7 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
In casa lo chiamavamo tutti Mimi, ma il suo vero nome era Whiskey. Così era stato battezzato un minuscolo gatto tigrato di pochi giorni di vita, dal pelo fine e lucido, che avevo trovato per strada un giorno, tornando in sede dal lavoro. C’eravamo fermati per rimuovere un piccolo ostacolo su strada, quando un verso simile a quello del falco che volteggia in atteggiamento di caccia, ci incuriosì. Il suono era indefinito, e ne era incomprensibile la provenienza. Guardavo in alto mentre mi addentravo in un campo d’erba, e quel suono divenne chiaro e comprensibile sempre di più, finchè non capii che proveniva da terra. L’erba iniziò a muoversi e comparve un minuscolo traballante gattino, incerto sulle zampine, che mi veniva incontro inciampando. Tutto pensai in quell’istante, tranne che sarebbe nata una storia di amore e di affetto, che con tutto l’impegno e tutte le più ricercate parole del vocabolario, non riuscirò mai a raccontare in modo da essere compreso appieno. “Ci sarà la madre pensai” mentre lo prendevo in mano, anzi nella mano; era talmente piccolo che nella mano ci “cadde!”. Aveva gli occhietti semichiusi, quindi non doveva avere più di otto dieci giorni, e camminava incerto e barcollante. La polvere aveva infettato un occhietto, il sinistro. Glielo lavai e dopo le iniziali lamentele, si sentì meglio e sereno, ma sarebbero state necessarie altre cure in futuro. Non potevo portarlo con me; vivo in un appartamento, e in un condominio non si può tenere un animaletto se non segregato in casa e sterilizzato, onde evitare fastidi e liti probabili con i vicini. Cercai inutilmente la madre perlustrando il campo, ma non trovai né la madre né la traccia che ci fosse mai stata. Pensai che la gatta mi stesse osservando di nascosto e lontana, e che lo avrebbe ripreso immediatamente appena ci fossimo allontanati. Così lo portai vicino a degli alberi dove sarebbe stato possibile per la mamma riprenderselo. Ritornai poi al nostro camioncino e mi accingevo a salire insieme al mio amico e collega per tornare al deposito, ma il lamento del gattino si fece più forte ed acuto, trasformandosi da un pianto di paura indefinito, in un richiamo certo e consapevole, come se avesse capito che la sua salvezza dipendesse da me e solo da me. Non riuscii a resistere al richiamo e tornai sui miei passi. Quando fui a due metri da Mimi, l’erba si mosse e il “felino” mi venne incontro, inciampando e rotolando, miagolando con più forza di prima e con un fiato che un gatto di ottanta grammi o poco più, non sapevo dove potesse prendere. Dopo averlo preso in mano, smise di lamentarsi, si arrotolò e si addormentò. Ormai era sicuro, si sentiva al sicuro. Ma io non sapevo come fare per poterlo tenere in casa, quindi già con il mio collega pensavo a come “sistemare” la bestiolina. Cominciai a credere che qualche anima buona se lo sarebbe preso e lo avrebbe allevato amorevolmente. Era piccolo e carino, per essere un gatto partorito all’esterno era lucido e pulito. Sarebbe stato logico ciò se ci fosse la madre in giro, ma la madre non c’era… quindi era stato abbandonato. Con il collega tornammo indietro perché se la nostra idea fosse stata giusta, ci sarebbero stati altri gattini in zona. Ci sembrò di sentire qualche altro miagolio, cercammo inutilmente altri animaletti. Era ormai tardi e dovemmo rientrare, e sulla strada del ritorno trovammo un'altra urgenza e fummo costretti a scendere per risolvere il problema. Risalendo a bordo il gattino non era più sul sedile dove lo avevo lasciato, e per di più non piangeva. Non sapevo dove guardare; tra tutte le cose che portiamo per il lavoro, cassette di attrezzi e ferri, estintore ed altro, così piccolo era impossibile vederlo se non ci avesse dato una “voce”!. Ci sedemmo con attenzione per evitare di ucciderlo o di danneggiarlo con qualche nostro movimento, e mentre il collega guidava, io cercavo di guardare dove si fosse nascosto. Ad un tratto un’unghietta fine e tagliente si aggrappò ai miei pantaloni, e l’avventuroso gatto tentò un’improbabile arrampicata su si me. Lo aiutai e lo ripresi in mano e vidi che quell’occhietto infetto si era già risporcato ed aveva prodotto della materia gialla. C’era del collirio a casa e glielo avrei messo. Era la metà di Maggio, il tempo era bello e le temperature erano già dolci e piacevoli. Affidai Mimi ad un ragazzo che abita nella casa vicina alla mia, che entusiasta, aveva intenzione di adottarlo. Andai a prendere i figlioli alla stazione dopo l’uscita di scuola. Li informai del ritrovamento e furono felici di sapere che il “disperso” già aveva trovato casa. Ma varcando il cancello, il pianto accorato del gattino ci attirò. Il ragazzo nostro vicino declinò l’impegno, troppo gravoso per lui, giustamente, che in casa aveva un cane molto grande, un molossoide che se pur buonissimo, con il gatto non poteva di sicuro convivere. I miei figlioli furono contenti oltre misura, meglio non poteva andare per loro, avevano già deciso di tenere il gatto e già lo avevano battezzato: Whiskey, scritto all’americana e non all’inglese. Lo avevano letto sulla bottiglia del liquore da me preferito, e subito era piaciuto come nome da dare al nuovo amico e “convivente”. La prima notte fu drammatica, dormii con la mano sul gattino per dargli calore e appena iniziava a lamentarsi, lo mettevo sulla mia pancia, dove si addormentava subito. La seconda notte trascorse in modo uguale. Cadevo dal sonno ma ero contento di quella presenza, e di quell’esserino peloso che si era affidato a me e alle mie cure per sopravvivere. Nell’urgenza lo nutrii con del latte così alla meglio, anzi, alla meno peggio, ma poi in un negozio fuori paese acquistai un minuscolo biberon e del latte in polvere proprio per gattini. Iniziò a nutrirsi concretamente e a lamentarsi sempre meno…, di giorno. Ma la notte no! Un amico che ha sempre avuto gatti in casa mi diede il consiglio giusto. “Prendi un indumento che non indossi più e che è da buttare, indossalo qualche ora e poi mettilo in una scatola e quando è ora di andare a dormire mettici sopra il gatto”. Feci così, e appena finita la poppata della sera, misi Mimi nella cuccia preparata con una vecchia maglia di lana che avevo indossato per tutto il giorno. Il micio gradì la cosa molto, anzi moltissimo. Si girò diverse volte su se stesso, spinse col musetto le pieghe della lana fino a trovare la giusta posizione, e si addormentò. Nel frattempo avevo iniziato a curargli l’occhietto infetto con il collirio, e migliorava vistosamente. Dopo tre giorni lo aveva aperto completamente, ma furono necessarie altre applicazioni perché guarisse definitivamente. Alle due della notte, al ritornare dell’appetito ricominciava a piangere. Io mi alzavo e scaldavo l’acqua per sciogliere la polvere nutritiva che poi gli somministravo con il biberon, lui beveva e poi si riaddormentava fino alle sei del mattino, quando ricominciava a lamentarsi. Io ripetevo l’azione come quando mi alzavo anni prima per preparare il latte ai miei figlioli gemelli, che essendo nati dopo sette mesi di gestazione, mangiavano sette volte al giorno. Non mi pesava farlo per i figli, e non sentivo nessuna difficoltà a farlo per il gatto. Dopo alcuni giorni di routine, Mimi prese le sue abitudini: sveglia ad ore precise, poppate e sonnellini più o meno brevi, tranne quello del mattino che per forza doveva durare fino a quando non sarei tornato dal lavoro alla una e mezza. Lo sentivo piangere già dall’ingresso, per la fame, ma ancora non riusciva a scavalcare i bordi della scatola-cuccia dove lo riponevo dopo la poppata del mattino. Poi venne il giorno che aprendo la porta lo trovai seduto lì davanti che mi aspettava. E così anche di notte; puntuale alle due, sentivo di essere osservato, e girandomi sul lato lo vedevo seduto che mi guardava, senza più emettere lamentele. Già piccolissimo non ha mai fatto un bisognino fuori dalla minuscola lettiera che gli avevo approntato, ed era buffo quando cercava di nascondere la pipì, e se ne andava convinto di esserci riuscito! Era la prima volta in vita mia che mi trovavo ad allevare un gatto in quel modo, come impegno continuo e costante. Non che non avessi mai avuto contatti con l’animale gatto in precedenza, ma questa volta la cosa mi coinvolgeva in modo strano e completo. Tutti mi dicevano che sarebbe morto. Nessuno nutriva la speranza che potesse sopravvivere. Ad essere sincero, anche io lo pensavo qualche volta, specie quando non beveva che poche gocce di latte per poi accasciarsi sfinito. Ma poi pensavo che era piccolo e debilitato da uno o forse due giorni di digiuno dopo l’abbandono al lato della strada, e che succhiare era una fatica, ma che ce l’avrebbe fatta. Pensavo: “anche se poco, qualche cosa ha mandato giù quindi….” Quando ero piccolo, nei pochi anni in paese, il gatto in casa c’è sempre stato, ma era “il gatto”, non il mio gatto. E non era sempre lo stesso, non c’era come oggi la mentalità dell’animale da compagnia, vero e proprio “convivente” della famiglia. In quegli anni il gatto era una necessità, serviva a tenere lontani i topi dalle dispense, quando le reti fognarie erano approssimate, spesso inefficienti o in costruzione, e topi e ratti non di rado si vedevano in giro. Veniva ricompensato con gli avanzi e poco più, per la sua fedeltà e il suo lavoro, ma era più facile che fosse lui ad affezionarsi alla famiglia ed alla casa piuttosto che avvenisse il contrario. Molti anni fa, mio figlio maggiore trovò una gattina bianca nata da pochi giorni, con gli occhietti chiusi e la lingua, divenuta blu, fuori dalla boccuccia. Come tutti i bambini, volle che salvassi quella bestiolina ed anche in quel caso la allattai con latte in polvere, ma veramente quella volta pensai che la gattina non ce l’avrebbe fatta. Dopo piccole e brevi poppate però, dopo un giorno o due, ritirata la lingua in bocca, dopo aver ripreso un colorito naturale, la gatta succhiava con avidità mai vista tutto il contenuto del biberon, attaccandosi con tutte e due le zampine e le unghie alla mia mano. Ecco perché mi preoccupavo per Mimi, che succhiava un centimetro oppure due di latte e poi si accasciava. Pippero, la gattina era stata chiamata così, aveva un appetito formidabile, e non dava affatto l’impressione, dopo i primi due giorni di incertezza, di non sopravvivere. Non aveva neppure due mesi e scomparve mentre era in giardino come tutti i giorni, non si era mai allontanata. La cercammo per più di dieci giorni. Tutte le mattine e tutti i giorni, quando partivo per il lavoro e quando ritornavo, percorrevo molte strade nella speranza di ritrovarla. Inutilmente, non l’abbiamo più vista. Era bellissima, bianca con un occhio bordato di nero, affettuosisissima. Abbiamo sempre pensato (o abbiamo sempre voluto pensare) che così dolce e affettuosa, si fosse avvicinata a qualcuno o che avesse seguito qualcuno, senza più tornare. Fu un dispiacere. Mio figlio non parlò per diversi giorni, ed io piangevo e imprecavo di nascosto. Whiskey era diventato un gattino famoso; girava con me tutti i pomeriggi, dormiva nella mia mano oppure nella tasca del gilet, sul fondo della quale avevo messo dei fazzoletti di carta come cuccia da viaggio. A tutti chiedevo se avessero bisogno di un gatto, ma nessuno lo voleva, tutti ne avevano già uno. Ma in cuor mio sapevo che se anche qualcuno si fosse offerto di adottarlo, ormai Mimi sarebbe rimasto con me, non lo avrei ceduto a nessuno. Saetta, era un gatto tigrato come Mimi, con lo stesso manto, forse un poco più ispido, che quando lavoravo da ragioniere, rincasando una sera, si presentò in giardino e vi si stabilì. Era carino, affettuoso ed educato, aveva scelto casa nostra per vivere. Poteva avere nove o dieci mesi, era buffo, simpaticamente serio, guardandolo sembrava che pensasse! Anche mentre giocherellava lo faceva seriamente. Il soprannome glielo aveva dato un amico, perché il gatto aveva la coda a forma di fulmine, di certo dovuta a un trauma subito da cucciolo. Era buffo con quella codona storta. Ma non era disarticolata o pendente, riusciva a tenerla diritta come gli altri gattini. Saetta si accontentava di poco o niente. Discreto ed umile, accettava qualsiasi tipo di cibo ed era moderatamente invadente. Non entrò mai in casa; era la buona stagione e stazionava serenamente in giardino, che in quel periodo era bello e ombreggiato da due meravigliosi alberi da frutto, e da un immenso alloro. Mia nonna non ha mai sopportato animali, quindi mi invitò più volte a liberarmi del gattino. Credo che mia nonna al di la di se stessa, che poi non amava appassionatamente, non nutrisse simpatia per nessuno, né animali né persone: però non era razzista, odiava tutti indistintamente! Diverse volte preso in braccio Saetta, lo portai fuori porta, in campagna, nella speranza che trovasse qualche aia dove fosse gradito e utile, ma sempre tornò a casa nostra. E non chiedeva niente! Quando uscivo e quando tornavo era sempre li, accovacciato che mi aspettava. Si alzava e mi veniva incontro come quando si è felici di vedere qualcuno. Ero giovane ed impegnato in tante cose, e non sempre gli davo considerazione, ma a lui come a tutti i gatti non importava. Il gatto ti sceglie, non puoi sceglierlo, diceva sempre il mio amico che aveva sempre gatti in casa, ed anche Saetta aveva scelto: me e casa mia! All’ennesima esortazione a liberarcene da parte di mia nonna, pensai bene di portarlo un poco più lontano, in campagna, in modo che non avesse avuto la possibilità di ritrovare casa nostra. Anche io pensavo che fosse la cosa giusta; l’estate stava finendo, e alle belle giornate calde e assolate, che il simpatico gatto trascorreva all’ombra dei nostri alberi, si sarebbero sostituiti giorni mano a mano più bui e freddi, e visto che mia nonna non lo avrebbe fatto entrare in casa, sarebbe stato meglio per lui, trovare una casa in campagna dove avrebbe avuto di sicuro un posticino caldo per dormire, avanzi e topolini da mangiare. Sentivo un poco di rimorso per quel che avevo fatto, ma mi consolavo pensando che la cosa fosse quella giusta. Passarono dei giorni, e non pensavo più al “tigretto” che per del tempo era stato con noi, anche se non in modo completo, confortato da un tetto sulla testa, ma era stato ugualmente con noi. Era la fine di Settembre, tornai dal lavoro una sera, e dopo cena mi sbrigai ad uscire per godere di quelle ultime ore di luce e di calore, prima che finisse l’estate. Rientrai molto tardi e preoccupato, per il sonno che non mi sarebbe bastato, per essere attivo ed in forma il giorno successivo, visto che dovevo alzarmi e partire più presto del solito il mattino, per il lavoro. Era un alba molto più fresca e meno luminosa di quelle precedenti; l’autunno era in cammino inesorabilmente. A testa bassa e in fretta, mi chiusi il portoncino di casa dietro e mi incamminai ma…, alla fine del vialetto, davanti al cancello c’era Saetta,….. morto! Non aveva segni evidenti di traumi o ferite di qual si voglia origine, era morto e già rigido. Aveva bava alla bocca, quindi era stato di sicuro avvelenato, o aveva ingerito qualche alimento tossico. Credo che non ci siamo incontrati per poco quella notte: mentre io rientravo lui stava venendo da me, forse per salutarmi o per vedermi per l’ultima volta, o forse perché in cuor suo, credeva che lo avessi potuto salvare; o forse i gatti non pensano, veniva da me e…. basta! Sicuro è che era morto….. là dove aveva scelto di vivere, e dove non era stato accettato. Voglio pensare che nel grande e puro cuore degli animali, non esista il rancore, e che sia venuto da me per vedermi, per l’ultima volta, perché mi era affezionato, perché mi voleva bene. Voglio sperare che non sia stata una divina punizione per il mio cattivo comportamento. Da quella volta, ogni gatto che si è presentato da me, in qualsiasi maniera, con me è rimasto. Ora ne ho due; il rimorso di abbandonare un animale non voglio mai più affrontarlo. Saetta non scherzava con i sentimenti come noi umani, era schietto e sincero come nessun amico al mondo riuscirà mai ad essere in eterno. Era “logicamente” fedele: lui non era umano, era “disumano”.
Mimi è arrivato in un momento della mia vita, in cui avevo bisogno di non pensare, avevo bisogno di uscire da qualche cosa che non saprei descrivere, ma che faceva molto male. Non avevo mai sperimentato gli stati di ansia e gli attacchi di panico, che conoscevo così,….. dall’esterno, e mi raccontava e mi spiegava un mio collega, che ne aveva sofferto e ne era guarito con difficoltà, in un tempo molto lungo. La figlia di un altro amico, psicologa, liquidò il mio stato con poche e sufficienti parole: “Non è niente, solo la crisi della mezza età.” E’ il suo mestiere, quello di fare diagnosi di questo tipo. Per lei era niente, per me era qualche cosa di incomprensibile e oscuro, molto oscuro! Si soffre per qualche cosa che non si riesce a comprendere, e che in progressione geometrica cresce e travolge chi ci finisce dentro. E’ atroce quando l’attacco di panico arriva e magari sei in auto, come succedeva di frequente a me, e in un attimo devi riuscire a fuggire dalla situazione pericolosa che si crea, altrimenti tutto può succedere, quando ad un tratto si stringe il torace e manca il respiro, e il più piccolo degli ostacoli al mondo, diviene una montagna insormontabile. Sono sicuro che l’incontro con Whiskey mi abbia salvato. Costruire archi e lavorare senza sosta tutti i pomeriggi, insieme all’impegno di salvare e poi allevare il gattino, senza dormire molto, anzi pochissimo, alzarmi prestissimo, spezzare le notti per allattare quell’esserino peloso e prepotente, mi hanno aiutato a non pensare. Il tutto, accoppiato al mio carattere forte e al mio senso del dovere, all’orgoglio ed agli insegnamenti di mia nonna, mi hanno salvato dalla “depressione”. Anzi, l’ho solo sfiorata la depressione. Il carattere del lottatore sono stato costretto a costruirmelo, a cominciare da quando piccolo mi ritrovai in città, e dovetti subito affrontare un mondo nuovo e molte persone ostili, ed a volte interi ambienti ostili. Quando nessuno ci può aiutare siamo costretti a fare buon viso a cattivo gioco, a combattere se necessario. Non riuscivo quasi mai ad essere in accordo con mia nonna, (forze uguali e contrarie si respingono) ma da lei ho assorbito la tenacia e la determinazione, che mi hanno sempre aiutato a sbrogliare le matasse della vita. A me stesso sempre ripeto, e l’ho insegnato anche ai miei figli, che ciò che oggi sembra un problema irrisolvibile, domani lo è molto meno, fino a diventare dopo un po’ di tempo qualche cosa da riderci sopra. Quindi una notte di sonno può anche essere la soluzione di un problema. Fin da ragazzino, quando sapevo che mi avrebbe aspettato un giorno duro, forse una punizione o un rimprovero, prima di coricarmi, pensavo a quanto è bello dormire, quanto è bello quel piccolo coma pieno di sogni, e quanto sia di aiuto per affrontare il giorno con i suoi problemi, piccoli o grandi che siano. Ed alzarsi presto, prima degli altri, dopo un bel riposo, a volte offre soluzioni inaspettate..... ed insperate! La parte migliore di mia nonna era la sua forza, che poi non la usasse a piacimento mio e dei suoi figli, è una questione diversa. Lei aveva l’abitudine di comandare e di essere obbedita, dimenticando che la famiglia non è un esercito, e che figli e nipoti non sono militari, per i quali l’obbedienza deve essere “pronta e leale”. Di tutti i figli e i nipoti, forse sono quello che mia nonna ha trattato peggio; gli altri ad un certo punto hanno mollato, io invece sono rimasto fino all’ultimo, fino a che non ci ha lasciati. Da lei ho appreso l’uso della pazienza: “la rabbia della sera si lascia per la mattina” diceva. “L’esaurimento nervoso, io non me lo sono mai potuto permettere”, ripeteva spesso. Con quattro figli che poi il destino o il buon Dio, hanno ridotto a tre, per una grave malattia del più piccolo, la povertà ed altre disgrazie, mia nonna ha sempre lottato come un gladiatore, e per questo forse aveva una durezza d’animo e una caparbietà uniche.Tutti i giorni dopo aver mangiato velocemente, sempre dopo aver nutrito Mimi, prendevo in braccio la scatolina con il gatto, e andavo in soffitta a lavorare qualche bel pezzo di legno per ricavarne un arco. E questo lo ripeto, sempre, tutti i giorni. Non si svegliava per il rumore degli attrezzi il gattino, dormiva sereno come se ci fosse silenzio assoluto. Ma se mi fermavo e muovevo un solo passo, sollevava la testolina ancora malferma, e con gli occhietti mezzi chiusi, seguiva i miei spostamenti. “Allora non dormi!” pensavo. Appena riprendevo il lavoro si riaddormentava; oppure continuava a fare finta di dormire. Solo quando smettevo di sgrezzare o di levigare legno, e riprendevo la scatolina in mano, si svegliava del tutto, ma senza emettere suoni o pianti, e lo riportavo di sotto con me. A volte si riaddormentava mentre altre volte cercava di uscire; per pochi giorni lo aiutai, ma poi se ne scendeva da solo, e partiva alla scoperta dell’abitazione che lo ospitava. Nel frattempo avevo acquistato una cuccia con delle copertine, e una lettiera per lui al momento enorme. Viaggiava per la casa come se la conoscesse da sempre, come se ci fosse nato. A volte scompariva e bisognava accendere tutte le luci per rintracciare “l’avventuriero”, per non rischiare di pestarlo o di incastrarlo tra i battenti di una porta. Uno dei miei figlioli, uno dei gemelli, una mattina mettendosi a sedere per la colazione, lo pestò, e il poverino emise un verso sordo e drammatico. Il ragazzo cominciò a piangere e gridare. “l’ho ammazzato, l’ho ammazzato…” Lo rassicurai subito, prendendo Mimi in braccio, anzi in mano, e mostrandoglielo. Non era fisicamente morto per fortuna, ma lo era di paura. Dormì per un giorno ed una notte, tanto da farci seriamente preoccupare; ma poi si riprese e ricominciò la sua vita “avventurosa”. Cresceva il gattino, ma forse per effetto del digiuno dopo l’abbandono, sembrava soffrisse di una sorta di rachitismo. Era simpatico e “racchio”, solo le orecchie aveva cresciute in abbondanza. Era buffissimo, ma anche se molto magro era vitale e vivacissimo, a volte troppo. Il massimo lo dava la sera dopo la nostra cena, quando ci sedevamo sul divano e Mimi iniziava il carosello solito, saltando da un divano all’altro e sopra di me, senza sosta. Poi si fermava per riprendere fiato, e ricominciava fin quando si dirigeva verso la porta e la guardava fisso, per poi guardare supplicante qualcuno di noi, affinché gliela aprisse, e se ne andava sornione e lento davanti casa. Non si azzardava mai ad uscire dal giardino, non ne aveva il coraggio, ma una sera si accorse che dietro la recinzione dirimpetto a quella di casa nostra, c’era un cagnolino, un Jack Russel chiamato Lucky, che stranamente mugolava come se volesse giocare con lui, stranamente perché Lucky non amava affatto i gatti. Divennero amici e quando il gatto non obbediva ai richiami del cagnolino, questo piangeva ed abbaiava. La cosa stupiva anche il mio amico vicino proprietario del cane, e ne ridevamo insieme. Giocavano tra loro come fossero amici da sempre. Quando si dice “cane e gatto” spesso si va al di la della realtà. Probabilmente tra animali diversi tra loro, come tra uomini e donne diversi tra loro, ci può essere un’amicizia spontanea e di origine sconosciuta, che nessuno può spiegare, grazie a Dio! Non si era mai allontanato Mimi, solo una volta a fine estate, uscì al mattino alle due come suo solito, senza tornare come al solito alle cinque. Aveva preso questa abitudine. Non aveva neanche cinque mesi, e già tutte le mattine bussava alla porta finchè non lo facevo uscire. Puntuale tra le due e le due e mezza. E puntuale tornava tra le cinque e le cinque e mezza. Quando sentivo battere sulla porta scorrevole della cucina-soggiorno, io mi alzavo, e dopo alcune coccole di rito, un po’ di fusa, si dirigeva all’ingresso per uscire. Non mi dava peso alzarmi spezzando il sonno, anzi. Sapevo che tre ore più tardi sarebbe tornato, e aprendo la serrandina della finestra della cucina, lui era li sul davanzale che guardava dentro. Gli aprivo la finestra e lui entrava. Dopo aver mangiato alcune crocchette, si sedeva e mi guardava mentre vuotavo la lavastoviglie. La “supervisione” cessava all’ultima stoviglia, e tutte le mattine cercava di entrare nell’elettrodomestico. Una volta ci riuscì! Quando io chiudevo lo sportello, sconsolato Mimi, andava ad arrotolarsi nella sua cuccia, ed assumeva delle posizioni buffe e strane, che tanto divertivano tutti in famiglia. Sembrava lo facesse appositamente, come se volesse ricompensarci, con un poco di divertimento, per le cure che avevamo per lui. Quella mattina non tornò. “tornerà più tardi”, dissi io a mia moglie che si preoccupava. Mia moglie ha terrore degli animali, ma li ama moltissimo, e Mimi lo amava in particolare, e addirittura lo accarezzava. E lui la ricambiava come non faceva neanche con me che lo avevo allattato! Era sabato, e la sera non tornò. Tutta la domenica lo cercai, senza nessun esito. Ne diedi notizia ai vicini e agli amici che lo conoscevano nella speranza di avere notizie. Trascorse tutta la giornata di festa, ma di Mimi nessuna traccia o avvistamento. Cominciai seriamente a pensare che non sarebbe tornato. Il mio amico amante dei gatti mi disse una frase che mi fece star male: “se non è morto tornerà, i gatti tornano sempre….” Uscii a far due passi ed incontrai un amico con il quale mi intrattenni per più di un’ora, e ad un tratto questi mi disse, che aveva avuto l’impressione di aver visto il gatto che prendeva la strada di casa mia. Soltanto che dalla descrizione che me ne fece, come di un grosso gatto tigrato, non nutrivo nessuna speranza che fosse il mio gatto. Mimi non era un grosso gatto, però volli tentare e tornai a casa. Entrando nel vialetto a testa bassa, stavo già per tornare indietro, quando vidi sul davanzale il fuggitivo, che vedendo me cominciò a miagolare con un misto di felicità e rabbia. Fui felicissimo di rivederlo, gli aprii la porta e lui entrò trafelato e si diresse alla scodella dell’acqua e delle crocchette. Ne mangiò poche o niente, ma bevve tutta l’acqua. Poi cominciò il suo carosello solito saltando da un divano all’altro, mentre mia moglie si nascondeva. Miagolava in modo strano, tanto che non riuscivo ancora a capire se lo facesse per la contentezza o per la rabbia. Poi prese di nuovo la via della porta e la guardava e guardava me perché gliela aprissi. Mia moglie non voleva, ma io lo feci uscire. Se ne andò calmo-calmo in giardino come se niente fosse stato, e come tutte le sere precedenti alla fuga, si distese alla fine del vialetto dove si metteva di solito ad aspettare me e i miei figlioli la sera. Si perché Whiskey tutte le sere non rientrava se non dopo averci “contati e rimessi”. Quando tutti i membri della famiglia erano in casa lui rientrava, a volte tornava qualche minuto di fuori, ma quasi sempre se ne andava a cuccia. Era furbo, imbroglione, coccolone e ruffiano. Non ha mai graffiato nessuno se non quando era piccolissimo, ed estraeva le unghiette per aggrapparsi. Aveva con ognuno di noi della famiglia un rapporto personale e diverso. Usare la parola rapporto non mi piace, non significa niente. Oserei dire che aveva un “affetto speciale” per ognuno di noi. Se io o i miei figli o mia moglie, lo amavamo tutti allo stesso modo, e molto, lui ci ricambiava in modo diverso a seconda di chi avesse vicino al momento. Mi erano state raccontate storie di gatti tutte diverse tra di loro, ma tutte avevano un comune denominatore: il gatto non ama nessuno se non se stesso, non fa niente se non per se stesso, e se possibile tradisce appena se ne da l’occasione. L’impressione che ricevevo ogni giorno sempre di più dal mio amico Whiskey, era di totale dedizione, di amicizia discreta, condita con una gran dose di gelosia. La gelosia non esiste se non si ama. E lui di sicuro ci amava: tutti! C’era in giro un gattino abbandonato per i nostri vicoli, e veniva a rifugiarsi nel nostro giardino; Mimi lo avvicinava con discrezione e lo accettava, lo leccava e lo puliva perfino. Fino a che una sera non lo presi in braccio. Si infuriò da fare spavento e gridò e mostrò i denti finchè il micetto randagio non fu rimesso a terra. Allora si calmò, ma non lo allontanò, e neppure lo attaccò. Quella sfuriata voleva forse significare che in braccio io dovevo prendere solo lui?!? Forse è così! L’autunno trascorse sereno e così anche l’inverno. Giocava con la neve come i bambini, e una notte non riuscii a farlo scendere dalla terrazza, dove si era nascosto sotto un pianale di legno coperto dalla neve, e ci dormì. La mattina di buonora, mi alzai e salii in terrazzo per paura che morisse dal freddo, ma non scese. Aspettò ancora qualche ora prima di presentarsi per mangiare qualche cosa. Era bello vederlo saltare sulla neve e poi tagliarla e schizzarla a destra e sinistra come un siluro dentro di essa. Ma a primavera, molto precoce, non aveva ancora un anno, iniziò a proteggere il territorio come un guerriero, nessun gatto poteva avvicinarsi se lui era nel giardino. Una sera sentimmo una scaramuccia feroce, e corremmo ad aprire la porta per vedere cosa fosse successo; Mimi entrò lento e compassato, si fermò al centro della cucina e stramazzò a terra. Pensavamo che le avesse prese, e per bene. Invece perse solo un poco di sangue da un polpastrello. Lo medicai con dell’acqua ossigenata, e si ritirò nella sua cuccia. Il portoncino di casa nostra, in alluminio, era meta di tutti i gatti del circondario, che puntualmente marcavano il territorio con il loro odore forte e acre. Da quella sera, da quando il mio amico gatto iniziò a combattere, non abbiamo più sentito odore di pipì. Nessun gatto si avvicinò mai più. Quando succedeva, dopo un breve scontro, Mimi tornava indietro sul vialetto e si coricava come una sfinge in cima alle quattro scale, e guardava lontano un improbabile orizzonte. Nelle sere di vento in primavera, il pelo dei suoi antagonisti, mulinellava nel vicolo e dianzi il portone, e una sera trattenne come trofeo il collarino di uno dei più famosi gatti del paese. Eppure non era di stazza imponente, e quando lo prendevo in braccio, gli dicevo sempre “quanto sei moscetto!”. E lui chiudeva gi occhi e si faceva accarezzare e coccolare come quando lo trovai piccolissimo. Aveva il pelo leggerissimo, fine e lucente. Si abbandonava tanto da sembrare uno straccio. Poi quando si stancava, via! Con uno scatto improvviso saltava via e “chiedeva” che gli venisse aperta la porta. Il pomeriggio lo trascorreva dormendo, e da bravo imbroglione, dopo aver fatto credere a tutti di essersi addormentato nella sua cuccia, rientrando in casa, lo trovavamo sul fondo del nostro letto. Ed era li che dava il massimo di se stesso. Mia moglie rientrando, non vedendolo a cuccia, andava in camera e lo chiamava, scherzando come se volesse rimproverarlo: “Mimi!”, e qui iniziava la sceneggiata. Il gatto rispondeva ai vari richiami di mia moglie con miagolii e capriole che si protraevano per vari minuti. Il severo controllore delle proprietà si scioglieva di fronte alla “padrona” che fingeva di rimproverarlo. Ma io credo che facesse tutto apposta per farsi amare. E ci riusciva! Si dice che il cane sia il migliore amico dell’uomo; credo che sia necessaria una piccola distinzione al riguardo: il cane di sicuro è il più fedele amico dell’uomo, nel senso che oltre ad essere veramente fedele, lo dimostra anche. Il cavallo direi che è il più nobile amico dell’uomo, e nessuno può negarlo! Il gatto, più piccolo quasi sempre del cane, con le sue abitudini notturne e stravaganti, non può che essere il “più furbo” amico dell’uomo. Ciò non toglie che sia anche fedele ed affettuoso. Negli umani non nutro più alcuna fiducia, perché dopo cinquanta anni e più di presenza assidua a questo mondo, ho appreso che il “migliore amico di un uomo”, è quello che si accosta a tua moglie quando sei lontano, o sei impedito nei movimenti o situazioni simili! L’orario d’ufficio di Mimi, quello delle sue uscite, era dalle due-due e mezzo, alle cinque-cinque e mezzo del mattino, puntuale come un austro-ungarico. Una mattina sul davanzale non c’era, stava per compiere due anni. Pensai che sarebbe tornato un poco più tardi, ma non tornò. Rassicurai mia moglie, “tornerà più tardi” le dissi, e andai al lavoro. Ma in testa mi frullava la frase del mio amico: “se il gatto non è morto torna sempre a casa!” E ad un certo punto della mattinata arrivò una telefonata. Era mia moglie che piangendo mi diceva di aver trovato Whiskey, morto investito da un auto in mezzo al corso del paese. Speravo che si sbagliasse, che non fosse quell’esserino meraviglioso che avevo allevato come fosse un bambino; fino all’ultimo lo sperai. Inutile, era proprio lui. Non aveva subìto danni eccessivi, era bello e addormentato, con un goccio di sangue che gli usciva dalla boccuccia, però era proprio lui e dovevo crederci. Lo presi e lo portai via con me in un sacco; lo seppellii in campagna. In campagna lo avevo trovato, o mi aveva trovato, e li lo riportai. Aveva gli occhietti aperti, e gli dissi di non guardarmi, perché mi faceva male, ma non mi sentiva. Mentre lo deponevo nella piccola fossa, speravo che desse un qualche segno di vita, per poterlo salvare, ma non successe: non poteva succedere. Cercai di chiudergli gli occhi, ma non ci riuscii. Lo coprii con della terra fresca, e me ne andai. Non potevo sottrarre altro tempo al lavoro. In strada non è raro che qualche povero animaletto venga investito da un auto, ma nel corso a senso unico del mio paese, che nel punto più largo non credo arrivi a misurare neppure quattro metri, mi sembrò tutto tranne una fatalità, la morte del mio povero gattino. “Non cade foglia che Dio non voglia”; si dice, però…! “Niente è più bello di quello che si è perduto, niente è più amato se non si ama più….” È una frase di una bellissima e vecchissima canzone di un grande poeta-cantautore di quando ero ragazzino, e certifica una grande verità. Uomini o animali, quando si scopre che esiste l’affetto, il sentimento e perché no, l’amore, quando avviene la separazione, specie se cruenta, nasce un dolore, che anche assottigliandosi nel tempo, non scomparirà mai dalla nostra memoria.  
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