano i quattro chi, e con canne lunghe anche settantasei centimetri, nella migliore tradizione di inizio secolo scorso. Sento profonda compassione per quei giovani palestrati e aitanti, che cacciano?... con in mano un moderno e leggerissimo schioppo, senza nessuna attrattiva, ne per tecnica costruttiva ne per eleganza estetica, tipica dei bei fucili del passato, magari pesanti e difficili da maneggiare, ma carichi di un fascino unico ed inimitabile, con le loro incisioni abrase e consumate per l’uso tra macchie e fossi, ma pur sempre testimoni infallibili di un tempo in cui tutto era buonsenso e il buonsenso era tutto!... I tempi cambiano! Ma al di la di tutto, la nostra legge concede al cacciatore di solcare le proprietà altrui e questo solo per l’esercizio venatorio. Io posso attraversare il terreno di una persona che non conosco, solo per soddisfare la mia passione. In tutto il mondo ciò è impossibile, la proprietà che in ogni altro caso è inviolabile e sacra, nel nostro Paese deroga all’attività venatoria. Tempo indietro a tale proposito nacque una diatriba, che da seria divenne in poco tempo seriosa, per poi divenire ridicola prima di essere del tutto volutamente abbandonata. Come da tradizione, sollevato il problema di legittimità nell’attraversare le terre altrui per cacciare, messo in evidenza l’articolo del codice che sosteneva tale diritto, molti si sono sentiti il dovere di cavalcare la tigre, ed anche il vecchio e romantico “latino”, venne tirato in ballo. Nelle armerie e presso gli artigiani del fucile, i cacciatori a raccolta, discutevano del problema che qualcuno aveva posto in essere, riguardo alla proprietà della selvaggina, se questa fosse proprietà del titolare del fondo, sulla quale questa stazionava e si nutriva, o se fosse “res nullius”, cioè proprietà di nessuno, o come certamente era, e cioè proprietà dello Stato, che dietro abilitazione, autorizzava al prelievo chi fosse legalmente “licenziato”. La legge inequivocabilmente poneva la selvaggina nello stato di “proprietà indisponibile dello Stato”, si commetteva quindi reato impossessandosi della stessa al di fuori della legge. Io che non sapevo di latino e ancora non ne so, come le mule del Trabucco, pensai bene di informarmi per capire di cosa si parlasse. Scoprii chiedendo consulenza ad un amico pretore, che nel diritto romano, la selvaggina apparteneva certamente al proprietario del fondo, perché in quel luogo viveva, si nutriva e si riproduceva. La selvaggina migratoria, che per ovvi motivi non era presente stabilmente sul fondo, non apparteneva al proprietario di questo, ma i suoi prodotti, uova e pulcini, in quanto nati sul terreno erano assimilabili alla selvaggina stanziale, cioè gli appartenevano. Con “res nulluis”, si intendeva dire che il selvatico, diveniva proprietà di chi ne prendeva per primo possesso, in vario modo, cattura o uccisione, ma sempre dopo aver ottenuto l’autorizzazione ad entrare nel fondo stesso e a cacciare dal titolare del diritto reale di godimento. Tempo dopo, venne sostituita la legge con una più “giusta e moderna”, che non ha cambiato niente, e presto verrà sostituita da un’altra legge ancora più “giusta e più moderna”, che di sicuro non cambierà niente, se non aumentare le chiacchiere faziose e sterili di tanta gente. L’astio e il disaccordo tra i cacciatori, e non meno decisivo il comportamento indecente di alcuni di essi, non ha fatto altro che favorire la crescita dell’ambientalismo ignorante e becero, gettando benzina sul fuoco del disaccordo sociale e politico tipico del nostro Paese. Nacquero addirittura dei partiti, che fecero della natura un ostaggio della politica. Per fortuna sono scomparsi, c’è voluto tempo ma la gente ha intuito lo scopo finale dei partiti”verdi”: sedere nei vari parlamenti, e ricevere stipendi e vitalizi successivi, senza arrecare nessun beneficio ne alla natura circostante e tanto meno alla politica, che con essi si arricchì di altri inutili e dispersivi partitini. Conoscere la natura è difficile per gente che sacrifica anni di studio universitario nelle facoltà ad uopo, che con immenso sacrificio e spesso derisi e osteggiati da molti, lavorano senza mai togliere scarponi, stivali e impermeabili; è difficile per chimici, fisici, geologi, zoologi ed altri che al momento non mi sovvengono, mentre all’improvviso diviene facile e chiara ad laureato in giurisprudenza che mai ha fatto l’avvocato o altro, ad un laureato in scienze della comunicazione, che francamente mi chiedo spesso che laurea sia (laurea in merendine, dicono alcuni) e a che cosa serva, se non a rallentare il flusso di gente verso il mondo del lavoro ormai saturo da tempo. Vietare il taglio dei rovi e di altre erbe infestanti, vietare l’abbattimento di querce ed altre essenze senza conoscere né i pro né i contro di eventuali protezioni o abbattimenti. Senza poi parlare delle Regioni (lettera maiuscola anche se non lo meritano) che hanno potere legislativo dietro leggi guida dello Stato centrale, divenendo un doppione di esso, ed emanando incomprensibilmente leggi tutte diverse da una Regione all’altra, pur derivando tutte da una stessa legge quadro. Così è possibile abbattere una quercia in Molise e non è possibile farlo nel vicino Abruzzo (poniamo). Se mio nonno Nazareno, tornasse in vita e gli venisse vietato di tagliare i rovi ai lati dei campi non so immaginare che faccia, che espressione farebbe. Lui che nella miseria, mescolando rovi secchi legati a fasci, insieme alla paglia e a qualche pezzetto di legno raccolto vicino al fiume, riusciva a scaldare il forno e a farci il pane. E raccontava mia nonna che il pane (nero) era cosi buono che una ricca donna del paese, andava spesso a scambiare il suo pane bianco con quello grezzo e nero di nonno Nazareno, tanto gli piaceva. Se tornasse quel vecchietto chino su se stesso per la stanchezza e l’osteoporosi, riuscirebbe a capire che raccontando balle sui rovi e alcuni alberi, si possa vivere una vita da ricchi e riveriti? Nonno Nazareno mangiava carne quando in inverno, catturava passeri ed altri uccelli, con il vecchio sistema della tavola sorretta da un’assicella di legno, posta vicino al fienile, dopo aver tolto la neve e messo qualche acino di grano come esca, riuscirebbe a capire che facendo oggi quel tipo di cattura sarebbe fuori legge? Chissà!? Da quando costruisco archi e frecce non riesco più a vedere la caccia come prima. Ho cominciato a ragionare in modo diverso e credo più cosciente. Uccidere con un fucile o con un arco, non fa nessuna differenza, ma mutano di gran lunga le regole, e l’ingaggio della competizione tra uomo e animale cambia totalmente. Lanciare frecce con un arco è tutt’altra cosa che lanciare pallini o palle asciutte con “polvere da lancio”. L’arco impone un avvicinamento alla preda che non si rende necessario con l’uso dell’arma da fuoco, e per quanto l’arciere possa essere veloce, dovendo doppiare il tiro, non raggiungerà mai la velocità del cacciatore con il fucile che, mancando il primo colpo non ha che da tirare nuovamente il grilletto ed il gioco è fatto. Avvicinarsi ad un animale nel suo ambiente vuol dire essere abili e freddi, saper capire il vento per non avvertire il selvatico del proprio arrivo. Bisogna essere dotati di buon allenamento e di buon fisico, soprattutto in inverno quando bisogna coprirsi ed inevitabilmente si suda, camminando cercando di districarsi nella vegetazione. Aspettare un cinghiale allo scoperto, oppure un capriolo (la cui caccia è vietata per sconosciuti motivi) vuol dire essere quasi sempre fuori tiro ed essere “fiutati” con molto anticipo, e soprattutto significa cacciare di notte, perché salvo rari casi, è di notte che gli animali del bosco escono allo scoperto per nutrirsi. Difficilmente tornerò a caccia, l’ho già detto, ma sentendomi sempre nell’intimo un predatore, forse un giorno lo farò: ma non con un fucile, bensì con un arco! un arco costruito da me, con delle frecce costruite da me, con delle punte anch’esse costruite da me. E soprattutto, non caccerò animali che poi non mangerò; e non caccerò piccoli uccelli, e non perché con un arco sia impossibile, anzi allenandosi…, Quando si arriva alla passione, e si intraprende la grande avventura di farsi un’arma da soli, capita sovente di cadere in una sorta di trance, e si lavora assorti in un mare di pensieri, di ricordi e di sogni, tanto da non sentire neanche il rumore che si produce. Gli occhi guardano e studiano il verso del lavoro, ma contemporaneamente vedono cose mai viste e lontane, come se fossero abituali e di tutti i giorni, e la mente è assorta in un grande silenzio, mentre gli attrezzi sembrano scivolare sul legno senza produrre suoni tra i ricordi e le fantasie che percorrono la mente. E i trucioli e la segatura sembrano neve che cade sulle scene dei racconti, letti o ascoltati in un passato recente o remoto, e che tornano alla memoria e vivono e prendono forma e si trasformano, e nella trance del lavoro le immagini della fantasia, mi rendono partecipe di cose che non sono del mio tempo e che non potrò mai vivere perché trascorse e lontane. Solo la fantasia può uccidere la nostalgia che ci assale e ci prende stringendo il petto, e solo volando nei sogni ad occhi aperti si può vivere in un tempo che non è questo, e che non è neanche facile posizionare nel corso della storia, ma che può essere utile ed aiutarci a superare i momenti tristi e la consapevolezza che spesso neanche la nostra vita ci appartiene. Omnia aliena sunt, tempus tantum nostrum est, mi sembra dicesse Seneca, tutte le cose sono degli altri, solo il tempo ci appartiene, mi sembra di ricordare che sia questo il senso della frase: io credo che neanche il tempo ci appartenga purtroppo! Abbiamo dalla vita una buona occasione per realizzare qualche cosa di positivo, che forse rimarrà, ma non di più. Morivo dalla voglia di costruire un arco in “osage orange”, il mitico legno dei Nativi americani, e non sapevo che quest’essenza è presente anche dalle mie parti. Non sapevo che i frutti (immangiabili) dell’albero “degli archi”, erano quelle grosse palle simili a grosse arance di un verde bellissimo, che tutti gli anni tra novembre e gennaio, trovavo ai lati di una stradina, e mi divertivo dopo averle raccolte in alcune borse, a tirarle lontano. Senza saperlo ho seminato un’essenza stupenda, un albero che può arrivare a dodici metri di altezza e dal cui legname si possono ricavare, oltre ai famosissimi archi, altri oggetti meravigliosi. Mi è stato detto che l’osage (maclura pomifera) fu importata in Italia alla fine dell’ottocento per essere base di innesto con il gelso, che serviva per l’allevamento del baco da seta. Il gelso, che produce frutti dolcissimi dei quali sono ghiotto, le more bianche o nere, erano soggetti ad ammalarsi. La soluzione fu l’innesto con quest’albero americano che somiglia moltissimo come legname, al nostro amato albero; ne sortì un ibrido resistente alle malattie, e soprattutto più alto ed elegante, che per di più produceva gustosissime more. Un amico mi disse che l’albero dai frutti verdi era proprio quello che cercavo da tempo; era vicino e non lo sapevo. Procuratomi alcuni tronchetti, dopo giusta stagionatura ho iniziato a lavorare. Noi bambini sappiamo ancora sognare. Dopo aver iniziato a sgrezzare quel bellissimo legno arancione con mille sfumature e vene, mi sembrava di vedere cacciatori nudi a cavallo, all’inseguimento di bisonti nelle immense praterie americane, prima che i pionieri bianchi se ne appropriassero arrogandosi diritti sulla cui legittimità nutro seri dubbi. La storia della nostra vecchia Europa è un susseguirsi di guerre di indipendenza da prima che nascesse Cristo, e durante tutta l’era cristiana fino ai giorni nostri, con molti focolai ancora accesi. Ai Nativi americani non è stato mai riconosciuta la proprietà della terra sulla quale erano nati, ed ironia della sorte, proprio da quegli uomini che combatterono contro l’esercito di madre patria per avere “l’indipendenza”; in breve i coloni del nuovo mondo, ritennero opportuno liberarsi del nemico lontano per poi occuparsi del fastidio interno, fino a rimuoverlo con le buone o con le cattive: troppo spesso se non sempre con le cattive maniere! E così questi poveri indiani d’America, che uccidevano solo per la fame e per il freddo, si sono visti abbattere milioni di bisonti e altri animali dall’uomo bianco e civile. I Nativi di quei luoghi meravigliosi, oltre a non aver neanche potuto combattere una guerra di indipendenza, si sono visti massacrare la fonte di approvvigionamento di cibo principale per la sopravvivenza delle tribù. Il cacciatore Nativo, abbatteva selvaggina nella misura sufficiente al sostentamento del gruppo, e con rituali di caccia religiosi e solenni, e dopo aver abbattuto un animale ringraziava il Grande Spirito per il buon esito della caccia e chiedeva scusa all’animale “suo parente” perché era stato costretto ad ucciderlo, per procurarsi carne e cuoio! Costruendo un arco con arnesi in ottimo acciaio, coltelli, raspe e lime, levigandoli con rasiere e carte abrasive, pur lavorando esclusivamente a mano, ma in un ottimo ambiente, al coperto e soprattutto senza l’obbligo della fretta, dettata dal bisogno urgente di avere un arma, mi ha fatto immaginare spesso scene di vita quotidiana degli uomini che ci hanno preceduto nel corso della vita sulla terra, uomini che io chiamo primitivi solo perché noi siamo “successi” ad essi. Se vogliamo, gli ultimi uomini primitivi che l’umanità ha conosciuto sono proprio i Nativi americani, ma la fortuna di essere primitivi e felici è finita in poco tempo, dopo che galeotti, militari e religiosi, si sono appropriati di terre mai assegnate a loro dal buon Dio! Ma soprattutto hanno imposto leggi incomprensibili per chi ha la fortuna di nascere libero. Tornerò a cacciare, magari solo con la fantasia, ma lo farò! “Nella mia vita ho visto molti signori diventare poveri, ma non ho mai visto un ricco diventare signore!” Lo diceva spesso mio zio Euro, il marito della sorella di mia madre. L’estate successiva alla morte di mio padre nel ’71, trascorsi un mese, forse luglio, in un posto bellissimo: Fermo. Casa di mio zio, era alla fine di un vicolo stretto che finiva su di un terrazzo a “belvedere”, dal quale si vedeva la campagna e se non ricordo male anche il mare, al di la delle ultime case della cittadina. Anche io finalmente avevo un parente famoso! Poco tempo prima che mio padre morisse, in televisione vedemmo una sera un film, che mi rimase impresso perché ne vidi i titoli di testa e alcune scene dell’inizio, ed era bellissimo ed appassionante, ma fui spedito a letto perché il giorno successivo c’era scuola! Protestai, ma non ci fu niente da fare. Entrato in quella casa il primo giorno della mia permanenza dal nuovo parente, con la curiosità tipica di un dodicenne esplorai tutte le stanze senza tralasciare neanche gli spigoli. C’era un meraviglioso attrezzo che mi fu descritto dalla anziana zia di Euro, come un grammofono, ma era diverso da quelli che avevo visto in precedenza e mai da vicino, oppure in riproduzioni moderne e antichizzate senza neanche tanta maestria. Io pensavo che il grammofono fosse solo quello “a tromba” classico che si vedeva nei film o nei robivecchi; questo invece era una scatola semplice di bellissimo legno, forse noce, ma era sprovvisto del “trombone”. Era un grammofono ad alette; una ruotina laterale se azionata, apriva a compasso sul lato frontale dell’apparecchio, tre alette dalla quale apertura uscivano i suoni, provenienti dai dischi a settantotto giri posti sul piatto superiore. Ricordo che mio zio era gelosissimo di quell’oggetto e non me lo faceva utilizzare, anzi, neanche toccare. Lo azionava lui stesso e ricordo di aver ascoltato “Buongiorno tristezza”, canzone meravigliosa che ancora non sono riuscito ad imparare. Non è difficile impararla, ma è impossibile rendere quel brano bello e affascinante come l’hanno resa i cantanti del passato, e per di più è questo un brano lontano dalla mentalità odierna; per intenderci, lo si può oramai eseguire solamente di fronte ad un pubblico che ne abbia fatto richiesta, e nei luoghi adatti al quel tipo di melodia. Melodia che senza dubbio e senza tema di smentita, è assimilabile ad un aria d’opera, se non addirittura ancora più difficile e complessa. Entrando in casa, dall’ingresso si passava alla cucina-tinello, credo si dica così, e fin qui ci si trovava in una casa qualsiasi, semplice, funzionale ed umile come lo erano le case di allora; però, attraversata la cucina, si passava nel mondo dei sogni. Scendendo due scale, dopo aver attraversato una stretta porta a vetri, illuminata dalla finestra lontana sul lato opposto, c’era una saletta stretta e lunga, che terminava con un arco quadro, illuminata poco e in modo soffuso, con un aria di antico e romantico angolo magico. Subito a destra c’era il pianoforte, un verticale di non ricordo qual nome, ma lucido e nuovo; non mi fu vietato di toccarlo e strimpellare, e lo facevo spesso. A sinistra c’era una sedia a dondolo leggerissima e finissima, che dava l’impressione di non poter reggere il peso di una persona, invece oltre ad essere elegantissima, era robustissima. Mi dondolavo li sopra nei pomeriggi caldi di quel soggiorno estivo, chiacchierando con la zia Mimina, la zia novantenne di mio zio. Addossato alla parete c’era un mobile basso e lungo, che racchiudeva in se un giradischi per vinili, la radio, le casse acustiche e non ricordo che altro, ma era molto lungo, e ai lati del piatto giradischi coperto da un vetro, c’erano dei soprammobili e degli strumenti musicali antichi. A destra e a sinistra della stanza, prima di risalire due o tre scalini per passare in una sala da pranzo, c’erano due eleganti poltroncine, molto basse e di pelle bullonata ai legni. La sala da pranzo era composta da un tavolo molto largo e lungo, quasi ingombrante, con intarsi perfetti e conservati benissimo, forse non era antico ma sicuramente vecchio, bello ed elegante. C’erano delle sedie tutte uguali, ma con i segni del tempo che invece, non trasparivano dal tavolo e dal mobile che era a destra, anch’esso bello e intarsiato. Erano tutti mobili di legno pieno e di qualità, provenivano da un’epoca in cui le essenze non erano rare come lo sono oggi purtroppo! Sopra al mobile, un poco più alto del tavolo, c’erano ai lati due meravigliose lampade ad olio di vetro bianco e celeste.Inutile dire che era sufficiente guardarle per immaginarne il valore. In mezzo alle lampade, c’erano altri strumenti a fiato, oboi e clarinetti, di certo antichi anche quelli, ed alcuni con evidenti segni del tempo trascorso. Alla fine della sala, nella quale si era costretti a passare un poco di fianco tra il muro e le sedie, a sinistra c’era un terrazzo che dava sullo stesso belvedere del vicolo sottostante, e a destra c’era una porta; una porta più piccola delle altre, e verniciata con un colore vicino alla tinta dei muri. Dava l’impressione di essere una porta che nessuno doveva vedere, o per lo meno lo scopo era quello, come se al di la di essa ci fosse qualche cosa di prezioso o di segreto da non mettere in mostra a nessuno. Ed era vero! Si scendeva uno scalino, e li c’era il tesoro di mio zio Euro. L’aprii uno dei primi giorni in casa sua, e mi trovai dinanzi ad una cosa che avevo già vista, però in bianco e nero, in televisione, forse un anno e mezzo prima insieme a mio padre. Mi venne la pelle d’oca! Era il manifesto del film che non potei vedere per intero perché fui spedito a dormire. “Uomini e lupi” con Yves Montand, Silvana Mangano ed Euro Teodori. Mio zio era un attore famoso. Tutta la parete di fronte alla porta era tappezzata da un mucchio di manifesti coloratissimi, bellissimi: le locandine dei films che aveva girato mio zio. Erano quei manifesti della pubblicità, nei quali erano stampati i nomi degli attori principali sopra alla scena madre del film, spesso la più drammatica o la più divertente, a seconda dei soggetti, dipinta con bellissimi colori da pittori-artigiani specializzati nel genere, che tanti anni or sono dovevano essere in molti e molto bravi. A volte erano artisti famosi a firmare quei manifesti. Quei pittori, famosi oppure no, che con maestria ed umiltà si guadagnavano da vivere con il loro mestiere, oggi potrebbero insegnare a dipingere alla masnada di se dicenti artisti, privi di maestria ed umiltà ma non di boria e presunzione, che popolano l’universo dell’arte: o l’arte ha mutato il livello qualitativo, o troppi come me non sono all’altezza di comprendere l’arte. Ma in piena decadenza!….. Vedevo mio zio solo a pranzo e a cena, e chiedevo in continuazione del suo passato di attore, la storia della sua vita, e lo tempestavo di domande fino a torturarlo. Ma a lui piaceva parlare e raccontare, ed essendo un attore e parlando come un attore, mi conquistava ad ogni parola che pronunciava, con una dizione ed in un italiano correttissimi, senza nessuna inflessione dialettale se non quando usciva con qualche battuta da ridere, che avrebbe perso parte dell’effetto se pronunciata in perfetto italiano. Si capiva che dietro c’era tanto studio e tanta passione. Passione che trasmetteva spontaneamente, senza forzature e con la naturale modestia di chi è veramente padrone di se stesso e non abbisogna di artifici per rendersi piacevole agli altri. La storia della sua vita, meriterebbe un film. Sua madre morì in parto, quindi in pochi attimi suo padre dovette immaginarsi e costruire il futuro, proprio e del bambino. Attorno a questo nuovo nato si radunarono due famiglie, i cui componenti in vario modo, parteciparono alla sua educazione. Il piccolo Euro, dormì fin dai primi giorni tra suo padre e uno dei fratelli della madre, ed altri zii e zie nei vari gradi di parentela parteciparono all’allevamento di quel piccolo principe. Atleta eccezionale, ginnasta e ciclista di ottimo livello, studente oltre alle materie solite, della musica che nel prosieguo della sua vita, in età matura lo vedrà insegnante di conservatorio, oltre che compositore e direttore d’orchestra. Nella stanzina quasi nascosta, oltre ai manifesti c’erano tantissime altre cose, altri strumenti musicali, fra i quali un’ocarina di terracotta credo. Provai a suonare quello strano strumento, ma non riuscii a tirar fuori da esso che pochi suoni maldestri e fastidiosi. Questa ocarina me la nominò lo zio molti anni dopo, quando in occasione del Natale, ci incontrammo a pranzo dai nonni. “Te la ricordi quell’ocarina… Domenico?” mi chiese, “non riesco a trovarla; potrebbe avere un certo valore perché mi ricordo di un incisione tipica del costruttore di quegli oggetti, che se veramente corrispondesse,…..”. io mi ricordai di alcuni segni sul “coccio”, ma non seppi spiegare che segni fossero, e la discussione fu abbandonata per abbracciarne altre più consone al momento di festa. Qualche ora più tardi, mia zia mi chiese sottovoce se “l’ocarina fosse uno strumento a forma di papera”, ed io risposi che su per giù lo era, anche se con uno sforzo di fantasia. Allora ridendo mi raccontò la brutta fine di quel coccio. Dopo aver comperato un vecchio stabile storico al centro della cittadina, zio Euro e mia zia, dopo un lungo periodo di ristrutturazione e sacrifici, iniziarono il trasloco. Questa povera ocarina “mi veniva sempre davanti proprio quando avevo da fare così… la sbattei contro un muro”, disse mia zia e ne ridemmo insieme, e mi raccomandò di non farlo mai sapere allo zio. Mantenni il segreto, ma non per proteggere mia zia, bensì per non dare una delusione e un motivo di astio a mio zio. Il mobile dello stanzino sul quale era appoggiata l’ocarina, era uno scrittoio classico, di quelli con il coperchio di chiusura che una volta aperto, diveniva il piano di scrittura. Non era antico ma era molto bello. Nei cassetti c’erano ….. decine, forse centinaia di fotografie. Mezzi busti, foto di scena, serate mondane, e quelle di zio Euro con una donna bellissima. Tutte le foto erano in bianco e nero. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere se quella donna bellissima, sicuramente un attrice dei suoi tempi, fosse sua moglie. Non l’ho mai sentito parlare di quella donna, mai. Aveva abbandonato il mondo del cinema a quarant’anni o poco di più, ma non ho mai visto trasparire sul volto di mio zio, ne ho mai captato nei suoi discorsi segni di rimpianto o nostalgia. Tutte quelle fotografie le ho girate e rigirate in mano, almeno una volta al giorno durante quel mese di vacanza a Fermo. Non sentivo il bisogno di uscire, almeno fino a che non avessi finito di esplorare tutta la casa, e non era facile in un posto come quello non trovare qualche attrattiva sempre nuova. Le condizioni economiche dell’ex attore non dovevano essere buone, assistevo a continui litigi con mia zia, e penso che il denaro che non c’era fosse alla base delle diatribe. Intanto Euro aveva ripreso da tempo a partecipare alle gare ciclistiche, e nella sua categoria era quasi sempre sul podio dei premiati. Fu dopo quell’estate che si recò a Roma per sostenere degli esami per ottenere una cattedra di insegnante al conservatorio musicale Rossini di Pesaro, sede di Fermo, o distaccamento, non so come si dica. A Roma fu ospite di un attore suo amico, ma non ricordo chi fosse. In quel periodo gli zii comperarono lo stabile nel centro storico della città, che comportò loro enormi sacrifici, sia nell’acquisto sia nella ristrutturazione. Oltre all’insegnamento in conservatorio, per racimolare denaro, lo zio teneva delle lezioni private, ma la sua onestà intellettuale lo ostacolava inesorabilmente. Essendo un uomo sincero e affatto incline alla disonestà, qual’ora uno studente non possedesse le doti necessarie per lo studio della musica, (chi ne possiede non si reca a lezioni private di sostegno) ne metteva al corrente i genitori, che quasi sempre convinti assertori delle capacità del figlio o figlia, e che quasi sempre erano stati essi a scegliere per i figli, si sentivano terribilmente offesi ascoltando la triste realtà offerta dall’insegnante. In questo modo, non si poteva pagare il mutuo della casa! Confidandosi con i colleghi nei momenti di sconforto, e soprattutto in vicinanza delle scadenze dei pagamenti, veniva invitato ad essere meno intransigente se voleva guadagnare dei preziosi denari. Una collega più degli altri gli suggerì il da farsi, mettendolo di fronte alla cruda realtà: “se non guadagni, non paghi la casa! E poi, cosa c’è di male nel far felice un genitore?” Questa insegnante gli insegnò il sistema. Dire ad un genitore appassionato, che spinge il figlio o la figlia verso la musica, che questi non è capace e non ne ha la minima voglia, è terribilmente offensivo e lo ferisce nell’orgoglio. Meglio essere diplomatici; se il giovane o la giovane non hanno i numeri per raggiungere risultati di riguardo, “caro collega, non ti devi accanire nell’insegnamento, ti faresti del male e lo faresti allo studente, quindi sii sciolto e trai più divertimento che puoi dalle ore che trascorri con questi giovani e… al genitore appassionato e apprensivo, quando chiede degli sviluppi dello studio e dei miglioramenti del figliuolo, devi “mentire!, devi dire che il giovane o la giovane non si applica, non mette il necessario impegno altrimenti,….. Rossini, Verdi e tutti gli altri, sarebbero nessuno in confronto.” Mio zio Euro si fece coraggio e da buon attore iniziò a mentire, per sopravvivere:… “non si impegna, altrimenti….” E i poveri ragazzi rimproveri e scapaccioni. Ma poi si accorse che la sua collega, più anziana ed esperta, gli aveva dato il consiglio giusto: l’orgoglio del genitore era salvo, e da un rimprovero o da uno scapaccione, il giovane svogliato o forse non adatto allo studio, avrebbe tratto lo stimolo a fare meglio. Fare del bene a volte è più semplice di quel che si immagina! E così facendo, piano-piano, fu pagata la nuova casa. Poco prima che la seconda guerra mondiale finisse, zio Euro era militare nelle vicina Ascoli Piceno. Avuto sentore di quel che sarebbe successo successivamente, oppure avendolo immaginato, il giovane milite fuggì dalla caserma per andarsene sui monti circostanti, più come sfollato che come disertore. Ma in breve si rese conto della situazione in cui si era calato. Era in uniforme, se fosse caduto in mano ai partigiani lo avrebbero ammazzato, ma anche se fosse stato “ripreso” dai commilitoni, avrebbe avuto grossi guai come disertore. Decise di spogliarsi e tornare a casa in mutande. Nessuno avrebbe potuto immaginare cosa avesse addosso prima di denudarsi quindi, sicuramente avrebbe salvato la pelle, pur rischiando di “passare per matto”. Intanto in quei giorni la guerra era finita, nello sbandamento generale nessuno si accorse della sua fuga, e per fortuna ancora più grande, era primavera e non morì di freddo girando in mutande. Chiarite le situazioni, ritornato a casa e ristabiliti i rapporti affettivi e familiari, il giovane Euro poco più che ventenne, volle tentare la strada del cinema e della recitazione. Padre e zio non misero paletti, e lo mandarono a Roma dove avrebbe studiato per diventare attore. Quando nell’estate del ’71 soggiornai a Fermo, Federico, il padre di mio zio era gia morto, ma era vivo e in salute suo zio, quello che insieme al padre lo aveva allevato. Lo conobbi una sera quando con mio zio e mia zia andammo a trovarlo nella sua casa vicino al mare. Era un uomo simpaticissimo, cordiale e di buon cuore: volle che mangiassi e affettò de pane e del salame. Si era accorto che ero affamato, forse dai miei complimenti non troppo convincenti. Era un uomo con un grave handicap ad una gamba, per via di quella malattia che purtroppo anni fa colpiva ancora molti bambini: la poliomielite. Non ostante l’impedimento, quell’uomo era veloce ed agile, e preparò su di un piccolo tavolo basso la mia merenda-cena. Mi versò l’aranciata e, in continuazione mi ripeteva di mangiare perché ero “secco-secco”. In effetti lo ero, ma non perché non mangiassi. Come tutti gli elementi di sesso maschile sono ingrassato dopo il matrimonio! La casa di quello zio di mio zio era un’opera d’arte piena di opere d’arte. Sua moglie era una donna che non dimostrava affatto di avere più di sessant’anni, ed era una pittrice di fama internazionale. La stanza dove eravamo aveva le pareti tutte di diverso colore, oggi non ricordo di che colori, ma ricordo che erano abbinati con armonia, e sulle pareti c’erano dipinti che non era difficile neanche per me, capire che erano di fattura e qualità superiore. Gli zii nella vita di mio zio, sono stati di un’importanza fuori dell’ordinario. A Roma, ad attenderlo quando vi si recò per studiare recitazione, c’era un altro zio! Non ricordo se fosse fratello di suo padre o di sua madre, comunque c’era! E alla stazione, dopo averlo salutato gli disse: “Sei a Roma!” e questo voleva dire tutto! La stessa frase l’ho sentita quando un famoso presentatore della televisione di Stato, molti anni dopo che io la sentii dire da Euro, raccontò una storia simile, e lo zio che lo accolse alla stazione, disse la stessa cosa. Erano anni quelli, vicinissimi alla guerra e ai suoi orrori, sofferenze e privazioni, con una voglia di ricostruzione, e non solo materiale ma anche spirituale e morale, anni nei quali qualsiasi cosa si desiderasse fare, non era impossibile da realizzare come lo è divenuta purtroppo oggi. Il giovane aspirante attore, era nel posto giusto nel momento giusto. Studiò e divenne attore. Fra ruoli importanti e meno, da protagonista o comprimario, lo zio Euro ha partecipato alla lavorazione di circa venticinque film, ha conosciuto tutti gli attori più famosi e bravi del mondo, e di molti mi ha descritto anche il carattere privato, che ricordo in alcuni casi, non coincideva con l’idea che io me ne ero fatto, e che ingenuamente avevo costruito nel mio piccolo immaginario di ragazzino di provincia. “Quell’attore simpatico e brillante”, in privato era scorbutico e silenzioso, quello che nei film era sempre il cattivo e il violento, in realtà era un simpatico bonaccione. Quell’altro era tirchio, avaro ed attaccato al denaro più del pensabile, però aveva sempre un posto a tavola per un amico che avesse bisogno di lui e passasse a trovarlo. Quell’altro dopo aver girato una scena, scompariva per riapparire più tardi per la successiva. Altri erano compagnoni e spendaccioni. “Non c’è differenza” tra la vita delle persone famose e le altre, mi spiegava mio zio, i caratteri non cambiano in funzione del lavoro che gli uomini svolgono. La differenza, semmai, si trova nell’essere famosi, essere cioè personaggi pubblici. Questo imponeva (non so se oggi è lo stesso) dei comportamenti “adeguati” al fine di non rimanere senza lavoro. Poi c’erano i mostri sacri, ma quelli erano pochi, molto pochi. Per quale motivo lo zio Euro abbia lasciato il cinema e la recitazione, non l’ho mai saputo. E non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo; ho sempre avuto l’impressione, che lo abbia fatto per qualche motivo legato a quella bella donna che era con lui nelle foto di giovane e bellissimo attore, ed anche perché non si riconosceva più nell’ambiente di vita e di lavoro. Ma queste sono solo le mie impressioni. Sono trascorsi molti anni prima che lo zio Euro si separasse da mia zia, l’ho conosciuto molto bene, o forse fin dove lui ha voluto farsi conoscere, ma a sufficienza per apprendere molto da quell’uomo brillante e sicuro, che non mi ha mai dato l’impressione di essere debole o cedevole. Bensì il contrario, ed io ragazzino prima, e uomo (forse) poi, ho ricevuto notevoli insegnamenti, utili alla vita di tutti i giorni, e soprattutto, mi ha fatto appassionare all’arte, ed in particolare alla musica ed al canto; credo che neanche abbia pensato mai di insegnarmi qualche cosa o di trasmettermi passioni, ma a furia di parlare e di spiegare “questo e quello” alle mie richieste, senza volerlo, mi ha mosso nella direzione delle “passioni” che si trascinano sempre dietro di noi, per non essere mai abbandonate. Già da ragazzino cantavo e lo facevo in continuazione, cercavo di imparare motivi e canzoni, e al contrario dei miei amici, che seguivano solo la musica leggera, e i nuovi generi che venivano di volta in volta affacciandosi nel mondo della musica e dello spettacolo, io mi interessavo ad ogni genere, dal rock-n-roll all’opera lirica. La mia grande passione fin da piccolissimo è sempre stata la voce umana, e in un modo o nell’altro ho cercato sempre di cantare di tutto, senza mai personalizzare, o come si dice di solito senza interpretare in modo personale, le canzoni o le arie che fossero. L’idea dell’interpretazione, mi ha sempre dato l’impressione che sia un modo di eseguire un brano in modo personale, solo perché non se ne riesce a riprodurre copia fedele, quindi ci si nasconde dietro il “dito” del dare l’impronta personale a qualche cosa. Ricordo che in prima media, l’insegnante di musica mi esortava spesso a cantare. Con quelle pianole bianche ed azzurre, in dotazione alle scuole medie per le ore di educazione musicale, facevamo spesso dei vocalizzi e cantavamo dei brani, forse avendo intuito che nella mia voce c’era qualche cosa di buono da tirar fuori, mi diceva spesso di studiare il canto; ma io non capivo neanche che cosa fosse, ma di sicuro era qualche cosa che mi avrebbe distratto dai miei pomeriggi avventurosi insieme a M. ed S. Il bello della vita sta nel fatto che tutto quel che facciamo, rimane in noi come carbone sotto la cenere, e muovendola la cenere, i tizzoni possono anche ricominciare ad ardere. Tutti gli anni che ho avuto la fortuna di frequentare lo zio Euro, nelle vacanze e durante le feste natalizie e pasquali, a piccole dosi ho fatto una gran cura di buona medicina del sapere, della musica e del canto. Intorno ai trent’anni, un amico che mi sentiva sempre cantare, mi invitò una sera a seguirlo alle prove del coro del quale faceva parte, e sono rimasto a cantare con quegli amici per quasi dieci anni. Poi sono cambiati i repertori e non ho avuto più voglia di cantare; mi piacerebbe tornare a fare qualche cosa tra amici, per passare il tempo e senza impegno, cantare anche di fronte ad altri amici. E’ difficile: si è creata una sorta di ricerca della perfezione, per cui tutti hanno paura di sbagliare, perciò è divenuto impossibile cantare fuori da certe regole e canoni. E’ diventato difficile persino divertirsi! In ogni caso “grazie zio Euro!”. Come dice Carmen “…..je chante pour moi meme, je chante pour moi meme…” e mi diverto ugualmente, e faccio divertire molti amici, grazie a Dio! Da questo zio che mio zio non era, ho imparato più che da chiunque altro io abbia mai incontrato nella vita, e che i signori spesso possano essere o diventare poveri è proprio vero.
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