6 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Nell'arco di una vita
Il lavoro di ragioniere mi imponeva ogni giorno spostamenti in diversi luoghi, a volte anche molto lontani dalla città o dal paese a seconda di dove mi fermassi a dormire la sera. In ogni caso dopo aver cenato mi recavo da Mario se ero in paese o al bar Faraoni se ero in città. Oppure poteva anche succedere che dal paese, dal caffè di Mario, con Enrico e Ferruccio ce ne andavamo in città da Faraoni e poi al cinema o altro. Questo posto magico l’ho conosciuto poco prima dei diciotto anni, seguendo alcuni amici un poco più grandi di me che lo frequentavano. Giovanni e Goffredo, erano insieme alla madre e alla sorella, i gestori di quel punto di incontro nel quale non si conosceva la noia. Gli avventori erano tutti più grandi di me, erano tutti amici dei due fratelli barman, ed erano quasi tutti studenti universitari e quasi tutti di medicina. Solo Giovanni si era fermato al liceo e gestiva elegantemente il bar. Elegantissimo nel vestire e nei modi, era un professionista d’eccezione, forse uno dei primi per quei tempi, quando ancora erano poco frequentate le scuole ad uopo. Tutti i giorni dopo aver pranzato, andavo a prendere il caffè in quel bar, per poi ritornare al lavoro in qualche ditta fuori città, a volte anche a diverse decine di chilometri. Era un bel mestiere quello di ragioniere, ed avevo ottimi colleghi. Erano tutti molto bravi, con alcuni abbiamo iniziato il mestiere insieme, altri mi hanno introdotto nel mondo della contabilità e dei registri, dei bilanci e delle varie dichiarazioni dei redditi, e delle altre varie imposte. Gli spostamenti erano di sicuro la parte più bella del mio lavoro. L’orario del nostro ufficio era dalle otto e trenta alle tredici e dalle quindici alle diciotto. Io nella mia condizione di contabile esterno all’ufficio, gestivo i miei orari a modo mio, partivo di mattina prima delle otto per recarmi nelle sedi delle imprese associate al nostro ufficio, per rimanervi finche il lavoro non fosse completamente svolto. A volte si rendeva necessario rimanere in loco anche nel pomeriggio, mangiavo qualche cosa in un bar oppure ero invitato a pranzo dai titolari delle imprese. Gli slanci di generosità erano molto rari! “Nella mia vita o visto molti signori diventare poveri, ma non ho mai visto un ricco diventare signore”. La frase coniata da mio zio Euro risuonava sempre nel mio cervello, ed era divenuta un punto di riferimento certo. Avevo in consegna quattordici aziende, alcune di medie dimensioni, altre molto grandi, e in esse convivevano di norma due diversi tipi di titolare. Quando queste erano imprese individuali ci si poteva imbattere in un artigiano o un industriale che raramente comprendeva la contabilità e l’amministrazione. Quando le imprese erano delle società nelle loro varie forme, comunemente uno dei soci era di buona levatura intellettuale, ma gli altri non capivano che il loro lavoro e non di più. Questo era e credo sia ancora normale quando si giunga ad una posizione attraversando i vari stadi lavorativi. Per esempio una società con un socio anziano, quasi sempre il fondatore, che aveva iniziato da operaio, e soci più giovani, forse i figli, era efficiente e dinamica nella misura in cui il socio più anziano, possedesse lungimiranza ed apertura mentale pari a quella dei giovani, ed i giovani avessero umiltà e capacità nell’affrontare la produzione e la gestione del mercato dei loro prodotti unendo l’esperienza alla voglia di crescere e, perché no alla fantasia, e spesso un certo rispetto per l’esperienza del socio “anziano”. Erano aziende quelle che mi erano state affidate, che avevano raggiunto fatturati tali da non poter essere più gestite come piccole entità familiari, e necessitavano di una riorganizzazione più adatta ai traguardi raggiunti sia nel livello lavorativo sia nella gestione dei rapporti esterni all’azienda. A giudizio dei miei colleghi e del commercialista che ci guidava, ero molto bravo. Il mio carattere però, mi metteva in difficoltà con i clienti dello studio affidatimi. Io sono un uomo molto pratico, non mi perdo in preamboli oggi, non lo facevo allora. La contabilità era il mio mestiere e lo sapevo fare, tempo da perdere non ne avevo, le aziende erano numerose, e tutte avevano problematiche diverse tra di loro. Poteva succedere che la mia rapidità nel lavoro, venisse scambiata con leggerezza, o voglia di “tagliare” e andarmene. Altro non era invece, che la consapevolezza che non avevo tempo da perdere, che dovevo essere rapido se volevo accontentare tutti. Lavorare bene e con l’impiego del giusto tempo. Alcuni lo capivano, pochi lo capivano!...e non mi creavano problemi, altri erano convinti che io affrontassi le loro contabilità con leggerezza, e si lasciavano prendere dal panico. Alla domanda se tutto filava liscio, se ci fossero problemi che io non avessi risolto, nessuno mai aveva potuto obiettare, ma alcuni titolari d’azienda erano convinti di non essere seguiti a dovere. Rassicurati dal commercialista o dai dipendenti interni all’azienda, con i quali riuscivo sempre ad instaurare rapporti di fiducia ed amicizia, alcuni titolari erano vittime di attacchi di ansia nel vedermi lavorare con frenesia, ma con ordine, associando il mio modo di fare alla leggerezza. Con il tempo molti capirono visti i risultati, che il lavoro era ben svolto, con coscienza e capacità, altri si adeguarono, ma uno non riuscì mai a liberarsi dell’idea che io fossi un perditempo. Si chiamava Dino, che era il suo vero nome, ma non dirò il cognome. Era arrivato al punto di telefonare a tutte le ore del giorno e, qualche volta della notte. Seguiva con pignoleria il mio lavoro nella stesura dei registri, e nella registrazione dei documenti, ed ero aiutato da una impiegata di rara bravura, con la quale in seguito seppi che avevamo in comune di essere genitori di figli gemelli. Questa ragazza era sempre presente quando mi recavo in ditta, un’azienda molto importante a quei tempi e con un fatturato notevole, e si rivolgeva al suo titolare dandogli del lei, con decisione a lasciarci lavorare in pace. Più che di un ragioniere Dino aveva bisogno di uno psicologo, leggeva ogni riga dei canovacci, che io con la sua efficiente impiegata, preparavamo per inviarli alla stampa al centro elaborazione dati del nostro ufficio in sede. Inutile descrivere l’intralcio fisico vero e proprio, quando con il naso sul quale poggiava gli occhialetti, si avvicinava per leggere i canovacci, e senza parlare del tempo poi che si perdeva nelle spiegazioni ad ogni domanda sul perché e sul come di ogni scrittura. Eravamo agli albori dell’elettronica, avevamo un computer in “sede” che misurava sicuramente due metri cubi. Oggi il lavoro di quell’attrezzo lo svolge agevolmente il portatile di mio figlio architetto, che pesa forse meno di due chili. I tempi cambiano, giustamente! Un bravo programmatore elettronico con l’aiuto del nostro dottore commercialista, bravo oltre misura anche lui, aveva stilato una serie di codici, che corrispondevano ognuno ad un tipo di operazione contabile e gestionale tipiche di una azienda, ed io li avevo imparati tutti a memoria quei numeretti, e se non tutti quasi! Dino li controllava tutti i codici, e non riuscendo a capire il significato delle scarne parole che li accompagnavano, mi chiedeva spiegazioni in continuazione fino a che la curiosità, legittima, si trasformava in ossessione. Con il tempo iniziò anche a telefonare fuori dall’orario di lavoro, per quanto io di orario non ne avessi uno preciso. Una sera in ospedale, per accompagnare un amico che si era fatto male ad un piede in un piccolo incidente, incontrai un superiore dell’ufficio che mi disse “mi ha chiamato….” “Dino!” gli risposi senza che finisse, a bruciapelo. Mi guardò stupito, e mi chiese come avessi fatto a capire e ad immaginare. Erano anni molto lontani da oggi, non si usavano i telefoni cellulari, probabilmente il mio superiore era stato raggiunto a casa, molte ore dopo che gli uffici avevano chiuso, perché l’amico che avevamo accompagnato in ortopedia, s’era fatto male giocando una partita di calcio in notturna. Il mio carattere allegro, scherzare cercando di alleggerire la noia di un mestiere bello ma pesante, metteva il povero Dino in uno stato d’ansia feroce! Tempo dopo chiesi che la contabilità di quell’azienda fosse passata ad altro ragioniere, non ce la facevo più! In un altro posto, in un’impresa edile molto famosa e grande, la cui pubblicità era presente persino nelle reti della televisione di Stato, c’era come socio un ex dirigente di banca, che aveva investito l’ingente liquidazione del suo lavoro precedente in quell’impresa. Ero controllato ad ogni scrittura, non avevo pace. Quando facevo notare al mio controllore che stava sbagliando, mi diceva sempre: “volevo vedere se lei era attento!”. Qualche volta poteva anche andar bene, ma sempre…. di bello c’era la totale buona fede dell’ex dirigente, ma lavorare in quel modo non era l’ideale. Decisi così, che nelle due volte al mese minime in cui dovevo fare visita per contratto all’azienda, avrei portato in sede con me i registri contabili, con tutti i documenti del periodo, per poi riconsegnare questi e la contabilità stampata dal centro di elaborazione dati, successivamente. Da quel giorno non sono stato mai più invitato a pranzo come altre volte era successo. L’onta subita era troppo grave! A poco più di vent’anni ero costretto a vedere uomini maturi e di successo, dei quali avevo una certa opinione e una grande ammirazione, comportarsi come bambini viziati ai quali si sottrae un gioco. Ho imparato a ricredermi sulla maturità degli uomini! Il fatto che io mi gestissi gli orari in modo da rispettare quelli in vigore nelle aziende, è ovvio che mi ponesse in una posizione diversa dagli impiegati interni miei colleghi, e tutto avrei pensato tranne di cozzare contro il pregiudizio e l’incomprensione; tanto più che quello che ricoprivo non era un ruolo che mi ero scelto o che avessi rubato a qualcuno. Più di tutto mi dispiacque essere redarguito da chi aveva inventato quel lavoro, e che avrebbe dovuto sapere benissimo il perché delle mie scelte di orario e delle mie presenze in ufficio in sede, di più o di meno di altri impiegati. L’invidia insieme alla gelosia, sono malattie sicuramente incurabili, ma soprattutto, visto che fisicamente non uccidono, minano il convivere pacifico tra gli esseri viventi. Con un poco di amarezza ho continuato a lavorare, sempre con il medesimo impegno e dedizione, finchè ad un certo momento non ce l’ho fatta più. Un’altra cosa mi indispettiva, l’arroganza con cui mi veniva chiesto di fare in modo che le contabilità ed i bilanci, non producessero fatturati ed imponibili troppo elevati, che avrebbero inevitabilmente accresciuto l’aliquota d’imposta. Alcuni dei proprietari d’azienda erano scaltri e calcolatori, e sapevano gestire i propri affari e i fatturati, in modo che quando arrivava il momento della stesura del bilancio, e quindi della rilevazione dell’utile d’esercizio, questo era modesto e veniva accettato dal titolare senza sorpresa o altro. Gli altri, quelli che non avevano al proprio servizio buoni impiegati, e non sapevano gestirsi durante l’anno, quando si trovavano di fronte all’utile da dichiarare, e dal quale si sarebbe ricavato il valore dell’imposta relativa, davano spesso in escandescenza e, mi addossavano la colpa delle cifre che avrebbero dovuto versare all’erario. Cifre che in confronto a quello che pagavo io di imposte, essendo un misero lavoratore dipendente, avrebbero fatto sorridere! Tutta una serie di motivi concomitanti, mi spinsero a chiedere di essere trasferito dalla contabilità ad altro settore. Non sarei più andato in giro per le aziende, non avrei avuto più contatti con tante persone, ma avrei di sicuro avuto tanti problemi di meno. Soprattutto avrei evitato il pregiudizio e l’invidia. Certo, avrei dovuto sopportare anche una riduzione di stipendio, ma vivere sereni è meglio che avere tanti soldi. Che poi tanti non erano! Tutti i giorni in auto al mattino, pomeriggio e sera, nei minuti o nelle mezz’ore e più, che impiegavo per raggiungere i vari luoghi di lavoro, potevano accadere tante cose, vedere cose strane alle quali cercare di dare una spiegazione, ma soprattutto poteva succedere di essere fermati dalla polizia o dai Carabinieri. Quasi sempre subivo i classici controlli di routine, dei documenti miei e dell’automezzo, per poi ripartire verso la meta del lavoro, un’azienda oppure l’ufficio in sede. Essere fermati dalla polizia è una cosa, esserlo invece dai “militi dell’Arma” è tutt’altra cosa. Per quanto i tempi sono cambiati, anche oggi c’è una certa differenza di “trattamento”, a seconda se a fermarci è una pattuglia di un tipo o dell’altro. Circa trent’anni or sono, ho ricevuto la prima e unica multa della mia vita per velocità elevata, “certificata” dagli antiquati ma efficaci sistemi di rilevazione a quei tempi in uso,… ed in “via di sviluppo”. Ricordo che la velocità per la quale subii la sanzione era di ottantasei chilometri orari. Era stata rilevata da uno strumento, che si affidava a dei fili posti su strada ad una certa distanza tra di loro, che ovviamente calcolando il tempo di percorrenza di quello spazio, rilevava (speriamo) l’esatta velocità di percorrenza, trasmettendola ad uno schermo primordiale che potrebbe far sorridere oggi, ma che a quei tempi mi fece piangere! Non arrivavo a guadagnare neanche quattrocento mila lire, e la multa “certificata” rappresentava quasi la metà dello stipendio: centocinquantamilatrecento lire! Le trecento lire non le ho mai capite: misteri del Belpaese! Qualche anno più tardi, la sera della vigilia di Natale subii un’altra multa di cinquantamila… trecento lire! Questa volta per sorpasso. E sempre fu la polizia a multarmi! Avevo lasciato il lavoro di ragioniere ed ero disoccupato, e mi arrangiavo come potevo con dei lavori precari. Il precariato non è affatto una novità ed un argomento attuale, è sempre esistito ed io purtroppo l’ho sperimentato trent’anni or sono. Ero stato tutto il pomeriggio in ansiosa attesa in un ufficio, per riscuotere un assegno per il lavoro del mese di dicembre, e giunta ormai l’ora di cena mi venne comunicato dal responsabile, che era mio compaesano ma del quale sono orgogliosamente non amico e sarei felice se non ne fossi stato neanche conoscente, che l’amministratore se ne era andato senza firmare l’assegno a me destinato. Sapere che avrei dovuto trascorrere le feste con i pochi soldi che avevo in tasca, mi deprimeva. Cinquantamila lire, trent’anni or sono erano un ottima cifra, ma essere giovani ed essendo anche festa… Mentre rincasavo per la cena, in un piccolo centro a poca distanza tra città e paese, in mezzo al traffico un anziano guidatore si fermò di colpo senza nessun preavviso e senza nessun motivo apparente. L’auto che mi precedeva lo sorpassò, ed io feci lo stesso quando vidi che s’era fermato e non ripartiva. Finito il sorpasso, che secondo me sorpasso non era bensì l’aggiramento di un ostacolo su strada, peraltro a velocità ridottissima, quasi a passo d’uomo, vidi spuntare la paletta che mi intimava l’alt, ed alla paletta c’era attaccato l’avambraccio del poliziotto, con il manicotto bianco fluorescente. Mi venne contestata l’infrazione di sorpasso ecc.- ecc. e la multa relativa. Con educazione, feci notare al poliziotto che se qualcuno aveva sorpassato l’auto, questi era l’automobilista che mi precedeva, io ero più distante al momento, e trovandomi poi a ridosso dell’auto ferma, ora essa rappresentava un ostacolo. Fui invitato a non riflettere troppo, per questo c’erano già loro, i poliziotti; quello che aveva sorpassato prima di me non aveva commesso nessuna infrazione, così come secondo loro non ne stavano commettendo alcuna, quegli automobilisti che continuavano a sorpassare l’auto ferma. Mentre parlavo con uno di essi l’altro già scriveva; era ora di cena… e bisognava sbrigarsi. Chiesi quanto dovessi pagare, tanto non avrei tirato fuori un ragno dal buco: “cinquantamilatrecentolire!”. A quei tempi si conciliava sul posto volendo, quindi pagai. Estratte le cinquantamila, misi le mani in tasca in cerca di spiccioli, e ne uscirono trecento lire. Natale senza un soldo! Neanche trecento lire! Però avevo un verbale! Mi sono rotto il cervello, per capire il senso di queste trecento lire che rituali, mi sono ritrovato per due volte nelle sanzioni contestatemi: misteri della fede direbbe qualcuno! Quando ebbi quella “certificata” per eccesso di velocità non volli discutere con la polizia, anzi provavo un certo senso di colpa, io che non viaggiavo mai sopra ai limiti, provavo vergogna per non aver rispettato la legge, e mi stavo già punendo da solo con i versi della coscienza. Ma quando mi fu contestata contravvenzione al codice della strada per quel sorpasso, che sorpasso non era, fui molto dispiaciuto e non apprezzai affatto il gesto dei poliziotti. Secondo la spiegazione che mi diedero, avrei dovuto aspettare dietro a quell’auto ferma chissà per quanto tempo, ma appunto… alla mia domanda “quanto tempo?!?..” non diedero risposta alcuna, non seppero dire altro che ero nel torto e basta! La stessa cosa mi capitò anni dopo al passaggio a livello d’ingresso in città. Un vecchio furgone reduce da chissà quale centro di revisione clandestino, s’inchiodò sui binari senza ripartire. Lo sorpassai ma dopo poco più di cento metri fui fermato dalla polizia urbana. Mentre mi veniva contestata l’infrazione al codice, con il dito indicavo al collega del vigile scrivente, tutte le auto che nel frattempo sorpassavano il furgone, ormai circondato da fumo nero e denso frutto degli inutili tentativi di accensione del motore. Al termine della stesura del verbale mi venne posta la domanda di rito: “Ha qualche cosa da dichiarare?”, al che risposi “…si, guerra alla Svizzera!”. A quel punto spontanea e naturale, come sempre quando ho risposto qualche cosa ad un agente, “non faccia lo spiritoso!”. In poche parole, noi cittadini quando parliamo e cerchiamo di spiegare un nostro comportamento, anche se dietro richiesta, rischiamo di essere spiritosi, indossare una uniforme sembra essere invece il lasciapassare della serietà?!? Al che rivolgendomi all’agente di polizia urbana dissi: “E’ mai servito a qualcuno discolparsi di fronte a questa corte?”. La frase non l’avevo inventata io. Sapevo che venne pronunciata da un condannato a morte durante la rivoluzione francese, al giudice del processo sommario al quale era sottoposto, ed io la riprodussi con quanta più drammaticità mi fu possibile. Notai una strana espressione nel volto “dell’urbano”, e mentre ritiravo la copia del verbale pronunciai tra i denti che aveva le carte in regola per una rapida carriera. Deve aver sentito qualche cosa quel giovane, ma io già me ne stavo andando mentre il furgone sul passaggio a livello aveva prodotto un’interruzione del traffico notevole! Essere fermati dai Carabinieri poteva significare tutto. Anche se destinatari di mille e mille barzellette e storie varie, non me la sentirò mai di guatare i Militi! Qualche triste figuro, qualche delinquente anche l’arma purtroppo l’ha avuto e certamente ne avrà in futuro, ma è stata e sarà di certo una disgrazia. Io sono un credente osservante anche se non praticante dell’arma perché, con tutti i difetti che ha, possiede tante di quelle virtù da oscurarne i difetti. Ma non sono qui per lodare i Carabinieri. Nel giorno di giovedì grasso, nel periodo di carnevale tanti anni or sono, in ritardo con le dichiarazioni dell’IVA, la cui scadenza cadeva proprio il giorno di martedì, carnevale, correndo da un paese all’altro cercando di terminare in tempo il mio lavoro presso le aziende, venni fermato dai carabinieri e precisamente da un brigadiere ed un giovane probabilmente in svolgimento della leva obbligatoria, per la quale aveva scelto di rendersi utile e non di peso alla società civile. Il brigadiere era tale e quale a Tiberio Murgia, l’inimitabile attore caratterista che tutti avevamo immaginato siciliano (uora-uora arrivau co u ferribbotte) ed invece di origini sarde. Non c’era differenza tra i due, e mi venne da sorridere. Con accento siciliano forte, marcato e simpaticissimo, con l’espressione quasi uguale all’attore al quale somigliava in maniera fedele, esordì: “patente e libbretto!” sorridendo, velocissimo estrassi i documenti e glieli porsi, nella speranza di liberarmi il più presto possibile per poter terminare i miei lavori. Mentre metteva mano alla patente mi guardava e guardava la foto sul documento, e lo fece più volte mentre io continuavo a sorridere. Intendiamoci, a sorridere e a non ridere, non me lo sarei mai permesso, ma non avrei potuto farne a meno, vedendo una somiglianza con quell’attore, che anche se solo con ruoli di caratterista e al massimo di comprimario, aveva rubato il cuore a tutt’Italia, per la simpatia che emanava senza sforzi e a volte anche senza parlare, muovendo solo il viso nelle sue smorfie tipiche da siciliano omertoso. Il brigadiere guardava me e la patente, ma ogni volta che mi guardava si soffermava di più. “forse la foto è troppo vecchia e non più somigliante…” pensai, oppure “non mi vede bene per il buio..”; il giovane carabiniere dietro al graduato, guardava sia me sia lui. E sorrideva! “Perché lei ride?!?” mi chiese a bruciapelo il brigadiere. In un attimo decisi che la verità non avrebbe fatto male ne a me ne a lui. Io non avrei commesso peccato, e lui forse sarebbe stato anche contento se gli avessi fatto notare la somiglianza. Era un uomo vicino ai sessanta anni credo, quindi l’età che a quei tempi poteva avere anche il suo “sosia” attore; forse era anche vicino alla pensione, e quindi meritevole di ammirazione e rispetto, vista la miriade di pensionati bambini, specie nelle forze dell’ordine. Lui era li in servizio. “Mah… sto sorridendo, perché lei somiglia all’attore Tiberio Murgia…” non mi fece finire, e tra l’imbarazzato, il serio o il serioso, non saprei neppure io, mi rimproverò: “Lei era troppo veloce!” con accento severo e solenne per il tono imperativo che aveva assunto. Al che io timido risposi: “si,… ero un po’ veloce…” “NO! Lei era molto veloce!” … il carabinierino dietro sorrideva appoggiato alla mitraglietta e mi guardava. Io guardavo il brigadiere “Murgia” e mi veniva di nuovo da sorridere, ma cercavo di trattenermi: “Si,… forse ha ragione lei brigadiere, ero troppo veloce!”. Quando lo chiamai col grado, ebbe un scatto d’orgoglio e mi chiese come mai un giovane in Italia conoscesse i gradi militari e quelli dell’Arma in particolare. Gli spiegai la mia passione per la storia e le uniformi e tutto il resto, ma nel vederlo mentre mi guardava con l’espressione tipica dell’attore al quale somigliava tremendamente mi tornava di nuovo il sorriso. Serissimo: “Lei è in contravvenzione lo sa?”, mi disse; “eh.. si, lo so!” risposi. “Sono cinquemila lire per eccesso di velocità!” Al che risposi che andava bene e che avrei pagato. “Lei non protesta?!” A questo punto sia nel modo di parlare sia atteggiando il viso, mi sembrò di vedere Tiberio Murgia in persona, e per non farmi coinvolgere dalla scena per non irritare e soprattutto per non offendere il bravo milite, risposi in fretta e remissivo: “No-no io non protesto!..!” Soddisfatto il brigadiere, compiaciuto da se stesso e per il mio comportamento, e forse perché no, anche dall’avergli rammentato la somiglianza ad un personaggio famoso, che penso faccia piacere un poco a tutti se capita, riprese: “…Lei non protesta… allora sono tremila lire:” La cosa era buffa, simpatica; non mi era capitato mai nei pochi anni di abilitazione alla guida, di essere fermato dai Carabinieri, per lo meno per l’accertamento di un infrazione al codice della strada, e la cosa mi divertì e mi avvicinò più di quanto ogni cittadino debba, ai cari Militi. Pochi anni fa è morto un coetaneo amico di mio padre, un uomo che per molti anni ha sofferto di un male che lo ha trasformato mano-mano nel viso, fino alla morte. Ma con un coraggio unico, ha sopportato la malattia fino alla fine, senza lamentarsene mai, almeno con me. Anzi quando ci incontravamo la sera, o qualche pomeriggio attorno le mura del paese oppure di fronte ai nuovi bar, era contento di raccontarmi del suo passato di cacciatore ed io ero contento di ascoltarlo. Si chiamava Quinto e da lui ho saputo molto su mio padre, e su piccole storie di paese, che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute. Mi raccontò di quando gli esplose la doppietta in mano, del sequestro dell’arma da parte dei CC del paese, e delle munizioni che aveva utilizzato quel giorno, e di come fu fortunato, nel perdere solo una falange. Aveva impugnato la doppietta (a canne giustapposte, o parallele come sarebbe più giusto dire) con una certa leggerezza, senza stringerla troppo per effettuare un tiro improvviso, e questo gli salvò la mano, a detta degli esperti. Se avesse afferrato con calma e con forza l’arma, l’esplosione della camera di scoppio della doppietta, trovando la mano stretta e aderente ad essa, avrebbe causato danni sicuramente maggiori e ben più gravi. La perizia stabilì che colpa non era del caricamento delle munizioni, peraltro di serie, anche se a quei tempi era un lusso possederne, bensì era lo stato dell’arma che come tutte le doppiette di una certa età e con un lungo periodo di utilizzo, aveva la camera di scoppio della prima canna, cioè quella che spara sempre per prima o quasi, e molto di più dell’altra, leggermente “abrasa”, e un piccolo impedimento alla volata, o anche una semplice fogliolina pesante e bagnata, aveva aumentato lo stato della pressione interna alla canna che sfogò ovviamente sul punto più debole dell’acciaio deflagrando, e provocando il danno seppur lieve, alla mano di Quinto. Ogni incontro con lui si può dire che coincideva con un racconto, una puntata della sua storia di uomo e cacciatore. Ogni lepre ed ogni fagiano, il giorno delle allodole e delle tortore, e poi l’amicizia con Liano Rossini, l’allora campione del mondo di tiro, scomparso prematuramente. Le munizioni oggetto del sequestro dopo l’incidente, a Quinto le aveva regalate proprio il campione che era solito aprire la caccia alla tortora dalle nostre parti. A quei tempi tutti confezionavano le munizioni in casa, e non erano rare cartucce con polvere di provenienza militare, anzi! Troppo spesso erano caricate empiricamente dai vari maghi Merlino e alchimisti del momento. La cartuccia responsabile dell’esplosione del fucile, che responsabile poi non era, apparteneva ad una partita di serie di una nota marca italiana, i cui standard di sicurezza erano al massimo per il periodo storico, ed ancor oggi è così. Quinto era affabile e simpatico, per ciò attirava l’attenzione di chi in paese era nuovo ed aveva bisogno di inserirsi. Fu così anche per un maresciallo dei Carabinieri, che sostituì il padre di un mio compagno di scuola presso al pensionamento. Mio padre era morto da poco ed io frequentavo la seconda media in paese. Questo nuovo comandante di stazione era appassionato di caccia, ma non essendo esperto dei posti, circolando tra i due bar conobbe gente e cacciatori, ai quali si affidò per praticare la sua passione. Io lo conoscevo solo di vista, ma ricordo che era molto ben voluto, se non addirittura amato, per la sua bontà. Era molto severo e non perdonava niente a noi “vassalli”, ma si limitava a rimproveri e qualche pizzicotto sui gomiti, che più che una punizione ci sembrava il privilegio di essere stati toccati. Può sembrare strano o forse non lo è, non so, ma essere rimproverati quando si sbaglia, può aiutare un ragazzino a non sentirsi solo, a capire che qualcuno pensa a noi! Era il vero Maresciallo, quello che tutti i marescialli dovrebbero essere. Lui era il confidente del paese, ascoltava, scherzava, sbirciava negli affari di tutti e tutto era sotto controllo, lui sapeva quello che succedeva ma non trapelava mai niente, a meno che non ci fossero comportamenti equivoci. Se qualche ragazzo commetteva una scorrettezza, prima di “rovinarlo”, avvertiva i genitori e li invitava a trovare una soluzione, quando la soluzione non si trovava interveniva, ma era costretto dal suo ufficio. Riusciva a dare la giusta importanza alle cose, ed in paese era rispettato, ed aveva molti amici. A Quinto si affidò per la caccia, alla quale rinunciava solo per motivi di servizio; giustamente! L’amico di mio padre mi raccontò di un giorno in cui, si imbatterono in altri cacciatori nelle nostre belle campagne, con i quali nacque un battibecco per motivi “cavallereschi”, cioè il classico “qui c’eravamo prima noi”, oppure: “ci avete tagliato la strada”…ed altro. Al che Quinto e gli altri cercarono simpaticamente di risolvere la questione, ma i cacciatori forestieri non erano intenzionati a mollare. Il Maresciallo più volte raggiunto con lo sguardo dai compagni di caccia, fece l’occhietto divertito e non si intromise mai. Ad un certo punto questi cacciatori sconosciuti, alle risposte degli altri, sentendosi offesi e derisi, alzarono la voce. Allora intervenne il Maresciallo che mai si era intromesso nella discussione, e li invitò educatamente ad andarsene perché nel torto. Peggio! Ancor più offesi i forestieri si rivolsero all’altra squadra con decisione: “ora andiamo dai Carabinieri!”. Se ne andarono lasciando i nostri amici sgomenti; tutti tranne il Maresciallo che divertito più che arrabbiato, si fece accompagnare al più presto possibile in caserma, prima degli altri cacciatori se possibile, e se veramente ci fossero andati…. Ci andarono veramente. In fretta tolti di dosso gli abiti sportivi, il comandante di stazione indossò l’uniforme, pettinatosi e rimessosi in ordine, aspettò che “gli offesi” arrivassero. Sembrava che la cosa non avesse seguito, nessuno ancora si presentava in caserma. Ma ad un certo punto suonò il campanello, e quando ai cacciatori venne aperto cancello e porta, si trovarono di fronte il Maresciallo che li salutò militarmente e li invitò ad entrare. La cosa come è facile immaginare provocò un evidente imbarazzo “negli offesi”, riconoscendo nel Maresciallo il cacciatore che per ultimo li aveva invitati a passare sopra all’accaduto. Gli altri amici erano già dentro. La scena divenne immediatamente comica quando tutti erano di fronte e nessuno parlava. Una Domenica di caccia non poteva essere rovinata da una scialba e insignificante lite! Allora prese la parola il bravo milite che ridendo e sorridendo, mise tutti i puntini sulle i, redarguendo tanto i suoi amici tanto gli altri, ai quali però rimproverò di non aver cercato una soluzione pacifica alla “questione cavalleresca”. Per questo li condannò….. al pagamento di una “cena!”. Tutto finì allegramente e con nuovi amici di caccia. Forse per essere Carabiniere bisogna essere un poco diversi dagli altri, e quando dico diversi lo dico con grande amore e grande passione, ma esserlo impone una grande…passione! verso quell’uniforme e quella forma di disciplina, bisogna sapere che essere militi impone una diversa vita dagli altri uomini in divisa, impone un senso dell’onore superiore, che non tutti possono “sopportare”. Bisogna sapersi districare tra le barzellette e i luoghi comuni, ma un Carabiniere non mi ha ma i detto di non essere spiritoso. Non di meno, bisogna avere il coraggio di essere militari! L’apertura della caccia del 1988, coincideva con l’ultima domenica di settembre, se non sbaglio il 28. Piovve per tutta la mattina, e vuoi per la levataccia alle quattro, e vuoi per l’acqua, che dopo qualche ora di inutile pellegrinaggio in mezzo alla campagna mi solcava la schiena, ero rigido, infreddolito, e completamente deconcentrato, al punto che neanche se un fagiano o una lepre mi fossero saltati addosso, sarei stato capace di reagire. Finalmente dopo un bagno di acqua gelida e di sudore, sotto all’incerata di rito, alle undici del mattino qualcuno decise di chiudere li l’apertura bagnata ma sfortunata, che aveva visto un solo fagiano nel carniere, anche lui pesante più per la pioggia che lo aveva inzuppato, che per la ciccia che aveva addosso. Rientrammo in paese senza proferire parola, tristi e infreddoliti. Una donna ci venne incontro. Era la madre di una amica che abita vicina al mio amico di caccia, che stava accostandosi al muro del vicolo per parcheggiare il vecchio fuoristrada. Non pioveva più, ma per essere il mese di settembre, il freddo ci era entrato fin nelle ossa. Ci venne incontro la donna, mesta e a bassa voce, e ci disse che Enrico si era sparato. A mezzanotte, o poco più. La sera precedente aveva deciso di finire così la sua vita. Non aveva aspettato che il destino decidesse per lui, aveva di certo anticipato l’evento che ci attende fin dalla nascita. Si era fatto il destino da solo. Forse sarebbe morto ugualmente, non lo sapremo mai però, lui aveva deciso di non continuare a vivere. Da un uomo allegro e divertito dalla vita come lui era, o come ora mi viene da pensare, forse ci aveva fatto credere, non mi sarei mai aspettato un gesto simile. La mente degli uomini è come un pozzo, stretto e profondo, del quale non si vede che l’inizio e fin dove arriva la luce del sole; raramente si giunge a scorgere il riflesso dell’acqua al chiaror della luna e…. ancor più raramente se ne riesce a stimare la profondità. La parte più profonda e oscura del pensiero umano è inesplorabile, e soprattutto, qualora si riuscisse a scorgerla, così come la profondità di un pozzo, sarà impossibile descriverne il buio. Che il buio si fosse impossessato della mente di Enrico, mi sembrava impossibile. Non poteva essere che lui, proprio lui avesse deciso e scelto la sua fine. Qualche volta, parlando delle nostre uscite verso i caffè dei paesi vicini al nostro, oppure ricordando qualche fatto allegro, si metteva l’accento su quanto fosse bella la vita che stavamo vivendo, di quanto ci divertissimo e di come si era sempre d’accordo tra di noi: “E’ un bel vivere questo…” diceva spesso, e a volte ma non spesso, con un poco di malinconia poneva il caso che però finisse. Tornava subito allegro e ….”quando non ce la faccio più… mi sparo!” disse qualche volta, e subito ne nacquero una sonora risata e gli scongiuri di rito, sempre più divertiti. Questo succedeva due o tre anni prima, nel frattempo io mi ero sposato ed era nato il mio primo figliolo. C’eravamo un poco persi di vista, ma ci vedevamo anche se non come prima. Una sera mi fece i complimenti per il bambino, che piccolo e vivacissimo mi sfuggiva per il corso del paese, ed Enrico rideva divertito. Era estate, tra la fine di agosto ed i primi giorni di settembre, bellissime giornate. Ora ero tornato ad abitare in città, dove vivevo con mia moglie e mio figlio nella casa di lei, un appartamento grandissimo, dove suo padre volle che andassimo ad abitare. Solo la domenica tornavo in paese, oppure nei giorni in cui non lavoravo. Ricordo che una decina di giorni prima che avvenisse il fattaccio, ero davanti al bar di Mario con altri amici che da tempo avevo perso di vista, e parlavamo del lavoro, della caccia la cui apertura era imminente, e delle belle giornate che ancora potevamo assaporare, e la speranza che quella bella estate si protraesse ancora per molto. Mentre in piedi parlavamo osservando il passeggio di quel giorno, che credo fosse un sabato, anche Enrico passò dinanzi a me e mi salutò, e mi fece un gesto amichevole con la mano. Io ricambiai ma non ci parlammo, solo ci sorridemmo, perché lui era intento a parlare con un suo amico coetaneo. Lo guardai, e pensai con gioia di come era felice e sorridente, e soprattutto notai che indossava una giacca celeste pastello ed un pantalone bianco, con delle calzature color cuoio bellissime. Era come al suo solito elegantissimo, e pensai di come qualche tempo prima, mi avesse insegnato ad essere sempre elegante e non solo benvestito, che l’eleganza non dovevo “trascinarla” ma viverla con naturalezza. Ripeteva spesso un vecchio detto di non so quale personaggio famoso, un uomo che aveva fatto la moda nella storia o la storia della moda, che suonava all’incirca così: “un uomo elegante si confonde tra la folla”. Mi rimase impresso quel tardo pomeriggio di settembre, pieno di luce e di allegria, e mi sembra di rivedere ancora oggi, dall’altra parte del corso, di fronte al caffè di Mario, Enrico che sorridendo mi saluta passeggiando. Pochi giorni dopo, il fatto. Non sembrava possibile, che una cosa del genere potesse essere successa. L’allegria, la simpatia, il buon carattere e l’amico, se ne erano andati tutti insieme in un momento; un momento di coraggio forse, o come molti dicono di vigliaccheria: io non me la sento di giudicare il suicidio di quell’amico buono e leale, così come non lo farei per nessun altro al mondo. Ora non vedevo più quel modo di morire eroico e liberatorio, come quando dodicenne, immaginavo il suicidio dello scrittore a me caro, Heminguay. Ora, quel modo di morire mi era vicino: incomprensibile! L’unica cosa che avrei voluto fare, e che ancora farei, è domandare perché,… ma a chi?!? La mente degli uomini è come un pozzo… chissà quanta e quale sofferenza nella profondità dell’animo e dei pensieri di Enrico. Chi muore porta con se tanti pensieri e tante cose non dette, tanti sogni non realizzati o chi sa che cosa d’altro. In paese tutti hanno cercato di dare una spiegazione alla morte che si è dato quell’uomo, ritenuto allegro e spensierato, senza problemi economici o di altra natura. “Tutto un sol giorno cangiar potè!” dice Rigoletto, ed è vero. Quale sia stato il giorno che ha cambiato la vita di Enrico, e quale motivazione lo ha portato a compiere il gesto “estremo”, non lo sapremo mai, anche se per chi lo ha conosciuto come l’ho conosciuto io, è impossibile provare ad immaginare un motivo tanto grave e gravoso per arrivare a tanto. Quel giorno di apertura della caccia freddo e piovoso, completamente opposto ai giorni che lo avevano preceduto, belli e assolati, di un estate che sembrava non volesse finire mai, e magari fosse stato così, non poteva essere più brutto. Mi sembra che Enrico avesse compiuto quaranta anni proprio in quei giorni. Molti dicono che i giorni sono tutti uguali, ma io non ci credo, ci sono giorni belli e giorni brutti, a volte così brutti che è meglio dimenticarseli. Quello fu un giorno ancora peggiore degli altri, non bastava che piovesse…. Ma non si può dare la colpa alle stagioni; mio padre morì in un bel giorno in piena estate di San Martino, un bellissimo giorno di sole! Eppure era Novembre.
“All’inizio era il nulla… poi gli uomini vistisi soli, presi dal panico crearono Dio!”
Che Dio esista nessuno può negarlo, nessuno può negare che c’è qualche cosa che noi uomini non riusciamo a capire e a spiegarci. E’ a questo Dio che ci si affida affinché la vita trascorra serena e senza paure; anzi senza “paura”, perché la nostra paura è una sola: la morte. Un vecchio proverbio che recitava sempre mia nonna dice che “si sa come si nasce e non si sa come si muore”; io aggiungerei che tutti si chiedono “perché si nasce ma soprattutto perché si muore”. Ma ancor di più cosa è veramente la morte e cosa succede dopo che ci spegniamo, quando tutto in noi si ferma e finisce, a differenza di quando nasciamo e tutto comincia, tutto in noi si muove, e sono gli altri che intervengono a gestirci, in entrambi i casi, per ovvi motivi anche se opposti tra di loro. Credere in un essere superiore e buono che ci aspetta quando lasceremo le cose materiali, è di grande sollievo nello svolgimento della vita, e sapere che ci premierà in qualche modo se ci siamo comportati bene, ci stimola ai buoni comportamenti. Gli uomini dei quali mi sono interessato per via della mia passione verso l’arco quando quest’arma era ai primordi, erano semplici e presi dal problema della fame, e parallelo a questo quello della sicurezza, per ciò inventava attrezzi che sempre più cercava di migliorare e razionalizzare, affinché lo aiutassero a vivere o sopravvivere. Ma di fronte agli eventi naturali si sentiva impotente perché non riusciva a dar loro una spiegazione. Non penso che nel suo cervello in via di sviluppo ci fosse stato posto per una divinità come la intendiamo noi, troppo complessa per lui, ma certamente al sopravvenire dei primi dubbi, per quanto semplici visti dalla nostra postazione privilegiata, abbia cercato aiuto e conforto in qualche cosa. Viene da pensare allora, perché il Creatore abbia dato vita ad un essere che ha impiegato milioni di anni per divenire un “uomo”, perché non lo ha creato già cosciente dell’essere vivo e dell’esistenza della morte, in modo di potersi manifestare a lui e metterlo a conoscenza delle sue leggi ed altro. In che relazione è il tempo di Dio con il nostro? Se è lo stesso e con lo stesso svolgimento, quanta pazienza ha speso attendendo l’evoluzione? Può essere che avendo creato una miriade di mondi, sia giunto alla terra dopo aver terminato i suoi “uffici” in altri pianeti, e di aver trovato l’uomo già cresciuto e in età “scolare”? Può essere che anche Dio sia stato giovane e distratto e sia cresciuto evolvendosi insieme all’uomo? Starò peccando?!? Non so, io sto solo scherzando. Ai primordi della fede, o delle varie fedi, comunque c’erano le paure: quelle vere e materiali che terrorizzavano i primi uomini, come il vento, il fulmine ed altri cataclismi naturali, fino a che non è sopravvenuta la solitudine e la paura della morte e dell’aldilà, ad impaurire l’uomo più intelligente e colto. Credo che il fuoco sia stato il primo elemento ad essere adorato dagli uomini come un Dio più di ogni altro, e sia stato considerato un dono del cielo. Quando un fulmine provocava un incendio, mantenere il fuoco acceso era una sorta di adorazione verso quell’evento che lo aveva provocato. E vedendo il fulmine, l’uomo iniziò a guardare il cielo, infinito, indefinito, che cambia colore a seconda che sia giorno oppure notte, che piova o splenda il sole. Il cielo, del quale non vedeva il povero uomo preistorico, il tetto. Il dubbio e la paura di non sapere e di non vedere cosa ci fosse, se quel soffitto avesse una fine e dove fosse. Ma per quanto progredito e attrezzato, neanche l’uomo moderno è riuscito a misurare l’infinito. Quando nessuna soluzione si intravede per un problema o altro, ci si affida da tempo immemorabile al cielo, e ognuno trova in esso e in quello che crede ci sia, conforto. Ma dalla paura iniziale e dallo sconcerto l’omino primitivo, cominciò a trarre anche benefici, come scaldarsi nelle notti fredde e durante gli inverni, ma sopratutto iniziò a cuocere i cibi traendone beneficio, sia dal punto di vista dei sapori sia dell’igiene. Quindi il fuoco era continuamente alimentato affinché non si spegnesse, e nacque l’adorazione verso questo elemento più che di ogni altro. Sarebbe risultato impossibile adorare il vento, anche se questo elemento faceva una gran paura, specie di notte o durante le tormente invernali, ma propiziarsi i favori di un elemento che non può essere arginato e coltivato, sarebbe stato impossibile. Il fuoco può uccidere, ma se controllato, in diverse forme torna utile, e l’uomo lo ha capito quasi da subito. Quando poi il nostro parente di tanti e tanti anni or sono, scoprì che un fuoco poteva accenderlo da solo, questa forma di adorazione rimase ma cambiò la destinazione spirituale di quella fonte di luce e di calore, ed essendo anche cresciuto culturalmente ed avendo acquisito altre conoscenze, ora la fiamma ardeva per una Divinità. Prova ne è la storia di tutti i popoli del mondo, che nemmeno troppi anni fa tenevano il fuoco acceso in appositi templi, e sacerdoti e sacerdotesse si preoccupavano che mai si spegnesse, pena la morte o la prigionia a vita. Il fuoco non ardeva più per se medesimo e per i bisogni del nucleo sociale, bensì per qualche figura divina che mano a mano gli uomini venivano inventando: o che alcuni uomini inventavano per gli altri all’occorrenza! La paura di essere solo ha costretto l’uomo a cercare un padrone. Oppure molti! Sapere di averlo e non vederlo, dare a questi un nome oppure un altro, oppure molti a seconda di quanti Dei aveva deciso di servire e adorare, è servito all’uomo per sentirsi più sicuro. Nella sua semplice testa di allora, occorreva inventare una divinità per ogni materia importante e decisiva nella vita di tutti i giorni, sia del sovrano sia del popolano, fino a che un solo idolo ha riassunto in se tutti i pregi e le caratteristiche degli dei, specializzati ognuno in una materia. L’esempio del fuoco, é il più comprensibile di tutti perché è l’unico elemento che può essere mantenuto in vita, e che esercita sempre un grande fascino. Basti pensare che in oriente ci sono luoghi di culto dedicati a religioni molto diverse dalla nostra e dalle altre due monoteiste, dove arde sempre il fuoco e da migliaia di anni. Nelle nostre chiese vengono accese le candele e i ceri, a prova che anche la nostra religione si affida al simbolismo della fiamma. Il fascino sconosciuto del fuoco è comprensibile se osserviamo i bambini molto piccoli quando guardano il focolare o la fiamma di una stufa e di come rimangano affascinati e ipnotizzati da essi. Noi adulti non siamo tanto diversi dai bambini; sedere davanti al camino e guardare la legna che arde, ci infonde uno sconosciuto senso di conforto, di sicurezza e di romantica malinconia, come se qualche cosa di vissuto attraversi la nostra memoria e la nostra mente. Mi domando spesso se gli uomini sono liberi perché credono in un Dio, oppure se credono in Dio perché sono liberi. Io come tutti sono stato istruito alla fede, non sono prescelto dal Signore quindi non l’ho incontrata per strada, sulla strada della mia vita. Mi è stato insegnato a pregare in un modo e non in un altro, mi sono state raccontati la Bibbia e i Vangeli, e posso dire con franchezza, che a più di cinquanta anni ancora non sono riuscito a capire realmente, che cosa intenda la mia religione per Dio. La religione Cattolica è molto complessa, essa si affida a figure intermediarie bellissime alle quali poi noi ci affidiamo per parlare con Dio. Noi nominiamo poco il Signore al contrario ad esempio dei musulmani che si rivolgono direttamente a Lui nelle preghiere. Noi ci affidiamo ad “avvocati” speciali ed appositi, per parlare e chiedere qualche cosa, dal piccolo miracolo di tutti i giorni, fino al grande miracolo quando purtroppo se ne presenta la necessità: Gesù Cristo, Maria, gli Angeli, gli Arcangeli e tutte le altre figure che non ricordo e delle quali non ricordo le mansioni. I Santi sono le figure alle quali ci si affida più spesso nei momenti di bisogno perché più vicini a noi, e ognuno di noi ne elegge uno o una a personale protettore. I Santi sono uomini e donne la cui storia e vita sono documentati, ma non di tutti conosciamo il motivo di elevazione agli altari poiché sono moltissimi. Solo per pochi di essi conosciamo la vita ed i miracoli compiuti, ma tutti hanno certo buone motivazioni per essere santi. Ognuno di noi si affida a qualcuno di essi dicevo, e se anche non avvengono miracoli ci si sente quasi sempre meglio dopo aver pregato, specialmente nello spirito, e questo è già positivo. Nelle molte ore di catechismo di quando eravamo bambini, e in casa dove si recitava il santo rosario quasi tutti i pomeriggi, ci veniva sempre rammentato di comportarci bene perché Dio ci vede. Ma questo nel mio caso non è stato affatto di aiuto a comprendere che cosa fosse la fede. Avveniva una specie di imposizione anche se non cruenta, per cui questo Dio mi ronzava sempre attorno, lo sentivo presente e controllore delle mie azioni, come se mi stesse guardando da dietro un angolo o da dietro una tenda. Ed ancor peggio, mi è stato descritto permaloso e vendicativo, non un censore immediato delle nostre cattive azioni, ma paziente e puntuale nel punire i peccatori. “Dio non paga tutti i sabati ma paga il giusto!”, questa era una delle frasi che sentivo più spesso ripetere. Questo vago occhio che si affacciava dal cielo era qualche cosa di materiale e non di spirituale. Mi ricorda quel prete che era all’Abbadia tanti anni fa, prima che venissero i frati con le tonache bianche e marroni. Somigliava in modo formidabile all’attore francese Fernandel, che con Gino Cervi ci ha regalato grandi risate, e che con quella serie di films tratti dai romanzi di Guareschi, ha stemperato le tensioni ed anche le violenze del primo dopoguerra. All’Abbadia a quei tempi, quando io ero ragazzo in paese, c’erano tante famiglie e quindi tanti bambini e ragazzi, e luogo di incontro e di giochi per essi erano i vecchi piazzali della chiesa e della villa, oggi irriconoscibili. Noi in paese avevamo l’oratorio, dove trascorrevamo i pomeriggi, all’Abbadia se il tempo era buono i ragazzi giocavano a pallone. Questo prete che vestiva sempre la tonaca nera e il cappello come quello di Fernandel, quando sentiva parolacce ed altro di sconveniente provenire dal cortile dei giochi, per scoprire chi fosse il blasfemo, nascosto dietro ad una finestra socchiusa, preparata un’ampolla d’acqua, e quando i ragazzi transitavano in corsa sotto la finestra, lanciava il “gavettone” e annotava i nomi di quelli che per reazione al bagno inaspettato, bestemmiavano o lo maledivano. Certo accostare Dio a questo prete, tuttavia simpaticissimo, può risultare irriverente, ma nel caso nostro e di come siamo stati educati, assume un tono diverso non certo offensivo della fede. A me ed ai miei coetanei non è stato insegnato l’amor di Dio bensì il timor di Dio! Ci è stato insegnato che siamo osservati, e chi lo ha fatto è riuscito a farci sentire “osservati”, tanto che da bambino ero continuamente assalito dai sensi di colpa, e ogni qual volta mi comportavo male, aspettavo la vendetta di Dio che puntualmente…… non arrivava! Credo che descrivere la divinità in modo così materiale, sia il motivo per cui molta gente, soprattutto giovane, rifugge dalla religione, oppure la vive in modo superficiale e distante. E’ già abbastanza difficile districarsi tra tanta gente che si incontra realmente ogni momento, ed è perciò comprensibile che impegnarsi nella fede, specie se descritta in malo modo, crei delle altre difficoltà oltre a quelle che già si vivono. Le persone non sono in cerca di problemi, fuggono da essi! Forse è questo il motivo per cui credere “nella misura in cui”, è divenuta la normalità. Pochi accettano di essere coinvolti più di tanto nella vita di parrocchia e di dedicare il tempo alle attività della chiesa di paese, o di quartiere qualora ci si trovi in città. Molti non vi si accostano affatto. Non si riesce a capire se a dominare sia il disinteresse o sia il non aver bisogno di Dio! La via della fede, così come la conoscevamo da bambini, non esiste più. Eravamo pestiferi, ma andavamo tutte le domeniche a messa, frequentavamo il catechismo sempre, anche se non era in previsione comunione o cresima, molti di noi erano chierichetti e servivano messa. Va detto però che la vita era più semplice di quella odierna, e le esigenze e gli impegni di ciascuno erano minimi se raffrontati ad oggi. Lo spirito burlone e dispettoso che ci animava non veniva meno mai, neanche in chiesa, ma il prete era un prete di quei tempi. Era un uomo di fede, e se anche per ovvi motivi dovuti al ministero non aveva famiglia, quasi sempre si comportava come un padre o un fratello, o uno zio. Non era raro che una sberla arrivasse a segno, ma eravamo abbastanza rustici ed anche abbastanza intelligenti, da non dare peso alla cosa. Per capirci, sapevamo cos’era il torto e la ragione! In paese tutti noi bambini e ragazzi frequentavamo la chiesa e l’oratorio, spontaneamente, in modo del tutto normale, come quando si entra in casa propria. Quello secondo me era vivere la fede, la chiesa e la casa erano a contatto tra di loro attraverso i bambini, noi bambini. Il sacerdote aveva tanta di quella gente in chiesa spontaneamente che neanche se ne accorgeva. Quando oggi qualcuno frequenta la chiesa e le sue attività, si parla di impegno, così come nella politica ed altri settori. Io ricordo che la chiesa e l’oratorio erano porti di mare, c’era tutta la gente del paese indistintamente, senza nessuna differenza evidente. Eravamo tutti “impegnati” a quei tempi, e di impegno non se ne parlava perché il luogo di culto e quello ricreativo ad esso collegato, erano parte integrante della vita sociale di quel periodo. Forse c’era veramente Dio in giro da quelle parti. Non credere è da idioti. Di tanto in tanto si rifanno vivi vecchi discorsi sulla creazione e ciò che l’ha scatenata; la scienza ha dato una spiegazione a quasi tutto e a tutti gli avvenimenti a questo mondo. Alcuni dicono che non esiste divinità alcuna e, che tutto ha avuto origine dalla combinazione di alcuni elementi che esplodendo o combinandosi, hanno dato origine a tutto quel che vediamo. Potrebbe essere anche vero, ma questi “elementi” che mescolati tra di loro hanno dato origine alla terra e agli altri pianeti, all’uomo con le sue pene e le sue gioie, chi li ha combinati? Mi piace ricordare la saggezza di un uomo, Indro Montanelli, che poco tempo prima di lasciarci, alla domanda se credesse nell’esistenza di Dio, rispose: “Un giorno l’uomo scoprirà come, ma non saprà mai perché”. Spiegazione più giusta alla fede, al momento non è reperibile sul mercato. Credere libera l’uomo?, l’uomo è libero perché crede?,…oppure è libero di credere? La fede è divenuta troppo complessa e difficile da comprendere, o gli uomini sono troppo complicati loro stessi per potersi abbandonare alla fede? Non frequento più i luoghi di culto da molto tempo se non quando c’è un invito o una ricorrenza, non ne sono orgoglioso, ma non mi sento colpevole per questo. Mi piacerebbe essere possessore di fede incrollabile, ma come ho già detto la fede incrollabile appartiene ai Santi, e questi li sceglie Dio. Ne sono certo. La santità che tanto complessa ci viene descritta, che ha bisogno di prove per la chiesa, che necessita di avvenimenti eccezionali e testimoni a questi, di certo ha ragione di esistere, ma esiste anche una santità sconosciuta e silenziosa che non arriverà mai all’onore degli altari, ed è quella di tutti i giorni, quella che tanta gente buona usa ogni giorno nelle proprie azioni verso gli altri. Don Giulio era il parroco del paese, e per la chiesa non ha mai fatto miracoli, e non se ne ha memoria alcuna neanche tra la gente, ma ha trascorso moltissimi anni nella comunità portando conforto, pace, simpatia e cordialità uniche. E’ stato il “prete” che tutti immaginano e che tutti ricordano di aver conosciuto in passato; che quando andava a benedire le case prima di Pasqua, non disdegnava un bicchiere di vino ed un ovetto, “….. un bicchiere di vino, don Giulio?” “…tanto per gradire….!” e quando rientrava in paese dalla benedizione delle case sparse per la campagna, la vecchia seicento con gli sportelli controvento, procedeva un poco a zig-zag, tanto che non si avventurava nello stretto vicolo che conduceva al garage, ma scendeva nell’ampia piazza davanti alla chiesa. La pazienza che ha avuto con noi è sufficiente per elevarlo agli onori degli altari; non ci ha mai rimproverati! Quando le situazioni erano insostenibili balbettava qualche monosillabo e fuggiva di corsa dall’oratorio. Avere amore e pazienza con i bambini è già un primo gradino verso la santità; e noi eravamo diavoletti! Poi successe che un anno, vicini alle elezioni, ricevesse pressioni da parte di alcuni tristi figuri, affinché durante le prediche, invitasse i fedeli a votare per un partito, che fosse contemporaneamente “Democratico e Cristiano”. Si rifiutò l’onesto ministro, e non ostante le vivaci proteste popolari, venne trasferito ad altra parrocchia, per ordine del vescovo, che intervenne personalmente e ci “onorò” della sua presenza. Qualche tempo prima, gli stessi bruttissimi e tristissimi figuri, mi ripeto, ostacolarono con ogni mezzo l’assunzione alle poste di un brav’uomo, che tra l’altro era in pieno diritto di presa di servizio, dato che vincitore di un pubblico concorso, perché comunista. Io che lo conoscevo personalmente, sapevo che era un bravo padre ed un bravo e onesto lavoratore, e la cosa mi colpì perché anche mio padre, suo coetaneo, che si professava di fede opposta, era stato suo amico. Quando un popolo cade nell’abisso della guerra civile, è chiaro che esistano due schieramenti che si combattono; anche uno stolto potrebbe comprendere che un giorno, quando tutto è finito e non si combatte più, per fortuna, gli uomini non cambiano idea a seconda di chi comanda al momento o di chi ha vinto lo scontro, non tutti sono così viscidi da mutare opinione a seconda di chi assume il potere. Bisogna mostrare buona volontà e rispettarsi, al limite ignorarsi, visto che amarsi è molto difficile anche tra moglie e marito! Erano questi gli stessi tempi in cui i massimi leader della destra e della sinistra, avevano segretamente concordato di non affrontarsi in scontri palesi e pericolosi, per non far ripiombare il Paese in nuovi scontri tra fazioni diverse. Al mio paese purtroppo….. Oggi che cosa sarebbe successo? Difficile da immaginare. Don Giulio non era don Abbondio, e non obbedì a nessuno! All’asilo “infantile” c’erano le suore. Le ricordo con piacere anche se alcune erano molto severe: buone ma severe. Ma è doveroso ripetere che noi non eravamo in odore di santità! Per restare in argomento. Lo era invece secondo me ed anche secondo tutti quelli che la ricordano, suor Adele. Era la suora di cucina. Era una donna di giusta statura, già anziana quando io frequentavo l’asilo. Indossava la cuffia un poco indietro sulla testa e le si vedevano i capelli grigi, aveva gli occhiali da vista leggeri che lasciavano bene intravedere lo sguardo buono e dolcissimo, che si abbinava al suo eterno sorriso. Sembrava una nonna, non una vecchia nonna, una bella giovane nonna. Era in carne ma non era grassa, ed indossava il grembiule alla vita di colore bianco e azzurro a scacchi, sopra alla veste nera, lunga fino ai piedi. La finestra della cucina dava sul cortile dove giocavamo quasi tutto il tempo durante la giornata, tranne nei pochi momenti in cui ci veniva insegnato qualche cosa, oppure quando eravamo a mensa. Mi sembra di sentire il profumo della pasta asciutta all’ora di pranzo, e mi sembra di vedere quella suoretta che con un cucchiaione ci serviva i rigatoni o le penne al sugo fumanti, che lei stessa aveva preparato, nella pentola di alluminio grande e piatta usata per condirli. Mia nonna ripeteva spesso che all’asilo ingrassavo e a casa dimagrivo. Ricordo solo il sorriso di quella donnina che aveva dedicato tutta la sua vita a cucinare per i bambini degli asili; non ricordo un espressione diversa del suo viso se non dolce e sorridente. Quando giocavamo nel cortile si affacciava spesso e risolveva con poche parole ed un sorriso le svariate diatribe che nascevano tra di noi. Ma quando le cose si facevano serie e qualcuno di noi era da punire, suor Adele interveniva ed usciva, e asciugandosi le mani nel grembiule, scendeva in cortile, e per mano ci conduceva in cucina. Li avveniva la punizione: quando un bambino era stato troppo cattivo, lei,la suora di cucina, estraeva dalla tasca sotto al grembiule… un “cremino!” Erano quei cioccolatini a tre strati che si vedono raramente oggi, o forse non li vedo io perché non li cerco. La punizione era così umiliante e dolce che raramente si tornava a comportarsi male. Noi eravamo cattivi, e suor Adele invece di punirci ci “addolciva” con un cremino. È difficile spiegare cosa si provi quando succede una cosa simile: io personalmente provavo vergogna! Miracoli alle persone di cui ho parlato non ne sono stati attribuiti, ma credo che una certa santità l’avessero in cuore. Avevano Dio nel cuore. E Dio nel cuore, l’aveva di sicuro nonna Maria, la madre di mia suocera e nonna di mia moglie. Era magrissima, e si sosteneva con un busto per problemi seri alla colonna vertebrale. Questo malanno, la costringeva a camminare in un modo strano ed inconfondibile, riconoscibile da lontano, quando la vedevo scendere per la discesa che portava a casa di mia suocera. Ma dolorante e taciturna, tutti i giorni si recava dalla figlia per accudire le nipotine e riordinare la casa, perché lei, sua figlia, lavorava tutto il giorno e non poteva dedicarsi alle faccende domestiche. Mai un lamento o una polemica, salutava con un sorriso e si immergeva nel suo lavoro. Quando parlava esordiva dicendo “cristiano o cristiana”, a seconda del sesso dell’astante, e diceva sempre qualche cosa di utile e necessario, sempre con un sorriso, più buono che bonario, e con una cadenza piena di dolcezza. Pregava e frequentava la chiesa, senza essere affetta da bigottismo. Aveva un senso critico e razionale verso la religione, ma non verso la divinità, la Madonna e i Santi. Ad essi si rivolgeva come se li conoscesse, soprattutto la Madonna. Era devotissima ad essa, ma non servile, e le si rivolgeva come si fa con semplicità verso la propria madre; è stato proprio conoscendola, che ho compreso il senso della fede che, male e in modo distorto mi è stato insegnato fin da piccolo. Ho capito cosa sia l’amor di Dio e non il timor di Dio, che mi accompagnava dalla conoscenza della religione. Ho compreso che il Creatore non è così vendicativo e suscettibile nei confronti dei nostri comportamenti. Nonna Maria, così la chiamai anche io quasi subito dopo la sua conoscenza, era devota in modo particolare alla figura della “Madonna della Salute”, nella cui chiesa si recava con frequenza precisa e con devozione incrollabile. Tutti i giorni a casa di mia suocera, entrava in silenzio e in silenzio cominciava il lavoro solito. Preparava la colazione per mia cognata, allora bambina, riordinava le camere e il resto della casa, che mia suocera per via del suo lavoro, non era in grado di fare, poi si chiudeva in cucina per preparare il pranzo. Quando arrivava l’ora di questo, lei risaliva sull’autobus che l’avrebbe riportata a casa, dove avrebbe preparato il pranzo per suo marito, nonno Antonio. Il pomeriggio tornava da sua figlia e dalle nipoti, fino a sera, quando poi riprendeva l’autobus urbano nuovamente. E nuovamente il giorno successivo avrebbe fatto le medesime cose, che faceva ormai da tanti anni. Le solite cose, che avrebbero potuto stancare qualcuno, anche solo per un momento, ma non lei! I primi tempi del matrimonio, io e mia moglie li trascorremmo in casa di mio suocero, un appartamento enorme, dove vivevamo senza neanche sfiorarci per quanto grande e confortevole. E tutti i giorni incontravo nonna Maria che mi salutava con quel suo sorriso inconfondibile, fatto di bontà e sincerità. Era nato il nostro primo figlio, che veniva accudito spesso da nonna Maria, quando io e mia moglie ci assentavamo per qualche ambasciata. Un pomeriggio decidemmo di uscire per qualche ora, ed aspettammo il suo arrivo, ma tardò, e invece che alle due e mezzo come suo solito, arrivò alle quattro e mezzo. Non aveva importanza per noi, non avevamo fretta. Quando arrivò le spiegammo il da farsi con il bambino, che stava dormendo. Uscimmo e rientrammo non più di due ore dopo. Rientrando in casa sentimmo piangere il piccolo, e mio suocero. Nonna Maria era morta. Il bambino girava per la casa con il “girello”, e piangeva. Ma non perché si fosse fatto male o altro. Piangeva solo perché voleva considerazione e nessuno poteva dargliene, e sul girello l’aveva messo proprio la bisnonna, e così l’aveva trovato mio suocero rientrando in casa. Nonna Maria poverina, avvertendo un malore, con quelle che poi comprendemmo essere le ultime sue forze, e chissà con quale sforzo, con quel gesto, mettendolo nel girello, evitò che il piccolo si procurasse dei danni. Poi sedette su di una sedia vicina al termosifone, e morì. E così la trovò mio suocero. Il suo cuore già malato, oltre alla schiena, si fermò per sempre. Quel giorno nonna Maria tardò due ore perché era stata in chiesa, per l’adorazione. Era il ventuno di Novembre, il giorno della festa della Madonna della Salute. La fede non credo che possa essere avvicinata necessariamente alla religione, o alle religioni. La fede è quella cosa che si dirige verso il cielo, senza bisogno di intermediari. Credo che un esempio possa essere la varia origine dei Santi, e la santificazione di essi da parte della chiesa. Forse è una mia impressione, ma alcuni Santi ed alcune visioni hanno avuto tempi di riconoscimento lunghissimi e irti di ostacoli, anche quando già la gente, nell’intimo, credeva e pregava rivolgendosi a quella figura di uomo o di donna, o si recava e si reca nei luoghi delle presunte (e spero veritiere) visioni. La fede tutto sommato è una cosa semplice, ma le religioni tendono a renderla complessa. I dieci comandamenti, ai quali facciamo riferimento noi cristiani cattolici, e che ci vengono insegnati già da bambini, al di la dei primi due di ordine spirituale, altro non sono che regole di ordine pubblico vere e proprie, una specie di legge fondamentale, una costituzione dalla quale ricavare in tutte le forme possibili e applicabili al vivere civile, le leggi ordinarie. Senza parlare poi del Corano, che sicuramente è una legge, nella quale troviamo spesso peccato (delitto) e punizione immediatamente abbinate. Ricorda molto da vicino la bibbia, con i suoi stessi profeti e le sue stesse leggi; ma io non sono un teologo, e non mi avventurerò in discorsi troppo complessi. Per questo ci sono gli scrittori (pensatori) veri. Nell’arco di una vita, qualche volta può anche succedere di essere presi dal panico, sentirsi soli ed avere paura. Affidarsi a Dio può far bene. Non credo che il Signore si offenda se non mi ricordo troppo spesso di lui. Come tutti i mortali paurosi, avrei piacere che qualche volta intervenisse per portare giustizia al mondo la dove non ce n’è; ne ricaverei un grande senso di sicurezza. Nei racconti biblici si manifestava con una frequenza molto elevata, e quando “era costretto a metterci le mani” non era delicato,… per niente! Ora è in silenzio da tanto tempo, lo ha detto anche un Papa; forse troppo, a causa della fede degli uomini sempre più sottile e fragile. Oppure si è allontanato, quando ha visto l’uomo tanto pieno di se da farlo da parte, e in certi casi si è addirittura sostituito a lui. Io come troppi, mi rivolgo al Cielo (speriamo sia li che risiede Dio) quando le cose e gli avvenimenti di tutti i giorni, non rispondono più alle mie aspettative, ma capisco che è troppo comodo ignorare il Signore quando tutto scorre liscio, per poi invocarlo e pregarlo quando gli avvenimenti ci sono avversi. Spero che sia comprensivo, e superiore ai miei atteggiamenti, e quando la paura mi assale….. mi venga in soccorso. (Se non chiedo troppo!)
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