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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
“ La vida es un tango, el tango es la vida!” Lo diceva sempre Guillermo quando al mattino ci incontravamo alla stazione di servizio dove lavorava, e dove io mi rifornivo di carburante per le auto di famiglia. Era un ragazzotto colombiano, di Medellin. Aveva un fisico imponente, elegante ed atletico. Giocava al calcio e parlava bene l’italiano. Era venuto da noi per migliorare la sua vita, ed era veramente soddisfatto. Tipicamente allegro e scanzonato, come lo sono quasi tutti i latino americani, quando mi vedeva arrivare al mattino, e a volte al pomeriggio, si avvicinava, e dopo avermi chiesto quanta benzina o gasolio volessi, con aria di sfida intonava una qualche bella canzone di tango, conoscendo la mia passione, alla quale io davo seguito con la seconda strofa. Poi mi interrogava sul significato di qualche frase o parola, lodandomi o torcendo la bocca a seconda che l’azzeccassi oppure no. La mia grande passione per il canto, per la musica vera, quella che ha motivo di nascere e di essere, me la porto dietro dall’infanzia. L’incontro con alcune persone “giuste” ha contribuito ad accrescere la passione e la mia voglia di conoscere. A volte credo di essere addirittura avido, di apprendere canzoni e musica di ogni genere, o arie di opera indistintamente. Il maestro di musica della scuola media, lo zio Euro, e perché no, anche mio nonno A., hanno avuto un ruolo importante nel trasmettermi la passione per il canto, e li ringrazio. A furia di ascoltarle e ricantarle, diverse opere liriche le ho imparate in modo quasi completo, per lo meno nei ruoli maschili, e mi diverto a cantarle sia nel registro di baritono, che mi appartiene, sia in quello di tenore, in falsetto (je chante pour moi meme….). Avevo pochi anni e già il tango mi appassionava. Ce n’erano diversi dischi in casa, e un vecchio giradischi era sempre in funzione quando potevo usarlo. Abitavamo in una vecchia casa, di quelle che per andare in una stanza bisognava attraversarle tutte. Io avevo il mio nascondiglio in uno stanzino sopraelevato, al quale si accedeva dalla cucina, salendo un gradino molto alto, dal quale sono caduto diverse volte. Il giradischi era li. Non incontravo l’opposizione di mia nonna quando lo mettevo in moto, tanto meno quella di mio nonno A., che spontaneamente e senza nessuno studio, cantava con una bellissima voce le vecchie canzoni del passato, senza sbagliare mai il tempo, e rispettando le pause in modo perfetto, cosa che spesso sfugge a me. Quando si dice passato, il tempo di tango rappresentava quasi la maggior parte dei temi centrali delle canzoni di quei tempi, insieme al walzer. La musica latina, e dell’America Latina soprattutto, non nasce così a caso o in modo confusionario, bensì c’è dietro uno studio ed una professionalità che non è in nessun modo minore o inferiore alla più nobile ed aristocratica opera lirica. Anzi, bisogna ricordare a chi già lo sa, e farlo sapere a quelli che non lo sanno, che tutti i cantanti più famosi del passato, si sono tutti cimentati nel tango, e dalle incisioni, per numero e per qualità, la cosa doveva assumere una certa importanza, ed un successo di pubblico imponente in quei tempi. Ogni Paese al mondo ha una sua tradizione musicale, più o meno prestigiosa, più o meno piacevole, ma tutte affascinanti; l'Argentina ha il tango, che lì nasce e progredisce, ma anche gli altri paesi di quell’area, hanno tradizioni musicali ragguardevoli. Forse più degli altri il Messico, per fama ed importanza, con una musica che però trae origine da un tempo già esistente, il walzer. Le bellissime canzoni messicane, soprattutto le serenate, sono di una bellezza indiscutibile, e non hanno niente di meno del tango. Queste sono legate alla produzione cinematografica degli anni tra le due guerre. I film di quel periodo storico, rappresentavano un motivo per cantare, ecco spiegata la grandissima produzione musicale, che per grandezza degli interpreti e delle musiche, non trovò ostacoli a continuare dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni settanta e ottanta. Quello che rende la musica del centro e sud America attraente ed affascinante, è un insieme di passione e di studio armoniosamente uniti tra di loro, derivati dalla fusione delle culture presenti in quei luoghi, cioè le tradizioni musicali autoctone, con quelle arrivate insieme a conquistatori e pionieri, che insieme hanno dato vita a pagine musicali di una bellezza e di un valore artistico-culturale, che purtroppo non è giustamente valutato in Europa. Addirittura i giovani e i giovanissimi del vecchio continente, snobbano le musiche provenienti da quei luoghi, come se avessero vergogna di conoscerle. Al contrario, nell’ascoltare tango Argentini o walzer Messicani, ci si imbatte in cantanti, dalla cui maestria e capacità traspare un grande studio, e non è difficile ascoltare tenori e baritoni di eccelso livello. Da sempre alla ricerca della perfezione, pur essendo convinto che non esiste, e che anzi la ricerca di questa porti alla depressione, ascoltando le varie orchestre italiane che si cimentavano nei più importanti titoli del tango argentino, fin da piccolissimo mi chiedevo, se quella musica fosse riprodotta dagli originali con fedeltà. Da qui, dal semplice ascolto allo studio vero e proprio, il passo è stato breve. Tutto sommato, non c’era una grande differenza di esecuzione tra i brani interpretati dalle orchestre italiane, e gli originali brani di madre Patria. Gli interpreti nostrani, si erano un poco arrangiati nell’eseguire il repertorio del tango, in modo che potesse essere ballabile a mo’ di marcetta, visto che tanti anni or sono, lo stile di ballo argentino non era conosciuto dalle masse. Non c’era la televisione! Per di più, la versione riadattata del grande ballabile, era più a misura di un popolo come il nostro, che non ha mai attraversato nessun periodo storico, anche il più breve, senza difficoltà. Ballare e cantare a noi Italiani, è sempre servito da scacciapensieri. Molti non lo sanno, che uno dei più grandi “cantores de tango” è stato il grande tenore Tito Schipa, che pur avendo come antagonista (professionalmente) “el mas grande cantor de tango”, Carlos Gardel, riscuoteva un grande successo, e si cimentava a volte nello stesso repertorio del suo collega, oltre ad essere egli stesso autore, oltre che esecutore, di alcuni bellissimi tanghi. Ma anche altri grandi della musica lirica si sono cimentati nell’esecuzione dei tanghi più famosi al mondo, così come nelle bellissime canzoni Messicane a tempo di walzer. La differenza tra Tito Schipa e Carlos Gardel, era solo nel registro vocale, il primo cantava da tenore, mentre Gardel con una meravigliosa voce di baritono, non impostata ma bellissima ed inimitabile. Nel tango c’è la vita. Diceva bene Guillermo quando diceva che il tango è la vita, e che la si vive come un tango. Ascoltando le canzoni, si scopre che gli argomenti sono di ogni origine. Le storie narrate sono di una varietà infinita, e toccano tutti gli argomenti seri o divertenti della vita di tutti i giorni. Amori e tradimenti, storie di figli e di padri, di madri, gelosie ed uccisioni, ricchezza e povertà, le miserie umane, come nella migliore tradizione dell’opera lirica romantica. Essere appassionati di un tipo di musica come quella che frequento io, mi pone in una situazione di incomprensione e di solitudine. Ma quando si è soli insieme alla musica, è come se il mondo intero ci faccia compagnia. Non è facile essere approvati e condivisi dagli altri, che hanno in maggioranza gusti più semplici e abbordabili. Quello che rende la cosa ridicola e buffa, è che tutti provano a cantare, convinti che anche l’ultima delle canzoni della musica leggera, che amo moltissimo, sia di facile esecuzione e da tutti eseguibile. Niente di più falso! Tutto nasce da un impegno. Anche se minimo, dall’impegno! Niente nasce per caso al di la dell’amore. Me ne accorgo quando durante le serate estive, qualcuno lancia l’idea di cantare, e si raggiunge quasi sempre il nulla di fatto, storpiando le canzoni o lasciandole incompiute. Sia ben chiaro che ci si diverte, ma la mia idea di divertimento non esula dall’impegno. Ripeto sempre ai miei figli, che la cosa più difficile nella vita, al di la di guadagnare e mantenersi, è divertirsi! Proprio così. Il lavoro presto o tardi si impara, e quando si è padroni del proprio mestiere, si incontrano difficoltà solite e ripetitive. Per il divertimento in una settimana lavorativa, non rimangono che poche ore prima di tornare all’impegno solito. Quindi dico sempre ai miei ragazzi, di preparare bene l’oggetto del loro passatempo settimanale, perché se il tempo a disposizione lo si sciupa in tentativi vuoti, scoordinati e sterili, il divertimento preferito non trova attuazione, e si torna al lavoro il lunedì, sapendo di aver perso un occasione per fare bene, e bisogna aspettare un'altra settimana per poter ritentare. A molti, e soprattutto a molti giovani, sembra che cantare sia un non so che di improvviso e arrangiato, senza sapere che tutto quello che si canta o si suona, anche nel caso della musica più moderna e rumorosa, deriva da note e parole regolarmente scritte e studiate accuratamente. Ricordo l’intervista ad una stella del rock di una ventina di anni fa, che considerata irriverente e trasgressiva, candidamente ammise di coricarsi sempre non oltre le nove di sera, quando il giorno successivo aveva delle prove o altri impegni. La cosa l’hanno appresa bene i miei figlioli. Stanno studiando musica e più d’uno strumento musicale, e continuano perché sorretti da una grande passione, visto che il sacrificio è considerevole. Nella vita sono le passioni che aiutano a vivere; il pane e il companatico ci nutrono, ma la passione o le passioni, quando sono molteplici come nel mio caso, ci fanno “vivere”. Molti anni fa in una tabaccheria, attendevo il mio turno per acquistare i miei sigari, ed assistetti alla richiesta di un giovane, anche lui in cerca di sigari, ma stava però cercando quelli cubani. L’anziana tabaccaia mostrò tutti i migliori Toscani al ragazzotto, che disse di essere argentino, e di non conoscere il sigaro che tanto ci riempie di orgoglio. Io mi intromisi e lo consigliai nell’acquisto, facendogli notare che il Toscano non è inferiore a nessun altro sigaro al mondo. Forse non di moda, ma non inferiore, e gli dissi anche che mi sembrava incredibile e improbabile, che un Paese come l’Argentina, dove una percentuale altissima di abitanti, se non addirittura la più alta, è rappresentata dagli italiani, il sigaro toscano non fosse conosciuto. Dopo essere tornato in città dal paese, dove avevo terminato le scuole medie, dopo la morte di mio padre, mia madre non lavorava più nella clinica vicino casa, nella quale aveva prestato servizio per quasi dodici anni, ed era stata assunta all’ospedale, che in quel periodo si chiamava “civile”. Io ero un poco la mascotte del reparto di ortopedia, dove tutti mi avevano conosciuto, perché anche alle ore più strane, spesso senza neanche aver cenato o pranzato, mi recavo per aspettare mia madre all’uscita del lavoro, per fare la strada di casa insieme; a volte a piedi ed altre in auto, dopo l’acquisto della “500”. I medici erano bravi e simpatici, e scherzavano con me ragazzino, e mi facevano spesso dei regali. Alcuni non erano fumatori e neanche bevevano alcolici, così giravano a mia madre, per me, qualche bottiglia di whisky e scatole di sigari che venivano regalate a loro. Nella convinzione che il sigaro non facesse male come le sigarette, non ero ostacolato nel farne qualche boccata, che per altro non aspiravo se non accidentalmente. Ma i sigari erano sempre cubani. Non avevo mai fumato un sigaro toscano, e sono sincero quando dico, che a quel tempo il toscano mi puzzava un poco di “stalla”. Anche dei bei sorsi di whisky e cognac, dopo pranzo e dopo cena, specie quando ero solo in casa, non li disdegnavo. Solo la grappa non mi scendeva a quattordici anni. Ma c’era il mio amico Fabrizio, del quarto piano, che ne era appassionato, e la beveva lui. Così avevo conosciuto alcuni nomi di sigari di Cuba, che non ricordo fossero alla moda e costosissimi come oggi. Non che si trovassero a regalo, ma non erano un bene ambito come lo sono ora. Montecristo, Diplomaticos, Partagas, ed altri che non ricordo, erano i nomi dei sigaroni che mi erano stati regalati. Non essendo ancora un vero fumatore, non mi rendevo conto di quello che avevo per le mani. Quando poi tanti anni dopo, cercando di non fumare più le sigarette anonime e senza carattere, mi diedi al toscano, scoprii che era il sigaro che cercavo. E iniziai ad apprezzare anche la grappa: Ahimè! Ricordo che una bottiglia di whisky molto particolare, per la forma e per il tappo, la bevvi in poco tempo. Ma lasciai la bottiglia nella vetrinetta della sala da pranzo per quanto era bella da vedere. Venne il Natale, e in televisione mi imbattei in un programma sui regali più alla moda, e vidi una bottiglia di whisky dall’aspetto familiare. Lessi bene la marca, che oggi non ricordo, ma corrispondeva con quella che avevo in casa. Avevo bevuto, anzi “scolato”, un sacco di soldi in whisky. Non sento nessun rimorso! Poi, ho fumato molti sigari cubani anche negli ultimi tempi, ma quando si fuma il Toscano, il palato non torna indietro. Ripeto, mi suonava strano ascoltando quel ragazzo nella tabaccheria, che non conoscesse il “nostro” sigaro. Delle migliaia di canzoni del repertorio di tango argentino esistenti, in Italia non se ne cantavano e non se ne cantano che un “centinaio”, le più orecchiabili e le più famose. Con l’arrivo del computer e di internet (ringraziamo chi li ha inventati), è arrivato qualche cosa di più di quel repertorio, e cercando-cercando, ad un certo punto un titolo un poco particolare, mi attrasse. “Giuseppe el zapatero”: è la storia di un italiano emigrato, un uomo che lavora per suo figlio, risparmiando e facendo sacrifici, con allegria non ostante tutto. “E tique, taque, tuque, se pasa todo el dia, Giuseppe el zapatero, alegre y remendon, masticando el Toscano y haciendo economia, pues quiere que su hijo estudie de doctor…” dice l’inizio della canzone, che dovrebbe essere degli anni venti o poco più, visto che Carlos Gardel morì in un incidente aereo a Medellin, la patria del mio amico Guillermo, nel 1935. Quindi il nostro sigaro in quegli anni era conosciuto e come, tanto da meritarne menzione in un bel tango. Qualche tempo fa, ho letto che il “mio sigaro” sta rischiando l’estinzione, tanto che una petizione sulla salvezza di questo colosso delle tradizioni nazionali, è stata presentata al senato della repubblica. Speriamo bene!  La Domenica mattina molto presto, mi alzavo come è mia abitudine farlo fin dall’infanzia, e mi recavo alla stazione di servizio, dove verso le sette, trovavo l’amico Guillermo, e non essendoci che pochissimi avventori a quell’ora, scambiavamo discorsi e intonavamo qualche canzone. Una di queste Domeniche in cui ci vedevamo, mi emozionai non poco. Dopo aver superato il momento della gara canora e “dell’interrogazione”, nella quale non riuscivo sempre a ricevere un bel voto, Guillermo cantò una canzone della quale conoscevo solo il titolo. Non ero mai riuscito a trovarla, in nessun sito di Internet. “Quando volveras”. È un tango di un mio omonimo, un certo Josè Horacio, che leggendo-leggendo, ho scoperto essere un grande giornalista, e ancor più grande poeta di tango. Questi, giovanissimo venne subito apprezzato sia da Carlos Gardel sia da Pedro Maffia, musicista di rango, che musicò i versi facendone bellissimi ma difficilissimi brani, oggi e in passato punti di orgoglio di qualunque interprete. Nel tango argentino, oltre a Gardel, pochi altri di quel periodo storico, erano autori ed esecutori delle proprie musiche. Come accade spesso nella musica Messicana, anche nel tango, quasi tutti i cantanti si cimentano nell’interpretazione delle canzoni, e ciascuno regala all’ascoltatore qualche cosa di diverso e di diversamente amabile e apprezzabile. Cantare il tango vuol dire essere veri musicisti e veri cantanti, non si improvvisa quella musica meravigliosa. I titoli sono migliaia, solo Gardel ha inciso quasi novecento canzoni, delle quali era in parte autore o coautore; studiando con passione, non sono riuscito ad impararne che poche decine, non credo di essere arrivato a quaranta. Solo le più famose ed orecchiabili, sono avvicinabili da chi non vive nei luoghi di origine di certa musica, e non ha la padronanza della lingua per poter reggere il confronto con chi nasce e vive in certi posti. Il tango delle origini, dei primi anni del novecento, che nasce come ballo tra i tavoli e le sedie delle bettole, fra i quali i ballerini sono costretti a districarsi, da qui l’origine dei passi curiosi ed originali di quel ballo, in molti casi è scritto in un misto di spagnolo e del dialetto tipico di Buenos Aires, (Lunfardo) un miscuglio nel quale a volte ci si perde se non si conosce veramente quella lingua. Senza poi parlare della pronuncia, che nel tango è rigorosamente quella della città di nascita. A volte bisogna allenarsi ed imparare a memoria frasi intere, specie quando si trovano vicine parole con due “elle” o con la “Y”, la cui pronuncia è uguale, per lo meno ai nostri orecchi, e quando si pronuncia la esseti (st), che in certi casi omette del tutto la esse. Il mio amico Colombiano, mi ha ripreso molte volte e per diversi motivi, ma si complimentava sempre con me per la pronuncia, e per il giusto senso che davo alle canzoni. Quando non sbagliavo! Mi spiegava a volte il perché di una frase, che io intonavo in un modo e lui in un altro, e il perché cantando a modo mio, con degli accenti ed altri particolari che io credevo insignificanti, cambiassi di molto il senso della frase o dell’intera canzone. Quegli incontri alla stazione di servizio, sono stati per me un bellissimo doposcuola. Quando andavo e non lo trovavo al suo posto, mi dispiaceva. Allora trascorrevo qualche minuto con un altro ragazzo che li lavorava, e con il quale condivido la passione per gli archi. Io portavo il mio ultimo prodotto, e il benzinaio portava un arco fatto da lui. Li confrontavamo sportivamente, senza gelosie o pretese di superiorità, né da parte mia, né da parte sua. Anzi, ci siamo sempre scambiati impressioni sincere e in buona fede senza mai secondi scopi. In ogni caso, da Guillermo ho appreso una cosa che manca a noi qui in Italia. I latino-americani non sono affatto come noi: non sentono per niente il bisogno di ricercare culture diverse dalle loro, e soprattutto, non reputano mai la loro cultura inferiore a nessun altra al mondo, come capita spesso di fare a noi. Se culturalmente e musicalmente noi non esistessimo, per gli amici dell’America latina, non sarebbe un grande problema. Amano la loro terra e la loro cultura spassionatamente. Lo dimostra il fatto che moltissimi cantanti di casa nostra, hanno cantato canzoni e inciso dischi in America del sud, ed in Messico, ma sempre cantando in spagnolo, e molti anche di recente; nomi famosissimi si sono cimentati nei repertori di quei Paesi. E bisogna anche dire che hanno ottenuto successo, ammirazione ed applausi senza condizioni. Ma cantando nella loro lingua! Il tango, al di la del poter essere ballato, interpretato quindi con il corpo e non solo con la voce, racchiude in se qualche cosa che definire cultura, arte, e musicalità particolari, è di molto riduttivo. Nel tango c’è la memoria genetica dei vari popoli, originari delle nazioni d’Europa e del mondo, dai quali sono emigrati per quella grande terra, l’Argentina enorme, dove lo spazio è talmente ampio, che l’orizzonte lo si può guardare sia ad Est che Ovest, al contrario di qui, dove tutto può fare ombra ad un certo punto del giorno. Ungheresi, Italiani, Spagnoli, Francesi ed anche Tedeschi, (il bandoneon è stato inventato da un tedesco) e certamente anche altri uomini di altre nazionalità, in cerca della libertà, del benessere e di una vita migliore, hanno contribuito alla nascita di questa musica che non lascia nessuno indifferente, solo gli stolti. Un cacciatore amico mio, Pasquale, carissimo amico più che compagno di caccia, era figlio di un emigrante, che per sfuggire alla miseria dei primi anni del novecento, migrò in Argentina, e conoscendo solo il mestiere di trebbiatore, in quel grande Paese continuò romanticamente a fare quel lavoro, più come pioniere che come soluzione definitiva per vivere. Io lo ricordo molto vecchio quell’ometto, chino un poco su sé stesso, a braccetto di suo figlio, con dei grandissimi baffi, incerto sulle gambe, che a passeggio con Pasquale, si guardava attorno con imbarazzo, memore delle avventure vissute nella Pampa, come se avesse vergogna di essere invecchiato, dopo una gioventù gagliarda e avventurosa. In una lite con dei Portoghesi, accoltellò un giovane suo pari di età, sfidato a rusticano duello. Gli amici connazionali del giovane, anche lui emigrato nel grande Paese per sfuggire alla miseria del Portogallo, giurarono vendetta e si misero in traccia del padre di Pasquale, che iniziò una rocambolesca fuga nella sconfinata “Pampa mia”, radendosi completamente il capo, il viso, e le sopracciglia, allo scopo di non essere riconosciuto. Un giorno io e i miei colleghi, soccorremmo un autista ucraino, il cui camion era fermo per un guasto. Parlando ci descrisse la sua Taiga, con un velo di nostalgia e non poca malinconia. Ci disse del grande freddo, di quanto aspra fosse la sua terra, ma quanto l’amasse. E ci raccontò di come in mezzo a quella terra, all’apparenza fredda e desolata ci fosse tanta umanità. Gli spazi sono talmente ampi e difficili da percorrere, che in mezzo ad essa, gli uomini, quelli di buona volontà, hanno costruito delle confortevoli casette in legno, che servono da rifugio a chi ha la sfortuna e la disgrazia di rimanere “intrappolato “nella Taiga nella cattiva stagione. All’interno di queste piccole case di legno, la cui porta non è mai chiusa a chiave, ci sono alimenti secchi, biscotti e marmellate, pronti da mangiare, un camino con della legna pronta da ardere, e dei caldai per scaldare l’acqua. I racconti di quell’autista ucraino, che forse sarà stato anche contento di quel guasto al suo mezzo, che gli aveva dato l’occasione di ricordare la sua terra, e di parlarne con qualcuno, mi fece tornare in mente i racconti circa una storia per certi versi simile, che riguarda la Pampa. Anche in essa, enorme e sconfinata, nella quale può succedere di trovarsi in difficoltà e dispersi, la solidarietà tipica di chi vive in luoghi “duri e difficili”, non viene a mancare. Infatti non è considerato furto, abbattere un capo di bestiame per nutrirsene, qualora se ne presenti la necessità, purchè si lascino al suolo, la testa e la pelle dell’animale ucciso, a testimonianza del subitaneo bisogno. Questa terra che io non ho mai visto, e che non so se mai visiterò, mi sembra di viverla ascoltando tango. La zia di mio suocero, Amalia, faccio il suo nome con un poco di commozione, perché io l’ho conosciuta novantenne e forse più, negli anni venti, ventiseienne, rimase vedova con due o tre figli da crescere, e con l’attività di allevamento di bestiame ereditata dal marito prematuramente scomparso. Rimasta ferita ad un seno, conseguenza dell’incornata di un bovino, si strinse un lenzuolo al torace e su di un carro trainato da buoi, venne accompagnata attraverso la Pampa, all’ospedale più vicino, che era a quattro giorni di viaggio. Suscitò l’ammirazione dei gauchos alle sue dipendenze, dimostrando come in quella terra meravigliosa e dura da “vivere”, non è il sesso che fa la forza, ma il coraggio e la determinazione. Il padrone uomo o donna che sia, in quei luoghi non esiste: chi comanda è la natura, e ad essa non ci si può opporre. Soltanto lì poteva nascere il tango! Una mattina come le altre in cui avevo bisogno di carburante, alla stazione di servizio non trovai Guillermo. Era tornato in Colombia per conoscere il suo terzo o quarto figlio, non ricordo. La cosa mi rallegrò e mi emozionò moltissimo. Chiedevo sempre quando sarebbe tornato per complimentarmi con lui e fargli i miei auguri, e perchè no, intonare qualche bel tango. Guillermo non tornò che per qualche giorno, per curarsi da una malattia, un “malaccio” che in tre mesi lo avrebbe ucciso. Ecco perchè era tornato a casa sua! Per conoscere e salutare suo figlio. Io non l'ho più visto Guillermo. Un mio collega mi raccontò di averlo incontrato e di aver fatto finta di non riconoscerlo, tanto era l'imbarazzo di fronte a quell'uomo, prima imponente e bellissimo, poi ridotto dalla malattia a poco più di uno scheletro. Dal racconto che me ne fece, mi tornò in mente mio padre sul tavolo di marmo, anche lui ridotto a scheletro, simile ad una mummia egizia in abiti moderni. Era tornato da noi per tentare una cura del suo male. Una prima diagnosi gli attribuì poco più di un mese di vita. Ma Guillermo, sostenuto da un fisico atletico ed eccezionale, sopravvisse tre mesi. Il suo corpo era “invasato” dalla malattia, che satanica, possiede chi sfortunato si ammala, e lo tortura fino alla morte. Il medico, l’esorcista, non può nulla in certi casi. Il male assomiglia alla prigionia; l'uomo perde la libertà e la dignità, non può più difendersi, non può lottare, non può neanche chiedere; deve solo obbedire. Ricordo quando mi portarono da mio padre il mese prima che morisse. Lo rivedo nella memoria aggirarsi mestamente nel cortile dell'ospedale, e poi nei corridoi e nella sua cameretta, con quel pigiama a righe di moda in quei tempi, che oggi assimilerei alla uniforme di un detenuto, o peggio di un prigioniero politico nell'ora d'aria, laddove prevista dalla pietà del carceriere. Ripensando oggi a quel giorno, non posso fare a meno di pensare al male come ad una cattiveria verso qualcuno, verso un innocente, una persona senza colpe ingiustamente colpita da un atto violento e subdolo. Una cattiveria perpetrata da chi, perchè e per come non è spiegabile, e non è neppure immaginabile. Addossarne la responsabilità a qualche cosa o qualcuno è impossibile. Liberare il “prigioniero” della malattia dalla malattia, è impossibile. Quando questa è un piccolo e semplice malanno stagionale, un raffreddore, o anche una più complessa ma sempre curabile bronchite, dopo un breve periodo “detentivo”, si torna alla normalità di tutti i giorni. In quei casi non si rende necessario neppure attivare la speranza; non ce n'è bisogno. Ma quando la sentenza, e “sentenza” è la giusta parola da usare nel caso di Guillermo, è la fine, ed è addirittura pronosticabile in un tempo più o meno breve, con un margine di errore minimo, si entra nel braccio della morte in attesa del miracolo, oppure di una fine dolce, indolore ed improvvisa. Il male umilia l'uomo, il nemico non è visibile, non lo si può combattere, e tanto meno ci si potrà vendicare un giorno, dopo un ipotetica vittoria. Il miracolo è l'unico appiglio, l'unica speranza. Ci si appella alla bontà divina e ad un intervento inspiegabile e rapido, che riporti la situazione ad un tempo ed alle condizioni precedenti la malattia. Non avviene quasi mai! Quasi mai non vuol dire che molta gente si salva grazie all'intervento del soprannaturale, e molta altra no; quasi mai vuol dire che si possono contare nelle dita di una mano quegli avvenimenti nel mondo intero, che nel corso di anni se non secoli, dimostrano l'esistenza di Dio o chi per lui, che intervenendo in certe situazioni, determinano inspiegabili fenomeni di guarigione completa ed istantanea. E’ strano osservare che il male c’è, e lo si percepisce sempre e di continuo, al contrario del bene, che va invocato e ricercato in continuazione e che purtroppo appartiene come “essenza” alle sole persone buone e ad esso predisposte. Un mio amico è solito dire che Dio, “non può salvare tutti!” Innumerevoli sono le confessioni di fede spontanea e le preghiere, quando non ci si può affidare più alla scienza degli uomini, quando questa si rivela inefficace ed inutile se non addirittura invasiva, e spesso causa sofferenze ancora peggiori del male stesso. Anche io prego quando sono solo, cioè quando sorge un problema. Gli uomini veri sperimentano tutti i giorni la solitudine, ma hanno il pensiero a tener loro compagnia: la memoria e i ricordi, i sogni e le aspettative. Essere soli veramente, significa trovarsi di fronte a qualche cosa più grande di noi, e non riuscire a capire come risolvere un problema o una qualche difficoltà inaspettata e mai vista in precedenza. Essere soli vuol dire, che nessuno ci può tirare fuori dal fango, quando questo ci ha imprigionato le gambe. Troppo spesso neanche la famiglia si rende conto di quello che ognuno fa per migliorare la vita degli altri, o anche solo per fare in maniera che i figli o la moglie trovino sollievo in quello che facciamo. Ma nessuno se ne accorge, e se se ne accorge sembra che ci si approfitti di chi generosamente si dedica agli altri. Ognuno pensa per se! Solo la fede può sostenere un uomo quando viene aggredito dal male. Allora si prega e ci si umilia, si chiede qualche cosa che mai si sarebbe pensato di dover domandare. A volte si bestemmia, come se si volessero svegliare Dio e i Santi, da un torpore che non dà nessun sollievo all’umanità sofferente; la bestemmia gridata forte, per paura di non essere ascoltati, sentiti, è come chiedere perché nessun aiuto arriva dal cielo. Perché colui che “tutto vede”, troppo spesso non vede e forse neanche sente. Nominare invano il Creatore, può addirittura essere assimilato alla preghiera intesa come esortazione, un invito ad aiutarci. Penso che bestemmiare in quei frangenti non sia neppure peccato. E come disse tempo fa un famoso Gesuita, Dio non si impressiona di certo più del dovuto per le male parole degli uomini. Quindi si prega (o si bestemmia) nella speranza della guarigione, nella speranza che Dio ci ascolti, e che magari per combinazione, “volga lo sguardo su di noi”. Credo che sia così. Solo una volta ho avuto paura di non farcela; quando in un incidente d’auto, che sembrava di lieve entità, ad un certo punto sentivo un rilassamento quasi piacevole; ma essendo cresciuto tra medici ed infermieri, avevo il sospetto che tanto benessere improvviso, significasse che stessi perdendo sangue. Era vero, ne avevo perso in un emorragia interna quasi due litri, tanto mi riferì il chirurgo che poi mi asportò la milza. Quella volta, aspettando l'ambulanza, pregai. Avevo attorno un mucchio di gente, tipico degli italiani, che sanno fare tutto e in realtà non sanno fare niente. Tutti si prodigavano in consigli, mentre io immobile nell'auto per il gran dolore alle costole, che poi si scoprì avevano bucato anche un polmone, chiesi dopo un certo tempo, non vedendo quell'ambulanza, se qualcuno ne avesse chiamata mai una. Ne seguì un silenzio imbarazzato, e tutti quelli che potevo vedere dalla mia postazione infelice, si guardarono con tono interrogativo tra di loro. Nessuno aveva pensato a chiamare i soccorsi! Riuscii a prendere in tasca un mio telefono cellulare, composi il numero, per paura che i soccorritori ne fossero incapaci, e passai il telefonino ad un astante, che dovette solo indicare il luogo del sinistro e non altro. Da quel momento in poi, ho visto solo quello troppi negano. L'efficienza! Non una, ma due ambulanze in pochi minuti; la pria dopo aver sentito per radio la comunicazione dalla centrale, transitando in loco con un paziente non grave si fermò, e ne scese un'infermiera che dire fosse energica potrebbe risultare offensivo e riduttivo, nei confronti di quella donna ancora bella ed “abbondante”, in camice verde, che mi introdusse una cannula in un polso in meno di cinque secondi. Poi scese e si rivolse al medico della seconda ambulanza appena giunta, quella a me assegnata, e gli riferì quello che già mi aveva fatto, e la convinzione che se anche io parlassi e scherzassi, la situazione era grave. Il medicuccio, era piccolino fisicamente, proseguì con le manovre del caso, dimostrando professionalità superiori alla sua stazza fisica, e un energia nel “maneggiare” un omone come me, che non mi sarei aspettato. E mi prendeva in giro credo, ripetendo che “con la moto dovevo essere prudente perché inesperto”. Io rispondevo arrabbiato che non ero in moto e che non amo affatto le moto se non “a vista”, solo a vederle! E lui continuava….. Poi mi tagliò il gilet della Filson, che amavo da morire, e che fin da ragazzo sognavo di avere, e finalmente ero riuscito a comperare arrivando persino ad Arezzo. Al pronto soccorso c'era ad attendermi un altro medico, quando mi lasciò quello dell’ambulanza, del quale ricordo solo la voce. Non credo di averlo visto in faccia; stavo indebolendo in fretta. Questo medico, sicuramente molto giovane, aveva compreso appieno la situazione, e si rivolgeva in modo concitato e apprensivo, al chirurgo di turno, nel frattempo sceso al pronto soccorso, come se avesse l'impressione di non essere creduto. Il chirurgo, sereno, continuava ad appellarsi alla fiducia nei riscontri classici: pressione regolare e respirazione anch'essa regolare. Tutto faceva pensare che, non avessi subìto che un piccolo trauma toracico senza conseguenze, e me ne stavo convincendo anche io, ascoltando il chirurgo, tanto che quando ad un tratto entrò trafelata un’infermiera, e si rivolse al medico che si stava occupando di me, dicendo che c’era “uno che s’era tagliato un dito”, il medico chiese: “tutto?”, e l’infermiera rispose “ma no!...”, allora il buffo medico rispose tra il serio e lo scherzoso: “no sta’ a rrompe li co….. qui ce n’è uno più grave!” Ed io pensai che ci fosse in loco un’altra urgenza. Invece stava parlando proprio di me! Mentre il dottore del pronto soccorso continuava a ripetere al chirurgo, che le macchie evidenziate dall'ecografo non gli piacevano, una brava infermiera che stava smontando dal turno, e stava salutando i colleghi, Barbara è il suo nome, mi riconobbe essendo io amico del marito; ritornò immediatamente al lavoro, prestandomi le cure del momento con eccezionale maestria. Conoscendola, so perfettamente che lo avrebbe fatto per chiunque altro. Che ci si creda o no, esistono buone persone ancora! A questo punto forse, dico forse, qualche cosa è cambiato. Al chirurgo se ne sostituì un altro, credo per il cambio turno. Era un uomo elegante e taciturno, si avvicinò senza parlare. Al che il medico del pronto soccorso, cambiando il tono della voce, più pacato e calmo disse: “Dottore, queste macchie non mi piacciono.” Dopo un attenta ma rapida vista delle immagini dell’ecografo, seguì la riposta del chirurgo, che freddo e impassibile, come si addice al suo ruolo, con una rassicurante voce calda e baritonale, senza preamboli disse: “Preparate la sala operatoria.” Pregai fino a che non venni addormentato con l'anestesia. Quando penso a Guillermo (Gugermo), la morte, il mostro che uccide non mi sembra più ostile e crudele come la vedevo da ragazzino; ho capito che esiste, e anche se tardi, ho dovuto ammetterne l'esistenza. Nell'arco di una vita si è costretti a vivere, visto che nessuno ci domanda se abbiamo voglia di nascere e, di scendere dalle “chiappe della Luna”, dove si dice risiedano le anime prima dell’assegnazione di un corpo. E credo sia giusto anche un giorno morire. Alternative non ne vedo, il meccanismo era esistente molto prima che nascessi io, e nessuno degli uomini e donne al mondo che mi hanno preceduto su questa terra, importanti o no, famosi o meno, hanno potuto scegliere di nascere oppure no. La medesima cosa accadrà per chi ancora deve nascere. Quanti amici ho avuto! quanti ne avrò, per fortuna. Quanti mi hanno già lasciato... da solo! “Mi Buenos Aires querido...” El tango es la vida, la vida es un tango! ciao Guillermo! Oramai il sogno era ricorrente: un’allodola enorme, panciuta e con un gran sigaro in bocca, pardon, in “becco”, seduta un poco di profilo su di una poltroncina, mi interrogava! Con calma, flemmatica, austera, guatandomi senza tradire nessun sentimento. Mi interrogava sul perché io cacciassi allodole tutti gli anni, quando queste, ad inizio autunno transitano sulle nostre colline. Io, legato ad una sedia con le mani legate dietro la schiena, nel migliore stile “noire”, mi dibattevo e ripetevo in continuazione di essere un cacciatore, e per questo sparavo alle allodole di passaggio. Al che la grande allodola, prendendo il grande sigaro con l’ala, tra le “remiganti”, mi domandava che gusto provassi a sparare alle sue simili, che si fermavano sui “sodi” per nutrirsi e riposare, dopo un lungo viaggio, in previsione di ripartire, per un altro ancor più lungo viaggio, alla fine del quale, avrebbero svernato in un luogo meno freddo, se non caldo, lontano dalle loro terre fredde, dalle quali migravano, perché già coperte di neve e di ghiaccio, in quella stagione. Rispondevo che il cacciatore spara perché….. perché altrimenti non sarebbe un cacciatore. E poi mi giustificavo dicendo che sparavo anche ai tordi, ai fringuelli…. Ma non reggeva! L’allodolona mi interrompeva dicendo che… la scusa non reggeva! le interessava soltanto sapere perché sparavo alle sue simili: “Hai fame? Uccidi le allodole perché hai fame? Per nutrire un uomo grande e grosso come te, quante bestioline ci vogliono?” non sapevo cosa rispondere, balbettavo, farfugliavo qualche cosa: “quanto costa un’allodola in munizioni? Quante ne usi?” L’aria aveva l’odore forte del sigaro, e la luce della lampada che avevo puntata contro, sembrava il fanale di un automobile che si intravede offuscato nella nebbia. Mi dimenavo sulla sedia, sudato e stanco, mentre venivo sistematicamente incalzato fino a quando, esausto, non trovavo più spiegazioni. A quel punto il volatile gigante, al quale invidiavo il grande sigaro, si alzava dalla poltroncina e si avvicinava a me, stanco e assonnato, sudato e senza più la forza di sostenere il capo. Mi sollevava la testa mettendomi una mano, pardon!, l’ala sotto il mento e…, con l’altra mi mollava uno schiaffone. Questo non mi sembrava affatto che me lo avesse dato con le piume, sembrava una mano vera! Questo è uno scherzo, e non era un sogno ricorrente, ovvio. Però devo essere sincero, e debbo dire che spesso pensavo, quanto fosse giusto che io potessi recarmi su di un campo, non mio, di qualche altro, e che forse mentre io calpestavo la sua erba, questi calpestava quella di qualche altro ancora. Ma più che altro mi domandavo, se fosse giusto che abbattessi animaletti che non mi davano nessun fastidio, e tribolavano per vivere, anzi sopravvivere, se per vivere usiamo come termine di paragone la nostra agevole vita. La giustificazione, se può aver un valore, stava nel fatto che io mangiassi gli animaletti che uccidevo. Non ho mai sparato ad animali che non si mangiano. Mi sono imbattuto molte volte in volpi, tassi, istrici ed altre bestioline simili, ma non ho mai sparato; per primo motivo, alcuni animali non rientrano tra le specie cacciabili, quindi avrei violato la legge, e ancor di più non avrei saputo che farne. Per la volpe ho sempre provato una simpatia particolare. Quando lavoravo di notte, con una ditta di trasporto valori, ad ogni turno capitava di incontrare volpi, tassi, caprioli ed istrici, senza parlare dei più comuni graziosissimi gattini, che di notte cercano il cibo o l’amore, quando ne è la stagione. In inverno, con la neve ed il ghiaccio, era facile incontrare i caprioli e i cinghiali, mossi dal freddo e dalla fame. I cinghiali, più forti e risoluti, trovavano immediatamente rifugio dopo averci visti, mentre i caprioli, più timidi e delicati, spesso rimanevano impacciati ed ipnotizzati in mezzo alla strada. Non è difficile la vita del bracconiere; volendo, è sufficiente dormire di giorno qualche ora. Le volpi ed i tassi, col freddo mutano i mantelli rasi e sottili dell’estate, con pelliccioni abbondanti e bellissimi. Specialmente le volpi. Quando ci attraversavano la strada per raggiungere qualche pollaio, alla luce dei fari del furgone, gli occhi e il pelo, apparivano lucenti e bellissimi da guardare. Certo, le volpi se ne escono dalla tana per cercare cibo, e se questo è nel pollaio, è chiaro che tentino di entrarvi. Ma io non me la sento di accusare il bel predatore notturno, di furto e assassinio. Se il pollaio è ben costruito, la volpe non può entrarvi. La triste abitudine dei nostri contadini di risparmiare sempre, anche sulle cose utili, usando materiali riciclati da qualche altra attività, per costruire capanni e rimessaggi per animali, spesso favorisce i predatori che, presto o tardi si accorgono della facilità con cui si può entrare in azione, e non si fanno pregare. Al che, dopo i vituperi di rito, si provvede a costruire un pollaio sicuro e a prova di volpe, donnola o faina, senza pensare che se si fosse fatto un buon lavoro sin dall’inizio, le gallinelle sarebbero state al sicuro, ed avrebbero continuato a produrre uova. “Alla chiusura” della lepre tanti anni fa, stavo tornando sui miei passi per il grande freddo, e perché stava iniziando a scendere il buio quando, lontanissima ne vidi una bellissima in cima alla collina che stavo risalendo. Mi affrettai più che potei per avvicinarmi, soffrendo non poco a camminare sulla maggese ghiacciata, in un posto scomodissimo da coltivare, tanto che in quel pezzo di terra, sopravvenuto il freddo in anticipo, il contadino amico mio e parente di mio suocero, non aveva fatto ulteriori lavori. Quando fui a tiro, con il fiato più che grosso, e sudato, portai il sovrapposto alla spalla, ma allo sparo la grossa lepre si coprì con un balzo dietro ad una zolla, che prese il piombo in sua vece. Nella speranza che una “pallina matta” l’avesse fermata sul posto, cercai di correre il più velocemente in salita, senza però trovare traccia della lepre, che sicuramente salva, chissà dov’era arrivata. Avevo aperto la camicia sul collo per il gran sudore, e fui subito costretto a richiuderla per non morire assiderato. Ripresi a salire la china, con meno foga di prima ma in modo vivace per non freddarmi, e stava spuntando la luna mentre se ne stava andando l’ultima luce, dando spazio ad una luminosissima e bellissima notte; di luna! E fu mentre guardavo il bel satellite, sulla cima della collina ancora lontana, che in essa vidi il bellissimo profilo di una volpe, uscita dalla sua tana da poco: stupenda nel suo manto invernale. Il vento era completamente assente, la temperatura era talmente bassa da annientare qualsiasi odore. Il tiro era un poco lungo e non lo azzardai. Molto lentamente mossi alcuni passi per avvicinarmi alla volpe, che non mi sentiva, e rimaneva immobile di profilo con la luna a farle da sfondo. Ormai, a meno di quaranta metri, impostai il fucile e mirai. Rimasi così per molti secondi. Il bell’animale era fermo e immobile, a guardare non so quale orizzonte fosse visibile dalla sua postazione e,… ignaro di essere sotto tiro. E se nella linea di mira di un arma ci fossi io?, pensai. Non sparai, e rimesso il fucile a tracolla, rimasi a guardare quella bella siluette con la luna, che già era salita di un poco, divenendo più piccola e più lontana. La volpe non mi sentì e nemmeno mi fiutò, e se ne andò con calma, scendendo il profilo della collina scomparendo in un fosso di tamerici. Coperto di sudore e infreddolito, guadagnata la cima del colle, percorsi quel mezzo chilometro che mi separava ancora dall’auto parcheggiata vicino alla casa del mio amico, che vistomi ritornare mi invitò in casa. Mi chiese se lo sparo di poco prima provenisse dalla mia arma, e glielo confermai. Mi chiese a cosa avessi sparato, e gli raccontai della lepre, con dovizia di particolari, da buon cacciatore, ma non parlai della volpe. Si rammaricò per l’esito negativo della caccia, io feci spallucce e ci salutammo. Ero contento di non aver sparato a quella volpe, non ne feci cenno, non ebbi il coraggio, era troppo bella incorniciata nella luna. Ho iniziato a sparare a dodici anni; il natale successivo alla morte di mio padre, nel settanta. Ero tornato in paese durante la malattia di lui, per frequentare la seconda media, vista la impossibilità per mia madre di dedicarmi il già poco tempo a sua disposizione, e per evitare che oltre al giorno stessi solo anche di notte, in previsione del protrarsi della malattia, del “malaccio”, per chissà quanto tempo. Invece!... Mio nonno A. non mi fece ripetere neanche una volta la richiesta di una pistola ad aria compressa, come regalo di natale. Nell’intimo, mio nonno era appassionato di tutte le cose che possono attrarre un elemento di sesso maschile. Per colpa del suo grave handicap, la mancanza quasi totale del braccio sinistro, non poteva guidare un auto, non poteva andare a caccia o a pesca, anche se lo faceva qualche volta con me, che legavo ami ed altro; ma vedendosi nell’impossibilità di essere autonomo, silenziosamente rassegnato, non disse e non fece mai niente, non si lamentò mai della sua condizione. Solo raramente, due o tre volte negli anni che ho vissuto con lui, gli ho sentito dire tra se e se: “Dio maledica gli storpi!”. Ma era talmente forte, coriaceo, da vivere in silenzioso segreto le sue difficoltà. Quando parlai con lui della pistola, non fece ne tanto ne quanto; con il pullman andammo in città, dove in piazza M. c’era la famosa armeria dei fratelli C., che era poco più su del negozio del coltellinaio di Pinzolo, salendo verso la “piaggia della torre”, che poi porta alla piazza centrale. Ci fermammo a guardare anche la sua vetrina, e vidi tra gli altri il bel coltello da scout come il mio, che poi persi in una delle ultime uscite con l’amico S., quando tornai in città dopo la terza media. Io come minore non potevo acquistare l’arma, che anche se non necessitava di registrazione e denunzia presso i Carabinieri, o la questura qualora si abitasse in città, era sempre soggetta per l’acquisto, al possesso della maggiore età. Ce n’era una proprio nella vetrina di quell’armeria, della quale diventai in futuro cliente anche per la caccia. Non so se ero più contento io, o se lo era di più mio nonno che la comperava per me. Il nome dell’arma era “Oklahoma”, e più la guardavo e più me ne innamoravo! E non a torto! Non era un giocattolo, era una vera pistola che sparava con una potenza che oggi, nelle comuni armi corte ad aria compressa in commercio, nemmeno è immaginabile. Precisa fin oltre i venti metri, con traiettoria tesa, radente, come un’arma a canna rigata a cartuccia metallica di piccolo calibro.
Uno dei fratelli armaioli, prese una pistola nella sua bella scatola nello scaffale dietro di lui, e ce la mostrò. Ce la fece prendere in mano, e sorrideva soddisfatto vedendoci rigirare l’arma con delicatezza e passione, compiaciuti del bell’aspetto che aveva. Esternamente non era verniciata, era imbrunita come un vero fucile o una vera pistola a canna rigata. Aveva la chiave di apertura sotto la canna basculante, ed era a forma di grilletto. Traendola, si sbloccava il tassello che teneva ferma la canna, e piegando questa con un certo impegno, si comprimeva il pistone, che al momento dello sparo, spingeva l’aria compressa nella canna, nella cui culatta veniva alloggiato il pallino di piombo. Dopo averci illustrato il funzionamento del bel regalo che stavo ricevendo, l’armaiolo ci guardò come per dire “io ho terminato”. Non fece in tempo neanche a chiederci se eravamo convinti dell’acquisto o altro, non ebbe il tempo di cambiare l’espressione del viso, che già mio nonno aveva estratto il portafogli con l’unica mano che aveva, e se l’era portato sotto l’ascella del moncone del braccio sinistro, e stava estraendo delle banconote chiedendo:”Quant’è?” Aveva un bell’abito invernale marrone, ricordo, con la manica del braccio mancante infilata nella tasca della giacca, che mia nonna fissava con una spilla da balia all’interno; “dodicimila!” rispose uno dei fratelli C., quello che di solito serviva al bancone, visto che l’altro, più taciturno e schivo, per lo più presenziava. Era una bella cifra per quei tempi! Mio nonno estrasse delle carte, ricevette il resto, e aspettammo che la pistola fosse rimessa nella sua elegante scatola di cartone, e che l’armaiolo ce la incartasse, con quella carta liscia color sabbia che si usava molto in quel periodo. Mio nonno disse che non ce n’era bisogno, ma l’armaiolo la volle incartare avendo intuito, e non era difficile, che quello era il regalo che avrei ricevuto per il natale. E’ quasi natale, sono passati esattamente quarantadue anni! La pistola già la conoscevo, era per me l’oscuro oggetto del desiderio, in quel momento della mia vita. Era il ”giocattolo” preferito di M., che a volte nei pomeriggi che trascorrevamo al vecchio deposito delle FFSS, la portava con se per sparare ai ramarri, e raramente sbagliava i suoi tiri. Non c’era nessuna utilità in quelle crudeltà, e da un lato mi infastidiva vedere quegli animaletti colpiti a morte. Ma non potevo fare a meno di provare ammirazione per l’abilità di tiratore di M. Anche io non ero stato esente, come tutti i bambini, dal compiere atti crudeli nei confronti di lucertoline indifese, ma già da molto tempo, avendo acquisito coscienza e rispetto per i simpatici rettili, mi dispiacevo di vedere l’amico mio compiere quegli atti. Non avevo mai avuto il coraggio di chiedergli di farmi sparare, forse per timore riverenziale, o forse per paura di dover sparare anch’io a qualche ramarro o qualche povero rospo, sentendomi ancora la coscienza sporca per gli animaletti ammazzati in precedenza. Una volta catturai e uccisi tante lucertole da provarne schifo e vomitare. Mi ripromisi di non farlo mai più. Chiedere a M. di sparare, visto che lui non si offriva di farlo, mi metteva nella condizione di dover dimostrare di essere un tiratore “coraggioso” e senza scrupoli, così mi astenni dal fare richieste. Non me lo avrebbe negato, anche se a volte, giustamente mi considerava un bambino, e forse per questo non mi ha mai offerto d’impugnare l’arma. Tra me e lui c’erano solo due anni di differenza, ma in certi casi e per certi argomenti, quei due anni erano un abisso. M. era nei miei confronti molto buono e protettivo, come il fratello che io non ho mai avuto; ricordo spesso le liti che faceva con uno dei suoi fratelli, Gabriele, che aveva esattamente la mia età, eppure non era mai con noi. Neanche era mai invitato dal fratello a seguirlo, e secondo me Gabriele, neanche ne sentiva il bisogno, essendo di carattere molto diverso ed anche molto più infantile di me. Quando ebbi tra le mani la Oklahoma, mi sembrava di volare! Ma non fui preso dalla smania di usarla e sparare come può succedere quando la passione ci prende. Alcuni giorni rimase nella sua bella scatola, incartata e immobile, in attesa che la sera della vigilia di natale, mio nonno me la porgesse come regalo. Non fu necessario che mi dicesse che l’avrei aperta alla vigilia, io non lo chiesi e mio nonno non lo impose. Il ventiquattro dicembre, tutti gli anni, nonno A. cuoceva personalmente alla brace il baccalà, di cui era ghiotto, rigirandolo abilmente sulla graticola, anche se con una sola mano. Poi mia nonna o mia madre, lo mettevano in un bel piatto, appena finito di cuocere, e nonno A. continuava la sua opera condendolo con olio sale e l’aglio, che gli piaceva tanto. E piaceva anche a me. L’idea delle spine qualche volta mi toglieva la voglia di mangiare baccalà, ma il mio pezzetto “natalizio” del pesce veloce del Baltico, me lo mangiavo anche io. Il mio amico Sandro diceva sempre scherzando, di aver mangiato “pesce veloce del Baltico su pasticcio di mais”, cioè la semplicissima e antica polenta… con il baccalà. Fattomi vecchio e molto più attento alle lische, oltre che ghiotto, lo gradisco molto anche lontano dalle festività e dalle altre vigilie! E se qualcuno ha voglia di girare la polenta, anche spesso! Al momento di aprire i regali, che quell’anno avevano un senso speciale visto l’accaduto, quando fu la volta della mia scatolina, nella sua carta color sabbia, vedendone uscire un’arma, si fece il silenzio: silenzio assoluto! Mia madre e mia nonna dopo un po’, balbettarono qualche cosa di sconveniente e contrario, mentre gli zii tacquero. Al che mio nonno A. mandò le donne a quel paese, deciso e con la più colorita delle espressioni, poi si alzò e si accese una sigaretta sul terrazzo, tenendo la scatola degli “svedesi” sotto l’ascella del braccio che non aveva, rigirandola dopo averne estratto un fiammifero, per poter sfregare lo zolfo sull’apposita striscia di non so che. Avevo timore che il regalo, per me così bello, potesse rovinare la festa. Ma già abbastanza esperto della natura umana, e del fatto che per vivere bene, o per non vivere male, dipende dai punti di vista, bisogna fare buon viso a cattivo gioco, presi la mia pistola e me ne andai in camera mia come se niente fosse. La scartai di nuovo e me la rigirai tra le mani per del tempo, e con una soddisfazione che solo io capivo in quel momento, che non potevo condividere con nessuno, visto l’atteggiamento ostile delle donne di casa, e la messa in minoranza di nonno A.. L’estate precedente, seguii i ragazzi più grandi di me, che un pomeriggio, spavaldamente andavano a sparare sotto ad un palazzo confinante con la ferrovia, sui cui binari insieme ad M., schiacciavamo i chiodi per farne lame. Rivedendo nella memoria la scena di quella processione di giovani e ragazzini, che seguivano un ragazzo di neanche diciotto anni, con una carabina semiautomatica dello stesso modello di quella in dotazione in quegli anni ai Carabinieri, diversa solo nel calibro, che in originale era il “nove”, mentre questa era in “sette e sessantancinque”, penso a quanto fosse diverso il mondo di allora con quello di oggi. Non ricordo che nessuno abbia chiesto il perché di quell’arma e dove fossimo tutti diretti; la cosa passava inosservata. L’arma che il giovanotto teneva a bilancia nella mano destra, seguito da tutti gli altri della sua età e più giovani, era del padre. Questi sicuramente non era a conoscenza della cosa, di questa avventura metropolitana, che a rivederla con gli occhi sul mondo di oggi, ha del grottesco. Era un uomo forte il padre, non tanto alto ma di corporatura robusta, di una certa età. Aveva fatto la “guerra d’Africa” come si diceva, ed era padre di quattro figli, uno dei quali era mio coetaneo e amico, e vivacissimo. Come quasi tutta la gente che aveva vissuto nel continente nero per il triste evento della guerra, alla fine di essa, essendosene innamorato ed avendo la possibilità economica, vi si recava a caccia quando poteva. Io non lo ricordo e non potrei nemmeno ricordarlo, perché ero troppo piccolo, ma mi e stato raccontato che quando era giovane dipendente della nostra cassa di risparmio, nei primi anni sessanta, quest’uomo era direttore di filiale e veniva a lavorare con la moto, in paese. Il mezzo era una bellissima Guzzi, con il volano a forma di “fetta mortadella”, grande moto a quei tempi, ancor più bella e ambita nel presente. La sede della banca era in una casa del centro storico, come lo è oggi, ma senza quegli accorgimenti architettonici atti alla sicurezza non necessari tempo indietro. Oggi lo stabile appartiene alla banca per intero, per ovvi motivi, mentre quando ne era direttore quel signore, gli uffici erano al pianoterra della casa, in fondo ad un corridoio al quale si accedeva direttamente dall’esterno, con a sinistra le scale che salivano all’abitazione della signora che ne era proprietaria. La Cassa di Risparmio era in affitto in quei locali, nei quali si entrava per una semplice porta a vetri grigia, senza nessun sistema di sicurezza come li immaginiamo oggi. Il direttore della filiale, era solito entrare nel pianoterra fin di fronte all’ingresso della banca con la moto. Dopo averla messa sul cavalletto, apriva il cancelletto, poi la porta a vetri, e insieme agli impiegati andava al lavoro. La signora proprietaria dello stabile, non gradiva che il direttore entrasse con la motocicletta nel corridoio, e lo invitò più volte a lasciar fuori in strada il mezzo. Da prima con le buone, poi non vedendo risultati, alzando la voce. Geloso della sua Moto Guzzi, il padre del mio amico cercò di spiegarsi con l’anziana signora, ma senza ottenere risultati. Io ricordo bene l’ingresso dell’abitazione e la porta della banca con le scale di fianco, e credo che la moto accostata di lato, non desse fastidio, né per l’utilizzo delle scale né per i clienti e avventori della banca. Ma la signora si impuntò. Allora il cacciatore, burbero e burlone come nessuno ormai lo è più da tanto tempo a questo mondo, tutte le mattine dopo essere entrato nell’androne del palazzo, accavallava la moto, e prima di spegnerla accelerava diverse volte a tutto gas, riempiendo le scale di fumo e producendo un rumore assordante. Dopo diverse proteste da parte dell’affittuaria verso la banca, il “motociclista” venne trasferito ad altra sede.
Entrando in casa di quell’uomo, ci si imbatteva nell’ingresso, in una pelle di Leopardo appesa al muro con due lance incrociate, con un grande scudo dietro, che credo fungesse da appendi panni, in qualche modo. In una sala c’erano dei mobili che, contenevano fucili e pistole di ogni tipo. Diversi trofei erano appesi al muro, imponenti e ben conservati. Forse il frutto di cacce recenti. Dalle rastrelliere di certo non a prova di minore, proveniva sicuramente la carabina che il fratello del mio amico esibiva ai suoi amici, e con la quale si accingeva a sparare e a farli sparare. La giornata di bellissimo sole s’era trasformata in una calda ma nuvolosa giornata. I tiri ebbero inizio. Per primo sparò il proprietario del fuciletto, poi uno alla volta tutti gli amici suoi, coetanei. I tiri erano interrotti solo dalle operazioni di riempimento del caricatore, che poi veniva di nuovo rimesso nel suo alloggio, al di sotto dell’arma. Io ed altri della mia età, ci tenemmo un poco indietro, anche perché non c’era lo spazio effettivo per vedere da vicino i tiratori all’opera. Il primo bersaglio se non ricordo male, era un vecchio filtro dell’olio, tolto dalla cassetta dei rifiuti del meccanico, che aveva garage-officina proprio nelle vicinanze dell’improvvisato poligono. In una pausa dei tiri, ci avvicinammo tutti, e si intavolò una sorta di lezione balistica da parte del tiratore, che disinvoltamente maneggiava la carabina, che doveva essere scarica dopo l’ultima serie di spari. Se la passò dietro la schiena, e continuò a parlare sereno e tranquillo, tenendo l’arma con tutte e due le mani al di sotto del sedere, quando si sentì uno sparo! L’arma aveva sparato! Il grilletto doveva aver urtato una piega dei pantaloni, oppure l’aveva sfiorato il giovane stesso; tanto è che partì un colpo. Io ero proprio dietro, e se anche non vidi la scena dello sparo, per altro lontana da me solo un metro e mezzo, realizzai immediatamente che era successo qualche cosa di grave, che non avrebbe dovuto succedere, ma che era purtroppo successo. L’arma doveva essere scarica; chi aveva sparato per ultimo, era convinto di aver esaurito le munizioni del serbatoio. Ciò non era! Una cartuccia era ancora in canna, e per fortuna o per miracolo, non aveva provocato danni. Un ragazzo di nome Stefano, coetaneo del proprietario del fucile, era transitato proprio nel momento dello sparo a fianco dell’arma. Rideva mentre si guardava addosso, come se cercasse le prove dell’avvenimento. Alla fine si accorse di avere i jeans perforati, all’altezza del ginocchio, di dietro. C’erano due bei buchi sul pantalone, uno un poco più grande dell’altro, forse era il “famoso foro d’uscita”, che di solito è vistosamente più grande di quello di entrata. Il proiettile era volato in campagna, dove certamente non avrebbe fatto danni, visto che la zona non era ancora urbanizzata, mentre il bossolo giaceva mescolato tra gli altri in terra. Qualche cosa che non doveva succedere, era successa! Tutti ridevano divertiti o fingevano di esserlo, ma in pochi istanti l’arma prese la strada di casa col proprietario, che non sembrava proprio allegro nel rientrare frettolosamente. Forse nell’euforia del momento, oppure per l’emozione di vedere un’arma da vicino, quasi tutti restarono nel luogo a guardare i vari rimasugli dei bersagli occasionali, tutti avanzavano teorie sul perché di un buco o di un altro, ma Stefano aveva cambiato umore, e s’era fatto d’un tratto molto serio e preoccupato. Enzo, il tiratore, era di sicuro arrivato già a casa e aveva certamente riposto l’arma in rastrelliera, e in cuor mio penso che non stesse proprio del tutto sereno dopo l’accaduto. Io, anche se di molto più piccolo di tutti gli altri, avevo intuito che l’accaduto era da prendere come esempio per il futuro: non si gioca con le armi! Purtroppo è veritiero il detto che recita: “L’arma che uccide, è sempre scarica!”

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