9 - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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Urbisaglia > Lo zio Memmone > Racconto dello zio
Nell'arco di una vita
Caro Gesù bambino, non ti avevo mai scritto prima, anche perché non ho mai scritto neppure a Babbo Natale, come si usa qui da noi. Orgogliosamente e forse rassegnato, ho sempre accettato senza riserve i regali che ho ricevuto negli anni. Questo è il cinquantacinquesimo natale della mia vita, sempre che io ci arrivi, (tutto può accadere), e fino ad oggi non ho mai sentito il bisogno di un contatto epistolare con te. Oggi però “sento” che debbo scriverti, debbo umiliarmi e chiederti qualche cosa, o tante cose. I miei primi quattro-cinque natali, non li ricordo affatto, ma quelli successivi li ho tutti in memoria, ed è sufficiente che si nomini un qualche particolare o un accadimento, e tutto mi ritorna in mente, come se fossero passati solo pochi istanti. Il cervello di un uomo è un archivio, basta cercare per trovare cose perdute, anche se a volte la ricerca si rivela più lunga e difficile di altre. Se il meccanismo non si guasta, per qual si voglia motivo, i ricordi riemergono. Sempre! Mi ha sempre colpito, oh mio Gesù, come tutti gli artisti, ti abbiano sempre raffigurato, sia nei dipinti, sia nelle sculture, con un corpo non da neonato, ma da bimbo un pochino più grande, e con un volto da bimbo di qualche anno. Forse è vero, che la tua èra conta cinque anni in più circa, di quella che si evince dal calendario vigente. La storia narra della tua nascita intorno alle idi di marzo, quindi all’ingresso della primavera, però da sempre il calendario riporta la ricorrenza della tua nascita a dicembre, poco dopo l’ingresso dell’inverno. Dopo aver scoperto queste cose, mi chiedo spesso il motivo di questa scelta. Forse con la neve ed il freddo, il natale assume un contorno più romantico? chissà! Ma ormai da molti anni non nevica più, o quantomeno ciò non avviene più a ridosso della natività, e questo ha ulteriormente limitato il carico di fascino della festa. La neve però, per quanto bella e dolce nel vederla cadere, una volta arrivata a terra, è fredda, crea enormi disagi ed è pericolosa da percorrere. Il tempo in cui le strade erano poche, strette e poco praticate, è finito. Le famiglie erano numerose, e unite sotto di uno stesso tetto, i ricongiungimenti familiari per le feste erano pochi e rari. Il parente più lontano poteva venire a cena la sera della vigilia, o a pranzo il giorno dopo, anche a piedi, se cadeva la neve. Al contrario, le famiglie di oggi sono “diasporate” su di un territorio molto vasto, a causa del lavoro e delle mutate esigenze, e i ricongiungimenti per le festività, sarebbero messi a rischio dal maltempo. Era quel passato, un tempo, che io personalmente, non riesco a vedere migliore di quello attuale. Tutti dicono che c’erano meno soldi, meno ricchezza, si mangiava o poco più, e questo per quasi tutti, ma si era di certo più sereni e felici. Dicono! (Che felicità ci sarà poi nella povertà!) E nevicava sempre a natale! Ed io ho cominciato a odiare la neve, il natale successivo al mio trasferimento in città. Alla chiusura della scuola per le vacanze, come poi successe sempre negli anni a seguire, passai quei giorni in paese dai nonni. Gli amici erano fuori che si rincorrevano sulla neve e giocavano a pallate. Volli uscire anche io, ma non c’erano in casa scarpe adatte alla neve. Me ne andai nello stanzino che già avevo eletto a mio personale nascondiglio, e ci trovai gli scarponcini dell’anno precedente. Con la smania e la fretta che, possono solo appartenere ad un bambino di sette anni, presi ad indossare quelle calzature. Erano diventate inevitabilmente ed inesorabilmente piccole e strette. Riuscii a calzarle dopo diversi sforzi, e pur dolorante ai piedi, uscii in strada per fare a pallate con i miei amici, quelli che qualche mese prima avevo lasciato per andare in città. Ricordo il freddo atroce ed il cielo, di quel colore tipico dell’inverno quando si fa sera. Il fiato si condensava e sudavo sotto i vestiti, avvertendo il conseguente senso di freddo, che provoca il sudore quando si ghiaccia sulla pelle. Però non sentivo freddo ai piedi, anzi, non sentivo proprio i piedi. Ricordai i discorsi che ascoltavo dagli adulti, quando si parlava di qualche disperso in Russia, e di qualche altro “congelato”. La guerra era un fatto molto presente ancora, molti genitori e molti nonni erano stati soldati, e noi bambini di quel periodo, eravamo partecipi, anche se solo come spettatori, di argomenti più grandi di noi, che a volte non riuscivamo a capire, e venivano deformati e distorti dai nostri piccoli cervelli. Presi paura non sentendo più i piedi, e camminavo con il timore che si spezzassero. Il silenzio era assoluto, e divenne relativo, quando fu rotto, per qualche minuto soltanto, dal rumore di un mezzo spazzaneve di quel tempo, che si avvicinava all’arco d’ingresso del paese, provenendo dalla sottostante statale. Entrai in casa, e dopo aver tagliato gli scarponi che non mi uscivano più, con un vecchio coltello la cui lama affilatissima, a furia di affilature, era ridotta di due terzi, mi avvicinai alla stufa economica a legna, che in poco tempo mi ristorò dal freddo atroce che avevo subito. Adoravo quella stufa; ne ero innamorato. È rimasta di proprietà di mia nonna, fin quando non la utilizzò più perché, troppo faticoso e complesso, era divenuto armeggiare con la legna; vuoi perché i tempi cambiano, ed anche i paesi cambiano! Quella stufa meravigliosa, laccata bianca a marca Zoppas, chiesi, quasi implorai mia nonna di lasciarla per me. Gliela avrei pagata addirittura! Lei la regalò ad uomo piccolo e brutto, oltre che profittatore delle cattiverie tra parenti. In cambio, mia nonna ricevette dal nano piccolo e brutto, un fiasco di vino, che lei girò a me. Non ho mai capito se lo avesse fatto spontaneamente, o se fosse un atteggiamento mafioso. Di recente, dal barbiere, sotto i “ferri” c’era il marito della figlia del beneficiario del dono, che elogiava le proprietà fantastiche di quel bell’oggetto; spero che non l’abbia fatto apposta vedendomi là. Gliela avrei fatta volentieri io la barba!  Caro Gesù bambino, oggi le strade sono molte di più di allora, ed alcune sono totalmente inutili, frutto della corruzione e della pessima abitudine, di sprecare il denaro di tutti per fare i guadagni di pochi. Tempo fa, percorrendo la verde Umbria di San Francesco, dopo quasi un ora di marcia in una superstrada deserta, non avendo incontrato nessuno proveniente dall’altro lato, e non avendo subito il sorpasso di alcuna auto, viaggiando in un silenzio irreale in mezzo a quello che mi parve un deserto, mi sorse il dubbio, se quella strada fosse in costruzione, ed io vi fossi entrato ignorandone il divieto. Mi rassicurò mia moglie: non vi erano divieti e neanche segnalazioni di lavori in corso. Provai un grande senso di abbandono e di ribrezzo, nel vedere che quell’opera mastodontica, fosse totalmente inutile, ma le mie sensazioni servono a poco, ed anche la presenza importante del Santo poverello, non ha impedito che quello scempio fosse compiuto! In casa sua! Caro Gesù bambino, in questi anni che ho avuto la fortuna di vivere, o di non morire, non saprei, ho conosciuto bastardi, falsi, ruffiani, traditori e quanto di peggio si può incontrare in una vita. Ho visto incapaci e corrotti passare oltre gli onesti spudoratamente, sfacciatamente. Ho visto gente parlare male di chi li ha “raccomandati” per un lavoro, e a volte solo per ricevere una paga misera, e quasi mai meritata, sorpassando persone oneste e preparate, che hanno perso tempo e denaro nella speranza che il prossimo loro, fosse animato da coscienza e onestà. Ho visto gente farsi corrompere per molto meno di un pezzo di pane secco, senza dimostrare il minimo rispetto per se stessa. Buon per il corruttore, che purtroppo la legge assimila al corrotto, per me ingiustamente. Per quanto grave possa essere corrompere, farsi corrompere, vendersi, lo è ancora di più. Il corruttore fa il prezzo, quindi è il destinatario di tale offerta, che deve essere persona incorruttibile. Mi viene in mente Enrico Mattei, chiamato “il corruttore incorruttibile”, per la sua abilità di persuasore verso coloro i quali dovevano fornire il petrolio, e irremovibile, irriducibile nei confronti dei persuasori. È ridicola la legge, quando pretende che qualcuno, in previsione di guadagni, non sia tentato di chiedere “aiuto” all’impiegato o funzionario del momento. È questi che dovrebbe essere integerrimo ed irreprensibile nella condotta, senza il bisogno che sia la legge a fare da spauracchio, nell’intento di dissuadere gli individui dal compiere illeciti. Un proverbio arabo, che lessi da qualche parte nelle mie troppe letture dell’infanzia e dell’adolescenza, recitava: “Per potermi fidare di un servo, ho dovuto mozzare il capo all’altro!” Specie quando ricopre un ruolo pubblico, cioè rappresenta lo stato o un altro ente verso il cittadino, l’impiegato o il funzionario, deve possedere indiscusse doti di fedeltà e dedizione allo Stato o all’ente di appartenenza. Ma l’odore del denaro… (pecunia non olet?). Quando la corruzione si compie tra cittadini ed aziende, così dette private, certi accordi si chiamano affari, e più stimato ed apprezzato, sarà il “faccendiere” che procura l’affare. La legge cerca di individuare e di punire i corruttori ed i corrotti, mettendo il corruttore alla stessa stregua del corrotto, con la speranza che l’individuo desista dal compiere tale atto delittuoso, dimenticando, che è il servitore dello stato e degli altri enti che, ripeto, deve essere incorruttibile. Il corruttore è sempre anche lui un incapace, in cerca di facili guadagni, altrimenti si impegnerebbe in altro modo. Chi conosce le proprie capacità, non si piega facilmente; ma purtroppo il sistema Italia è divenuto quasi irreversibile. Chi è in cerca di affari, è come il gatto che cerca il topo, se anche una legge lo vietasse, il gatto non perderebbe mai il suo istinto predatorio. Così il corruttore, non avvicinerà mai il funzionario o l’impiegato, che si mostra fedele e ligio al dovere dell’ufficio che ricopre, bensì a quello che si mostrerà disponibile e ansioso di facili guadagni. Caro Gesù bambino, per capirci, un puttaniere, per paura di un rifiuto o di una magra figura, o solo per non perdere tempo, non abborderà mai una brava e stimata madre di famiglia, che non volge lo sguardo al lato di sé stessa camminando, ma cercherà un occasione con una preda più facile ed abbordabile. Con una donna che magari risponda a degli sguardi ed altre sollecitazioni. Anche se costasse del denaro! Altrimenti che corruttore sarebbe!
Caro Gesù bambino, fra pochi mesi, passato il natale, sarai già adulto e risorto dalla morte, e nel frattempo saranno scorse, nelle varie domeniche che intercorrono tra una festa e l’altra, tutti gli avvenimenti della tua vita. Hai moltiplicato pane e pesci, hai trasformato l’acqua in vino, hai ridonato la vista al cieco, hai guarito il lebbroso, hai rimesso in piedi lo storpio, hai risuscitato Lazzaro e molto altro. Ma più di tutti, molto più terreno come atto, nel tempio del Signore, hai fustigato gli affaristi e i mercanti, rovesciando i lori banchi, e dai racconti mi sembra di aver capito che non si è rivoltato nessuno, le hanno prese e se ne sono andati. Perché non sei intervenuto più? Perché non hai più compiuto miracoli? Tuo padre distrusse Sodoma e Gomorra, e tu hai cacciato i mercanti dal tempio!. Certo, da bambino non puoi compiere grossi interventi, ma qualche cosa, tutti se l’aspettano da te! Non ti chiedo di intervenire senza un motivo; ma perché non ti occupi mai di noi?, tutto sommato siamo tuoi connazionali, visto che tu sei cittadino italiano a tutti gli effetti! Non risiede forse in Italia il Vaticano?  La mia passione per le armi, oggi come in passato, non è mai stata maniacale, anzi! Ho sempre associato le armi alla storia, e non mi sono mai fatto prendere la mano. Non mi piace spendere soldi per comperare un’arma, per poi rivenderla e poi ancora ricomprare e così via. Molti miei amici non fanno che acquistare e vendere, spendere e spandere; non si guadagna mai nel collezionare senza uno scopo finale. Mi spiego: il collezionare fine a se stesso, tutto sommato non arreca danni eccessivi alle tasche del collezionista, che serio e deciso, non si fa prendere la mano dagli acquisti folli e senza programmazione. Egli compera con una certa attenzione, e mette in mostra le sue armi, più per sé stesso che per gli altri, ai quali mostra orgoglioso la sua collezione, nella speranza che nessuno, neanche il più caro amico, prenda in mano le sue creature, sperando che mai gli venga chiesto di estrarle dalla teca! Poi c’è il collezionista confusionario e frenetico, che non trattiene mai più di tanto tempo un arma presso di se. A differenza del collezionista che ho descritto in precedenza, il secondo acquista e vende con una rapidità da maniaco. E’ sempre in cerca dell’oscuro oggetto del desiderio, che appena trovato e raggiunto, rappresenta già il passato. La ricerca del nuovo pezzo pregiato è già cominciata, e l’acquisto precedente è già passato in second’ordine, e forse si è venduto senza neanche far pari!
Sono pochissime le armi che piacciono a me. Hanno tutte un ordine ed un senso logico nella mia testa. Mi piacciono i fucili a canne sovrapposte, perché con le “doppiette” non so sparare. Nonostante il fucile a canne giustapposte sia la mia vera passione, non sono molto capace nell’usarlo. Quindi riverso la passione sull’arma che meglio uso, e il sovrapposto mi và bene alla spalla. In ogni caso amo solo quei fucili che hanno storia e meccanica al di là del commerciale, nel senso che un fucile per me non deve essere per forza inciso e “pacchiano”. Anzi, come era una volta scritto sui tabernacoli, “ pretium intus”: quel che è prezioso sta dentro!. Una meccanica originale e di lusso, per me è più pregiata della più preziosa incisione. Oggi si incidono fucili dozzinali, con meccaniche costruite da macchinari, senza nessun intervento umano, e che non necessitano neanche del minimo aggiustaggio. Questo chiede il mercato, scaduto nella volgarità assoluta. Non mi piace usare questo termine, assoluto, usato ed abusato, ma in questo caso si rende necessario, visto che la volgarità non può essere relativa! In quel mercato, che in tutto e per tutto rappresenta il momento di decadenza che viviamo da tanto, troppo tempo ormai, un volgare fucile, anche se inciso dal più grande maestro incisore, non sarà mai un fucile di lusso. Non possiede un anima, è ben vestito ma non è elegante, come avrebbe detto Enrico. Ogni arma racchiude in se una qualche attrattiva, per diversi motivi spesso diversi tra di loro. Dopo un lungo studio e diversi acquisti, sono arrivato molto tempo fa alla conclusione, che l’arma che debbo possedere, mi deve “divertire” e molto. Deve avere un motivo di esistere, quindi una finestra sulla storia, e deve anche essere bella. E per essere bella deve poter essere utilizzabile senza troppe difficoltà. I sovrapposti di un certo tipo, sono quelli che più amo: le tre “B” rappresentano il massimo che al mondo si potesse costruire e inventare nel settore. Browning, Beretta e Boss. Meglio al mondo non esiste, e se esistesse, altro non può essere che una copia o una modifica dei “tre”. Aggiungo anche una “C”, Cosmi, Rodolfo Cosmi. Un artigiano mio corregionale, che negli anni trenta se non mi sbaglio, inventò e mise in produzione un gioiello che ancora oggi, e sicuramente per molto ancora nel futuro, è e sarà il sogno di ogni appassionato. Il fucile semiautomatico che si apre come una doppietta. Se ne trovano di incisi finemente e con legni stupendi, ma anche senza incisioni e con legni ordinari, quel fucile è un gioiello e il sogno di tutti gli appassionati. Ognuno di questi inventori ha dato una cosa che gli altri non sono riusciti ad inventare, il loro orgoglio ha dettato meccaniche e chiusure indistruttibili e preziose, tutte dovute al lavoro ed alla perizia umana, riducendo la macchina a quello che in effetti dovrebbe sempre essere, e cioè l’ausiliare e non la sostituta della mano dell’uomo che, con tutte le sue articolazioni e la sua sensibilità, aiutata dall’occhio e dal senso dell’equilibrio e delle proporzioni, non può essere sostituita da nessun congegno meccanico.
Le armi corte sono tante e talmente tante, che un appassionato potrebbe vivere due volte senza riuscire a possederle tutte, o addirittura a conoscerle tutte. Solo due ne preferisco, la Colt 1911 e la Beretta nelle sue varie versioni “92”. La prima è stata arma da fianco dell’esercito degli Stati Uniti d’America per settant’anni, e la seconda, non ha fatto altro che degnamente sostituirla, per ovvi motivi, dovuti alla capacità del serbatoio, e del calibro sempre potente ed atto allo scopo, ma gestibile con più facilità. Ma ripeto, le armi non sono belle se non si possono utilizzare. Non vado a caccia da molto tempo, non saprei che fare di un bel fucile per solo guardarlo, oppure di una pistola che nella potenza e nei calibri richiede una cura ed una prudenza, soprattutto nella custodia in casa, che minano la serenità di qualunque persona ragionevole. Detenere armi di un certo tipo impone norme di sicurezza più opportune di altre. Io possiedo un bell’armadio blindato, nel quale custodisco un solo fucile sovrapposto per la caccia, quando me ne torni la voglia, ed una carabina ad aria compressa, con la quale ci si può divertire senza troppe ansie anche in campagna, o in giardino. Avevo altri sei fucili che ho venduto. Ma ho acquistato un revolver, replica di un modello Colt, della guerra di secessione Americana, con il quale mi diverto da morire. La “polvere nera” è una vecchia passione, trasmessami da un ex funzionario di una questura, che si godeva la pensione trascorrendo i pomeriggi al poligono di tiro, dove portava con se diverse armi, e gradiva che gli facessi compagnia, facendomi utilizzare le sue belle repliche, e mi era molto affezionato perché non mi sono mai permesso di esprimere giudizi su qualche tiro sbagliato o qualche clamorosa “padella”, come facevano gli altri. Il tiratore infallibile non esiste, e nemmeno io lo sono, e in tutta sincerità la perfezione non mi attrae. Ho scovato in campagna un posto stupendo poter sparare in tutta sicurezza; non si raggiunge in auto, bisogna camminare per quasi venti minuti a piedi, e non è poco. L’ho scoperto cercando un posto sicuro per mettere alla prova gli archi che costruisco, ed è un posto dove non si arreca danno a nessuno, neanche se una freccia dovesse uscire di traiettoria. Ed è anche frequentato da fagiani e caprioli. Non di rado, camminando sovrappensiero, cercando di districarmi tra rovi ed altri spini, l’improvviso volo di un fagiano mi ha fatto trasalire. E diverse volte ho teso l’arco mirando la spalla di qualche capriolo che mi è arrivato vicino senza fiutarmi, per poi fuggire abbaiando (il capriolo abbaia) dopo avermi sentito. Raggiunto il luogo, si ammira tutta la campagna attorno al paese, bellissima! È un posto che non è frequentato nemmeno dai cacciatori, oggi pigri e sparatori, che preferiscono aggredire il tordo in tanti, troppi, senza che la legge, fatta di altri uomini pigri e corrotti, intervenga mai!
A sparare vado solo quando la caccia è aperta, per non destare sospetti in coloro i quali sentono le deflagrazioni, seppur modeste del mio revolver ad avancarica. Ma nonostante ciò, in una delle ultime uscite, mi è capitato un fatto tra il comico e il tragico. Dopo aver approntato la linea di tiro verso una spallata adatta ad assorbire la potenza del mio revolver, ho caricato il tamburo, gesto questo quasi rituale, che fa parte del bello dello sparare con questo tipo di armi, ed ho iniziato a scaricarlo su di un bersaglio, quando lontanissima mi è giunta una voce di donna: “chi è che spara… chi sta sparando…?” Ho sparato gli ultimi due colpi, senza dare peso alla cosa, quando è giunta di nuovo, accorata, la domanda. Non potevo pensare che ci potesse essere mai nelle vicinanze qualcuno. Infatti non era nelle vicinanze, la voce giungeva lontana e con un eco di sottofondo irreale. Cominciai a pensare chi mai si fosse avventurato in quel posto, e soprattutto una donna! Riposi l’arma e me ne andai. Non per paura di far del male a qualcuno, ma per non incorrere nella legge. Esiste un articolo che parla del tiro in aperta campagna, praticabile qualora non si arrechi disturbo e pericolo a persone animali e cose, ma essendo in Italia e con il groviglio di leggi e leggine, che si accavallano, abrogano e azzuffano tra di loro, pensando che sarebbe stato un problema se mi fosse piovuta addosso una denunzia, me ne andai. Con una certa fretta mi incamminai per i sentieri fin quando giunsi, graffiato e sanguinante allo scoperto, sulla stradina bianca dove avevo lasciato l’auto. Dopo qualche minuto arrivò una donna, con i capelli ricci ed in disordine, con l’aria spaventata e concitata, vestita di un grembiule a scacchi blu, ed un enorme libro sotto il braccio, sicuramente una bibbia. “Stavo pregando…, che spavento…, era lei che sparava…?” disse. Tutto mi era capitato e tutto mi sarei aspettato che mi capitasse, ma di trovare un eremita in quel posto, per di più di sesso femminile, non avrei mai immaginato che potesse succedermi. Mostrai alla donna un arco e delle frecce che avevo in auto, e negai di essere io lo sparatore, rassicurandola e spiegandole che gli spari potevano essere provenuti dal fucile di qualche cacciatore, visto che quello era un luogo aperto alla caccia, ed essendo mercoledì, era possibile… la donna se ne andò, ed io anche. In un posto dove non avevo mai veduto e incontrato neanche il più impavido dei cacciatori, ero riuscito a disturbare un eremita in crisi mistica, per di più di sesso femminile! “Ma mi faccia il piacere!” Quante volte l’abbiamo pronunciata questa frase? Migliaia, forse di più. E tutti, proprio tutti. Quando Antonio De Curtis, Principe di Costantinopoli in arte Totò, la pronunciò per la prima volta, forse io non ero nato. Quando Totò è morto, a soli sessantanove anni, quindi neppure vecchio, io avevo all’incirca nove anni. Ricordo che appresi la notizia dalla televisione, e mi rivolsi a mio padre per chiedere conferma di quel che avevo sentito. Mi disse mestamente che era vero. Ricordo che non mi guardò in faccia, ma continuò a scarabocchiare un pezzo di carta, seduto sulla sua sedia di fianco al tavolo, con il gomito destro appoggiatovi sopra, e dopo avermi dato conferma annuendo, della morte del Principe, si asciugò gli occhi. Tutti conoscevamo Totò e tutti lo amavamo, e ripetevamo come proverbi le sue frasi più famose. Molte sono divenute il tormentone rituale da abbinare a certi comportamenti, altre le ritroviamo nei nostri discorsi di tutti i giorni senza neanche accorgerci che lo stiamo parafrasando. Erano gli anni settanta, e precisamente il settantuno in estate, e la televisione di stato, in via sperimentale trasmetteva su di una “terza” rete, che in futuro con il degenerare e il degrado della politica, sarebbe divenuta rappresentante di una certa ideologia, così come le altre reti lo erano di altri indirizzi politici. Forse era nata proprio perché a “qualcuno” mancava una rete televisiva! Era sicuramente il settantuno, perché nel settanta, ricordo di aver visto la finale dei campionati del mondo di calcio in Messico, Italia- Brasile, da solo, in quanto mio padre era al lavoro nel turno di notte allo zuccherificio. La scuola non c’era, eravamo in vacanza, altrimenti non avrei visto la finale del campionato del mondo! Pochi mesi dopo mio padre se ne “andò”. Questa terza rete sperimentale, iniziava a trasmettere la mattina alle dieci. Io e i miei amici, che già avevamo preso l’abitudine del calcetto, prestissimo ci trovavamo al “pattinaggio” per giocare a pallone. A noi ragazzini era permesso giocare solo la mattina, e il pomeriggio molto presto, sotto il sole cocente, perché in “notturna giocavano i grandi”. A quei tempi c’era una sorta di rispetto e direi anche di paura, verso i più grandi, per cui noi ci accontentavamo di giocare al mattino quando questi ancora dormivano. Ricordo che dopo aver giocato a pallone, tutti e non solo io, ce ne tornavamo a casa, perché sul “terzo” c’era sempre qualche bel film. Totò era scomparso da poco, ma era ancora vivo nella memoria di tutti. Chissà poi perché diciamo di uno che muore, che è “scomparso”, come se potesse riapparire ad un certo punto, ad un certo momento, all’improvviso! Forse lo si dice per dare meno gravità alla tragedia della morte, o forse perché ci dà l’illusione che non sia un avvenimento così grave; chissà! Ogni mattina, alle dieci e mezza circa, la terza rete dopo la sigla di rito, (mi sembra che fosse il tema di chiusura del Guglielmo Tell di Rossini) iniziava a trasmettere il film. Erano i tempi in cui Mario Girotti, per fare un esempio, non si chiamava ancora Terence Hill, e invece di essere il simpatico cow-boy con la maglia di lana impolverata in un ovest americano improbabile, dove “lo chiamavano Trinità”, era un delicato ragazzino innamorato di una bellissima ragazza, in un ancor più bel film dal titolo “Lazzarella”, nella cui colonna sonora c’è anche una canzone in dialetto napoletano con lo stesso titolo, graziosissima, che mi sembra sia stata scritta da Riccardo Pazzaglia e cantata da Modugno. Quando il film della mattina era con Totò, per quanto gli altri possano essere stati bellissimi, lo si guardava con molto più piacere. Poi una volta fuori, con gli amici, il pomeriggio o la sera, se ne parlava riassumendolo nelle scene più buffe, e ognuno di noi raccontava quella che più lo aveva divertito e colpito. Se ne rideva per ore. Ci sono film anche di pochi anni or sono, che sono divenuti dei veri e propri cult, come si dice, ma quando si parla del Principe, non si riesce a fare una distinzione tra una pellicola o l’altra. Io sono particolarmente legato ad alcuni film, Totò Peppino e la malafemmina, Un turco napoletano, I due marescialli, Siamo uomini o caporali, Guardie e ladri, Totò le Mokò, La banda degli onesti, e potrei citarne altri ed altri, ma non avrebbe senso. Anche nel più semplice e meno conosciuto dei suoi lavori, c’è qualche scena o qualche frase che fa parte del lessico comune di ognuno di noi. Agli albori, la televisione di Stato, era molto più dolce e romantica di oggi nella sua semplicità! A quei tempi mi piaceva da morire vedere un bel film, e questa mia passione è durata fin verso i venti anni. Poi ho cominciato ad essere insofferente delle lunghe sedute nei cinema, o davanti alla TV. Forse non mi sono più identificato con il nuovo cinema, quello fatto di effetti speciali e senza più storie da raccontare. Il cinema racconta storie, e purtroppo, le più belle e le più appassionanti nascono dall’estro di uomini e donne, che hanno qualche cosa da raccontare, vita da condividere con lo spettatore del film, avvenimenti e immagini da rivivere insieme, tra attori e spettatori. Sono passati più di quaranta anni da quei periodi, e per fortuna gli argomenti che trattano non riguardano più il nostro Paese. La guerra, la fame ed altre tristezze sono lontane, ma anche se è brutto dirlo, i migliori attori e le migliori storie, vengono dalla fame e dalla guerra, e le pellicole, le più credibili e toccanti, dalla disperazione. In un posto come la nostra Italia, che la guerra non l’ha vinta e non l’ha persa, e non vorrei ripetermi dicendo che l’ha “pareggiata”, con l’aiuto dell’America, che benevola non ha costruito muri divisori come in Germania, nascevano attori e registi, e film opere d’arte indiscusse e inimitabili, tanto da far invidia ad Holliwood stessa. Non sono rari i famosi premi Oscar a film ed attori nostri connazionali nel dopoguerra. Uomini e donne di grande valore, hanno riscattato un Paese distrutto e ridotto in macerie, con storie che spesso coincidevano con la cruda realtà e con le loro storie personali. Storie nelle quali l’attore raccontava se stesso, e quello che aveva vissuto pochi anni prima, diretto da un regista e con colleghi attori, tutti provenienti dalle stesse tristi esperienze. Totò ci ha fatto compagnia per tutti gli anni della ricostruzione, e i primi anni del boom industriale, quando le sacche di miseria e di disperazione, erano molte di più e molto più ampie di tutti quei luoghi ricchi e produttivi, limitati a poche e poco estese aree del nord Italia. E anche in questi posti, il grande boom lo stavano vivendo molto di più gli industriali che i lavoratori. La famosa classe operaia di cui si parlava tanto ad inizio secolo, si veniva formando solo ora, dopo che per anni aveva lavorato quasi in schiavitù per l’industria bellica, o ad essa affine, usando una definizione tanto cara a Totò: prima per la “grande guerra”, poi per la seconda guerra mondiale. Il cinema nel secondo dopoguerra, diventa il luogo dove tutti si recano per poter evadere dalla vita dura e piena di sacrifici del Paese in ricostruzione. Sono finalmente terminati i cinegiornali con gli aggiornamenti sulle varie campagne militari, e i cineasti rimasti inattivi per tutto il tempo della guerra, lanciano sul mercato tutta la produzione di quella fantasia e creatività, troppo tempo sepolta nella cenere della memoria dei loro cervelli, occupati a risolvere problemi più vicini alla sopravvivenza del corpo che dello spirito. Il cinema somiglia stranamente al teatro dell’opera. Esso è un luogo dove il povero italiano, nella difficoltà del momento, figlio di altri italiani, anche essi figli di una difficoltà precedente, e possiamo tornare in dietro per secoli così dicendo, in questo luogo si và a divertire, cioè a “divertere”, cambiare strada dalle cose solite per qualche ora, nella speranza che alla fine dello spettacolo, per miracolo o per qualche altro motivo misterioso e inspiegabile, la vita dura e difficile del dopoguerra, si sia trasformata in una più agevole avventura. Ma la vita, con tutte le sue difficoltà, le disgrazie, la fame, la casa da ricostruire, il marito che non tornerà mai dalla Russia o da qualche altro fronte, i bambini da sfamare, vestire e mandare a scuola, quella vita, dimenticata per pochi momenti gustando un film, tornerà inesorabilmente all’uscita dal cinema. Arriva Totò! Le guerre le ha viste tutte e due, ha conosciuto tutti, belli e brutti, tutte le formazioni politiche, tutti i partiti, tutti gli avvenimenti. Ha conosciuto anche la povertà: a Napoli vede tutto. E tutto ci racconta! Si parla di centocinquanta film, ma ne bastano due o tre per riassumere la grandezza dell’uomo più che dell’attore, dell’animo nobile più di quanto lo esprima il blasone. Egli si rivolge ad un’Italia che come quella di Verdi, è analfabeta. E Totò era un grande conoscitore dell’opera, e non di rado nelle scene dei suoi film nomina frasi e fatti provenienti da essa. Tutta l’Europa vive dall’inizio dell’ottocento uno sviluppo letterario eccezionale ed enorme, nascono scrittori in ogni dove ma, in Italia il fenomeno letterario, anche se di eccezionale importanza e livello, è limitato. Gli italiani sono per la maggior parte “analfabeti!” per chi scrivono quindi i poeti? Per chi scrivono i romanzieri? per chi sa leggere! I bambini dell’Italia rurale a otto anni, vanno a garzone. Nelle città i più piccoli delle famiglie povere, vanno a lavorare dall’ebanista, dal fabbro, dal carbonaio. Nonno Nazareno a otto anni, come tutti i figli di famiglie povere, fu mandato a garzone in una famiglia dove non gli venivano risparmiati i lavori più duri, come del resto agli altri garzoni. Dormiva in stalla, dove in una delle tante tavole pensili gli venne ricavato un letto, un pagliericcio più che un letto. La sera tardi, quando gli uomini s’erano coricati o erano usciti per andare in cantina, le donne gli commissionavano altre faccende, per le quali veniva ricompensato con una pagnottina. Ma i padroni non dovevano saperlo. Così il ragazzino, lavando i piedi alla “vecchia”, sciacquando i panni nella liscivia ed altro, aveva accumulato alcuni pezzetti di pane che aveva nascosto sotto a dei sacchi, in una tavola vicina al suo “letto”. Destino volle che i buoi una notte, impauriti dal temporale, oltre al suo pagliericcio, rovesciassero il nascondiglio del pane messo da parte per i momenti di fame. Quando i padroni videro le pagnottine in terra, il povero ragazzo, che non tradì le donne che gliele avevano date in pagamento per i suoi servigi, fu tacciato da ladro e allontanato dalla casa. Mia nonna diceva sempre una filastrocca che suonava presso a poco così: “Garzò svejiete ch’adè dì”, “S’adè dì vojio magnà!”, “Ancora non adè dì e voli magnà?”, “Se ancora non adè dì vojio durmì!”. Potrebbe dare un idea più dolce dell’essere garzone, ma così purtroppo non era! Eppure ai garzoni è attribuito un aneddoto dolce e romantico. Giuseppe Verdi, dopo aver ricevuto il libretto del Nabucco scritto da Temistocle Solera, librettista anche dell’Attila e Dei Lombardi alla prima crociata, sempre musicati da Verdi, iniziando le prime prove con cantanti e orchestra, dopo averlo provvisto di musica, di quella meravigliosa musica, si accingeva a proporlo al pubblico. L’opera veniva dopo un insuccesso, che aveva non poco avvilito il grande compositore, se non sbaglio con l’Oberto conte di San Bonifacio, e furono i garzoni dei carbonai, a pubblicizzare con largo anticipo il Nabucco. I riscaldamenti degli uffici, dei locali aperti al pubblico, e delle case private nelle città, a quei tempi erano quasi tutti a carbone, al contrario delle campagne, dove ci scaldava quasi esclusivamente con la legna, per motivi di stivaggio, come è facilmente comprensibile. Nelle città, era impossibile già allora trovare spazio per la legna, il carbone aveva un rendimento maggiore ed occupava meno spazio quindi, poteva essere acquistato in quantità modeste un poco alla volta, a seconda della bisogna. E i garzoni del carbonaio consegnavano a domicilio. Il carbone non si teneva in cantina ma nelle soffitte, per non farlo inumidire, quindi quei poveri ragazzi, erano costretti a salire spesso alcuni piani, per consegnare il combustibile. Gli stessi garzoni consegnavano il carbone anche in teatro, ed assistevano per tutto il tempo della consegna alle prove. Ascoltavano musica e cantanti, ed entusiasti, nelle consegne che effettuavano successivamente in abitazioni e negozi, raccontavano che “il Maestro Verdi, stava preparando un’opera meravigliosa”. La cosa assunse un importanza notevole, tanto che tutta la città di Milano parlava del Nabucco molto in anticipo sulla “prima”. I garzoni dei carbonai, avevano aperto la strada all’opera con la loro inconsapevole, entusiastica e gratuita pubblicità. Già di per se bellissima quell’opera, trovò il pubblico predisposto ad un ascolto positivo ed entusiasta, e il successo non mancò. Leggendo su di un fascicolo di una vecchia enciclopedia della storia dell’opera, mai fatta rilegare da mio padre, forse non fece in tempo, lessi che di consuetudine l’autore, se non dirigeva personalmente i suoi lavori, assisteva alla prima seduto accanto al primo violino, o il primo violoncello, non ricordo bene, e in questo caso si trattava di un anziano e famoso musicista di quel tempo, che battendo l’archetto con fare affettuoso sulle gambe di Verdi, gli disse: “Ci vorrei essere io al tuo posto questa sera maestrino!” Quando i manifesti locandina del Nabucco vennero affissi, i garzoni già avevano informato tutta la città di quell’evento, quando anche Milano, chissà, era ancora a misura d’uomo. Era tanta la passione per la musica e la loro competenza, che pur sotto il peso dei sacchi di carbone, con le scale da salire, i garzoni poverini, riuscirono a trovare il fiato per raccontare quel che avevano visto e sentito, e con grande entusiasmo. Il grande baritono Giuseppe Taddei, raccontò in una trasmissione radio di alcuni anni or sono, di un tenore che interpretò ai primi del novecento Manrico, in una edizione del Trovatore al “Regio” di Parma. Non cantò male, ma non aveva i pregi vocali per affrontare quel ruolo, oppure non era nella forma necessaria, e fu fischiato dal loggione. Alcuni giorni successivi a quella serata, o il giorno dopo, non so, il povero cantante, era alla stazione per trasferirsi in altra città, e forse in un altro teatro, e caricato il bagaglio su di un carrello, chiamò un facchino. Questi lo guardò con attenzione, e domandò a bruciapelo: “Ella l’è ‘l tenur che l’ha cantà ier sera?”. Alla domanda il viaggiatore diede conferma, e si sentì dire: “Le valise se le porte de per lù!” Il mio emiliano non sarà perfetto, ma credo che renda l’idea! Gli uomini e le donne di quel tempo, che parte dall’unità d’Italia, sono quasi tutti analfabeti. Ma possiedono una grande cultura! Molti tirano per “rima”, molti sanno cantare, (non sono rare le canzoni che riportano autore “ignoto”, soprattutto a Napoli) tutti sanno fare qualche cosa. Non possono leggere un libro, ma possono ripetere una poesia che, hanno imparato a memoria nelle lezioni della maestrina, che impavida e orgogliosa lascia famiglia e città, e se ne và in una qualche scuola rurale, sperduta tra colline e montagne, e sposa il piccolo benestante locale, poco più che analfabeta anche lui, ma dolce e romantico, e insegna tutto quel che sa e che può ai bambini che, poche famiglie “illuminate” decidono di mandare a scuola. Gli intellettuali non hanno mai ben parlato di Totò, forse non ne hanno parlato affatto! (“Io grazie a Dio non sono un intellettuale”, disse una volta l’onorevole Almirante, anche lui di origini napoletane). Gli intellettuali hanno argomenti più importanti da trattare. Un fenomeno che coinvolge tutti, tutto un popolo, non può interessare un intellettuale. Per di più Totò riesce a far sorridere, e gli intellettuali sono tristi e tenebrosi, quindi! Nei teatri, le compagnie risorte o nate ex novo dopo la guerra, presentano il loro meraviglioso “avanspettacolo”, con le ballerine e la soubrette, l’attor comico, la spalla e tutto il resto. Questo popolo che esce dalla guerra, non ha di meglio che fare, che trascorrere qualche ora serena nei cine-teatri, dove la “compagnia” di turno lo farà divertire, lo farà sognare. Moltissime delle canzoni popolari divenute poi dei “cult”, sono nate in quel periodo storico e in quei luoghi, nei quali era consentito fumare, e dove il pubblico spesso partecipava chiassosamente allo spettacolo. Una miriade di scenette nel prosieguo degli anni, anche dopo la fine di quella forma di spettacolo, non ha perso attrattiva, e molti giovani attori vi si cimentano, tutt’oggi, come dimostrazione di capacità e maestria. Totò lavora nei teatri e nel cinema, e porta il teatro al cinema. Tutti lo amano, tranne la critica che quasi lo ignora. Troppo spesso, chi critica gli altri lo fa da una posizione protetta, inviolabile, e ancor troppo spesso viene pagato e bene, tanto che a volte una recensione può sembrare servilismo nei confronti dell’editore. Chi parla degli altri criticandone il mestiere, un esibizione, una interpretazione, qualche volta possiede la specifica cultura del settore, ma spesso cerca di imporre il proprio pensiero ad un pubblico, a volte non idoneo a prendere decisioni, e ad esprimere giudizi propri e spontanei, anche se semplici per così dire. La critica approfitta di gente che si accontenta di dire: “si mi piace!...”, e non indaga sui complessi teoremi intellettuali di chi scrive, a torto o a ragione, e senza possibilità di replica del criticato. Totò non se ne accorge, o forse dall’alto della sua intelligenza, finge di non accorgersene. Lui non si schiera, non pratica la politica, ma con poche giuste battute, descrive le miserie e i miseri; ci mostra la corruzione e i corrotti, la meschinità di questi, e ahimè, quanto sono reali ed attuali le sue descrizioni e caratterizzazioni! I tempi erano altri, anche il malaffare si adeguava ad una sorta di onorevole comportamento. Totò nomina a volte “il guappo di cartone”, presupponendo forse l’esistenza d’un guappo d’onore?… se mai esistito, anch’esso estinto! Il cinema serio ed impegnato, la dove le storie non rappresentino fatti drammatici e tristi, spesso si fonde con quello comico, riuscendo a trattare argomenti seri, molto seri, senza assillare lo spettatore con scene cruente o di violenza esplicita. Quindi Totò affianca ed è affiancato dai più grandi nomi del cinema italiano. “I due marescialli”, con Vittorio De Sica, rappresenta quanto di più comico e di più serio possa accadere in un paese flagellato dalla guerra. Così come “Siamo uomini o caporali”, nel quale Paolo Stoppa è riuscito persino a farsi odiare per quanto credibile. Quello che il Principe rappresenta con più frequenza, è la vita del dopoguerra e la ricostruzione, l’arrangiarsi per vivere, districandosi tra i debiti, le cambiali, le truffe, la voglia di uscire dalla miseria in ogni modo. Non c’è attore in Italia che, direttamente o no, non abbia attinto alla scuola di questo attore e mimo d’eccezione. Sono stati inventati balli acrobatici sensazionali, con passi stravaganti e buffi, ma molto di tutto questo, a guardarlo bene, trova una anticipazione in Totò. Il suo Pinocchio, è e resterà per sempre una lezione memorabile per chiunque voglia intraprendere seriamente la professione di attore. E’ stato l’apripista insieme a pochi altri, e non solo in Patria ma nel mondo, ( Cab Callowai nei “cotton club”) di un modo di ballare che si è evoluto sino a divenire complesso e spettacolare come lo è oggi. Non c’è un giorno della mia vita che non sia attraversato dal ricordo di una frase, o che insieme a qualche amico non venga pronunciata qualche massima, o sia stata rievocata qualche scena di un qualche film di Totò. Ricordare il suo volto irregolare e dolcemente malinconico, mi dà una mano a superare attimi di difficoltà o di svogliatezza, e qualche volta mi stupisco, pensando a qualche sua frase, come nell’arco della giornata, ancora non avessi assolto a quest’obbligo! L’umiltà che lo accompagna, gli fa scrivere in versi, quello che sarebbe impossibile mettere in scena in altro modo. Con le sue poesie ci riporta sempre a terra, quando quotidianamente spicchiamo il volo, e siamo assaliti dalla giornaliera, quotidiana smania di onnipotenza, soprattutto quando dimentichiamo la nostra umana e umile origine, e assumiamo atteggiamenti da immortali. Oggi la critica piangendo su se stessa è tornata in dietro, rivalutando post-mortem l’opera di Totò. Forse qualcuno gli ha sentito dire: “Non voglio onori e titoli, né diventar signore, voglio di questo pubblico restare il servitore!” Se la caccia è una grande passione, alla quale non mi dedico più da diversi anni, e che forse non praticherò proprio mai più, forse, la pesca è stata per me, e sempre sarà, la passione che non riesco ad abbandonare. La mia licenza, è sempre con me in tasca, in corso di validità! “Se vogliamo discutere, parliamo di caccia, di pesca e di cavalli!” questa è la frase che ripeto sempre agli amici, ed anche ai semplici conoscenti, quando una discussione prende una brutta piega. Tutti gli argomenti, sono divenuti motivo di disaccordo, se non di litigio, e non è raro che si scivoli nella volgarità, affrontando anche il più stupido dei discorsi. Vedi il calcio e la politica! Caccia e pesca, non le ho mai reputate degli sport; per me sono sempre state delle attività. Attività umane, antiche ed affascinanti, il cui richiamo risulta inspiegabile per qualsiasi persona dotata di normale intelligenza. Purtroppo da quando si è cominciato a parlare di sport, parlando dell’attività venatoria e della pesca, la decadenza morale dei praticanti, ed il degrado di laghi, e corsi d’acqua, e delle campagne, è divenuto quasi irreversibile. In passato, un passato neanche tanto lontano purtroppo, quando si andava a caccia e a pesca, le catture erano cibo, non uno sfizio del momento, o motivo di una allegra cena tra amici; cacciagione e pesci, erano la cena o il pranzo della famiglia, e spesso erano pasti di “lusso”. Le campagne brulicavano di animali, ed offrivano selvaggina stanziale autoctona e migratoria in grandi quantità; ed i piccoli fiumi e torrenti attorno al paese, fornivano pesce senza nessuna difficoltà. Io non pescavo con le mani, come molti miei amici, eppure con la canna, chiamiamola così, ottenevo catture ragguardevoli. Mio nonno A, quando ero troppo piccolo, mi accompagnava a pescare al torrente. Con una fascetta di faggio lunga due metri, larga due centimetri, e spessa uno, alla quale era stato attaccato un filo di tre metri, con un amo dell’otto, al quale c’era pendente un “verme di terra”, io pescavo senza difficoltà barbi e cavedani. I barbi non si sono più visti, e neanche i cavedani. Qualche irriducibile, ancora oggi, tra la fine di maggio ed i primi giorni di giugno, a notte fatta, tenta la cattura di qualche anguilla in risalita. Ma solo per passione, per rievocare il passato: sono anni che non si ha notizia di catture. Pensare che quando io ero piccolo, si diceva che quel corso d’acqua era sporco ed inquinato, perché riceveva gli scarichi del mattatoio a monte. In effetti l’acqua, in certi giorni, ed in certi momenti di quei giorni, era scura e maleodorante. Ma i pesci abboccavano sempre all’amo. In quegli anni in Italia, i cacciatori erano molti, più di due milioni, e nonostante ciò, tutti avevano la loro parte di selvaggina. Chi cacciava tordi ed allodole, riempiva sempre i carnieri; all’apertura delle tortore, al fianco di ogni cacciatore, appesi alla cinta, ne pendevano minimo una decina; fagiani e lepri, nei miei ricordi di bambino, li vedo ancora legati in bell’ordine, a mo’ di trofeo, sui cofani delle auto, di ritorno dalle campagne. Nella piazza del paese, decine di cacciatori raccontavano la loro giornata, e tutti discutevano, più o meno animatamente, dell’avventura mattutina, fino all’ora di pranzo. C’erano centinaia di cacciatori in paese, e c’erano fagiani e lepri per tutti. Fuori dal centro abitato, in piena campagna, c’era una zona interdetta alla caccia. Una valle bellissima, lunga e profonda, assolata ed umida, dove i terreni erano freschi e produttivi. C’erano fossi e calanchi, e c’erano anche i terreni del padre di mio padre, il mio omonimo, che poi ereditai per un terzo, che oltre a contenere fagiani e starne, al divenir dell’autunno, si riempivano di tutti i migratori possibili immaginabili. Ogni casa, ogni podere aveva un laghetto per l’irrigazione, e non di rado, si fermavano per riposarsi anche anatre di passaggio, di tutte le razze. Sulle maggesi, le lepri erano sempre avvistabili transitando in auto, per quante ce n’erano. Il territorio libero attorno alla riserva di caccia, fruiva di una quantità notevole di animaletti che sconfinavano da essa, e non ostante gli abbattimenti durante la stagione venatoria, e il bracconaggio fuori stagione e notturno, fagiani e lepri non mancavano mai. Il bracconaggio era praticato per fame, e tranne qualche maniaco, chi uccideva animali di notte, lo faceva per procurarsi carne. Nei laghetti c’erano alborelle e carpe in abbondanza, e anche quei pesci, facevano parte della “catena alimentare” di quei momenti. Quella riserva iniziava a circa due chilometri dal paese. C’erano diverse querce al suo confine, belle, enormi, alle quali erano attaccati i cartelli di delimitazione e inizio della zona di rispetto. Su quegli alberi, all’imbrunire, salivano molti fagiani per passare la notte, e diversi di essi, regolarmente venivano abbattuti dai bracconieri. Certo non sempre, ma spesso, molto spesso. Eppure i fagiani non mancavano mai. Oggi i cacciatori sono meno della metà di allora, e purtroppo, non si vede che qualche fagiano rimbecillito e spaesato, frutto dei lanci di pre-apertura della caccia, che alla vista dell’uomo, invece di fuggire, si avvicina fiducioso, in cerca di mangime. La selvaggina migratoria, ha cambiato le proprie rotte, e sono rare ormai da tempo, notizie di carnieri di rilievo, a meno che non si violi la legge, cacciando a rastrello in più di tre persone. La pesca anch’essa, s’è ridotta a un simulacro di quella che fu. I corsi d’acqua sono veramente sporchi, oltre che inquinati. Ogni sorta di immondizia è reperibile sulle rive di fiumi e laghi. L’abbandono di rifiuti, è un reato, ma nessun organo preposto al controllo del territorio, si preoccupa di reprimere il fenomeno. Quella che una volta si chiamava polizia ecologico venatoria, oggi ha assunto la denominazione di polizia provinciale, con un più ampio raggio d’azione e materie di competenza più vasto. Questo ha causato un notevole aumento di volume di impegni, alle già poche maestranze occupate nel settore. Se poi sommiamo alla mole di lavoro, cresciuta in dismisura, gli ostacoli burocratici, e l’intersecarsi delle competenze con altri settori, e non ultima, la pigrizia di molti operatori, risulta semplice comprendere il perché di tanta sporcizia, di tanti rifiuti che nessuno rimuove. Nessuno ne ha la competenza! Transitando su di una strada per recarci al lavoro, una mattina rinvenimmo dell’Eternit, tristemente famoso come cemento amianto. Telefonammo alla polizia provinciale, che ci disse di non essere l’istituzione addetta alla rimozione, bensì lo era l’azienda sanitaria. Dopo la rimozione, sarebbe intervenuta la polizia per le indagini. Che ovviamente, non portano mai a niente. Con un poco di buona volontà, e con l’aiuto di mezzi investigativi, si può riuscire nella rimozione delle immondizie, e se l’indagine è tempestiva, nell’individuazione dei responsabili dell’abbandono dei rifiuti, sui lati delle strade, sulle piazzole di sosta delle superstrade e autostrade, sugli ingressi di queste. Con molta volontà! Ma tutto quello che viene gettato nei fiumi e nei laghi, non si vede! Se poi consideriamo l’abbandono in cui si trovano questi ultimi, l’impossibilità di praticare la pesca, diviene futile problema. Stiamo parlando di fiumi e laghi, dai quali si sottrae acqua da destinare all’uso umano. Ma il disinteresse è totale, anche di fronte al rischio per la salute. La politica, che gestisce oramai tutto, ha creato consorzi ed altri enti simili, addetti alla gestione delle acque, con costosissimi consigli d’amministrazione e presidenze, che riscuotono compensi sbalorditivi, ed offensivi, nei confronti della maggior parte dei lavoratori, costretti a vivere con quello che ormai si può definire reddito di sussistenza. Sempre per chi ce l’ha ancora! Decine di sigle, alcune incomprensibili, altre antiche e vuote di contenuti concreti, si fanno carico della manutenzione e pulizia dei greti dei fiumi e torrenti, nonché della pulizia dei laghi, sia naturali sia artificiali. E si pagano imposte per questo! Ne risulta una situazione fallimentare. Ad ogni pioggia più abbondante del solito, l’acqua, ostacolata dalla sporcizia, dagli alberi caduti in una precedente alluvione e mai rimossi, e da quelli abbattuti dal nubifragio del momento, abbatte ponti e inonda campi e città, con conseguenze tragiche. Ne abbiamo triste testimonianza in questo ultimo periodo. Impunemente la politica, continua il suo balletto miserabile per la spartizione del potere, fine a sé stesso, incurante della disperazione della popolazione. I partiti, imitando gli americani, eleggono i loro direttivi, con quelle pagliacciate che chiamano “primarie”. Per parteciparvi, gli elettori pagano persino delle cifre, per segnare una crocetta su di un foglio, arricchendo sempre di più le dirigenze, senza rivolgere il minimo pensiero ai connazionali messi in ginocchio da quella politica, corrotta e avida, che dimentica il suo scopo primario, che è quello di servire la collettività, dedicandosi invece solo ai guadagni, facili ed immediati, che la gente onesta e laboriosa, è costretta suo malgrado a sostenere. Tornando a noi, per trovare acque pulite, si deve salire di quota, la dove le attività umane, sono assenti o ridotte a poca cosa, e portate avanti da pochi coraggiosi, incuranti delle difficoltà create dal territorio ostile. Non sono mai stato un grande amante della pesca nel fiume. L’acqua che scorre, mi infastidisce e innervosisce; preferisco le acque calme e ferme dei laghi. In tutte le stagioni, tranne l’inverno. Ho imparato a mie spese, che quando è freddo, è bello starsene davanti alla stufa, a bere vino cotto o vernaccia, e mangiare castagne. Se qualcuno preferisce mangiare altre cose, oppure vuol prendere freddo, può farlo! Le tecniche di pesca sono tutte belle ed affascinanti, ed io le ho sperimentate tutte o quasi, con diversi risultati, più o meno positivi, però mai negativi. Come si suol dire, non ho mai fatto “cappotto!” Un pescetto, anche uno solo, l’ho sempre preso. Ci sono quattro laghi nella zona in cui abito. Sono laghi a decantazione, penso che si dica così; sono cioè situati a diversa altitudine, tutti sulla linea del fiume che li alimenta, da quello più in alto, a quello più a valle, su di un percorso di circa quaranta chilometri. E l’acqua del primo a monte, via via scendendo, nutre gli altri tre, alimentando altri piccoli laghi di misure molto più modeste e di importanza irrisoria per la pesca, ma non per il fabbisogno idrico. Il fiume riprende definitivamente la sua strada verso il mare, quando esce dall’ultimo lago. Inutile dire che quello più in alto, è quello con acque più fresche e più pulite. Le acque scendendo, perdono un poco della loro purezza, ma rimangono ad un buon livello di accettabile qualità fino al terzo lago. Il quarto, e più vicino al paese, dista solo dieci chilometri, vede una qualità delle acque di molto inferiore agli altri. Questo perché, mentre gli altri sono circondati da alte colline e da monti, l’ultimo a valle, ha attorno a se campi coltivati e zone artigianali ed industriali, che per l’inciviltà di cui già ho parlato, il mancato rispetto delle regole, e per la furiosa applicazione della chimica in agricoltura, non può di certo ospitare acque pulitissime. Il primo, è nutrito dalla sorgente che scende direttamente dalla montagna. Sui pendii ai suoi lati, si pratica agricoltura marginale che, spesso nutre di più i cinghiali che i contadini, e l’allevamento, spesso brado di pecore e bovini, della nostra stupenda razza Marchigiana. Le acque nei giorni di sole, per effetto del fondo roccioso, assumono un colore azzurro, bello e trasparente come una pietra di acqua marina. Ma nei giorni bui, è scuro e tenebroso da fare spavento. Il suo fascino ha attirato turisti da ogni parte, anche da Inghilterra e Olanda, soprattutto da quest’ultima. È un lago nel quale pescare è difficilissimo, lo è sempre stato, a causa della profondità e della chiarezza delle acque, che rende i pesci più cauti e sospettosi. Essendo poi un lago artificiale, come gli altri d'altronde, il cui invaso è la gola tra due monti altissimi, è povero di vegetazione di fondo, quindi i pesci, sono frequenti in certi punti e meno in altri, a seconda delle stagioni. Sul fondo di questo lago, mai venute a galla, si ha notizia di enormi e pigrissime trote. Testimoni degli avvistamenti, sono i sub, che purtroppo in passato, sono dovuti intervenire diverse volte, per casi di annegamento. Alla ricerca del corpo di qualche sventurato, sono stati avvicinati da pesci enormi, che per fortuna non attaccano l’uomo. Però fanno paura ugualmente. Grazie a Dio da molto tempo, non si sono più verificati tristi avvenimenti; l’ultimo caso di morte in quel lago, è quello di un mio caro amico, Fabio, che però non annegò, bensì fu colpito da infarto durante un immersione programmata e studiata con dovizia. Il destino si dimostrò avverso quel giorno. Ma questa è un'altra storia. In quel lago ho sempre catturato qualche pesce, ma pesche miracolose non ne ho mai fatte. Bisogna usare tecniche raffinate e attrezzature moderne e costose, che non coincidono con l’idea che io ho della pesca, e neppure col mio portafogli. C’è poi la triste abitudine della pasturazione, che disapprovo con decisione. In certe acque, dovrebbe essere vietato pasturare. Considerando poi che nessuno sa cosa ci siano in quegli impasti! Al massimo, io gettavo il contenuto di un barattolino di mais, quello dolce per le insalate, per insidiare qualche carpa, ma mai di più. È ovvio che non ho mai ottenuto carnieri di riguardo. Ho sempre pescato a fondo, fin da quando all’inizio, usavo la fascetta di legno. Al filo, in fondo, era legato un piombo, e più in alto, un altro pezzo di filo a “bandiera”, con amo ed esca. Poi col tempo, conoscendo questo e quel pescatore, dopo aver comperato qualche rivista, ho cominciato a cambiare abitudini, e dare fiducia ad altri sistemi di pesca, senza mai abbandonare la pesca a fondo però. Ho cominciato anche io ad insidiare pesci, di cui avevo sentito parlare e mai visti, e ho acquistato qualche attrezzo, alla moda dei vari momenti. Ma sempre spendendo cifre, che nemmeno sfioravano il cinque per cento di quelle che sentivo spendere ad altri pescatori. Avevo sentito che c’erano dei laghi molto profondi, nei pressi di un circolo ippico, sulla strada per il mare, risultato delle estrazioni di inerti da parte di una famosa ditta del settore, in cui si diceva albergassero pesci enormi. Non mi piaceva quel posto, la pianura non fa per me, ma ci andai un pomeriggio. Dopo aver percorso diverse stradine ed essermi perso più volte, finalmente arrivai sulle sponde di quei laghetti. Era una giornata nuvolosa ma calda, le acque anche con il cielo buio, erano ugualmente molto chiare, per via del fondale ghiaioso; profondo da fare paura. Si vedevano in trasparenza persici trota enormi. Provai in ogni modo ad insidiarli. Avevo con me dei vermi, che neppure per errore suscitarono interesse in quei pescioni. Non sono mai stato tanto paziente da pescare con il galleggiante; misurare la profondità dell’acqua, infilare il filo in quei microscopici anellini di metallo dei galleggianti, per di più con le mie grosse dita, applicare il giusto pallino di piombo, o più di uno, per ottenere un buon effetto di galleggiamento, ma provai. Nemmeno per sogno. Galleggianti ne avevo solo due o tre, li tenevo per sicurezza, ma servirono a poco, quei pesci erano smaliziati e furbi, oltre che pigri, apatici. Probabilmente erano sazi! Tornai a pescare a fondo con un bel piombo, come ero solito fare. Catturai qualche persico reale, e mi divertii. Ma quei pescioni erano sempre li, s’erano spostati di poco. Mi accorsi che alla mia sinistra, c’era un pescatore. Non m’ero accorto del suo arrivo, tanto m’ero accanito nell’insidiare i “black bass”. Questi mi guardava con un espressione scura, e non vorrei sembrare cattivo o che altro ma, aveva una faccia che non ispirava nessuna fiducia. Era mezzo coperto da un salice, a cinque sei metri da me, e notai una piega, una cavità sulla sua guancia destra, che sembrava una cicatrice profondissima. Aveva gli occhi piccoli e neri, ed i capelli ricci arruffati, scomposti, come se avesse avuto una colluttazione. Ma quello che mi preoccupava era lo sguardo. Faceva paura. Cominciai a pensare di non essere gradito. Avevo sentito parlare di quei laghi, ma non mi ero mai informato se fossero di proprietà di qualcuno; forse del centro ippico li vicino, o forse di una società di pesca che lo gestiva privatamente, come ce n’erano alcuni dalle mie parti, riservati ai soli soci. Io lo guardavo e lui mi guardava, si girava lentamente e, mi guardava. Senza mai cambiare espressione, sempre quella, la stessa, impressionante! La cosa durò per molti minuti, cominciai a pensare di andarmene, di smobilitare. Poi pensai che se non mi aveva aggredito, non lo avrebbe più fatto, e per di più incuriosito, gli andai a parlare. Lasciai la canna sul poggia canna, con il filo in tensione, e mi avvicinai a quell’uomo dal volto scuro, senza età, come Charles Bronson. Mi avvicinai, e mi scusai per l’intrusione, spiegando che non sapevo che quei laghetti, che poi erano enormi laghi, fossero delle riservate di pesca. Mi guardò, e quell’espressione che prima mi incuteva timore, si tramutò in sorpresa, interrogativa. “Qui possono pescare tutti” mi disse, “non sono privati questi laghi”. Parlando, il viso cambiò totalmente espressione, e divenne semplice e disteso, umano, ed anche la profonda cicatrice sulla guancia destra, dava a quel ragazzo un tono di discreta virilità. Iniziammo a parlare dei persici trota e, divertito, sorridendo, mi avvertì che in quel posto, ce n’erano in quantità, ma chissà perché, erano difficilissimi da catturare. Estrasse delle esche artificiali di tutti i tipi, bellissime, studiate proprio per quei pesci, e per farmi un esempio, iniziò a lanciare per dimostrarmi che, se il giorno non era quello giusto, i pesci nemmeno si muovevano. Ne cambiò diverse, e ad ognuna che ne usava, si girava verso di me con una smorfia, un sorriso di rassegnazione, che rendeva il suo viso buffo e simpatico, al contrario di quando mi guardava seriamente qualche minuto prima. Gli dissi, del mio timore nel guardarlo, per quella sua espressione così seria e severa, e mi rispose che la stessa cosa, l’aveva pensata lui di me. C’eravamo guardati in cagnesco, tutti e due, l’uno per paura dell’altro. Forse le guerre scoppiano così: se la gente provasse a parlarsi! Mi raccontò tutta la sua vita in meno di un’ora, e del suo figlioletto, che era nato con un difetto, non ricordo quale, ma grave. Della sofferenza che aveva sopportato, del tempo vissuto in attesa di cambiamenti positivi, e della guarigione che aveva risollevato l’animo suo, e quello dei suoi familiari. Era un uomo buono e felice, finalmente felice. Gli chiesi di quella cicatrice al volto, e mi raccontò di un brutto incidente sul lavoro. La ferita, non solo era brutta, fosse stato solo quello; ma gli aveva procurato diversi fastidi, per molto tempo, ed era stato operato diverse volte. Da quel volto triste, e apparentemente arrabbiato, come mi era parso pochi minuti prima, emerse un carattere simpatico e positivo. Non capita sempre! Parlando parlando s’era fatta quasi notte. Mi invitò a tornare a pesca in quei “laghetti”, e di avvertirlo, così avremmo passato del tempo insieme, e volle regalarmi un mazzo di galleggianti, di tutti i tipi, di tutte le grammature e bellissimi. Ne aveva la cassetta piena. Me li offrì con tanta convinzione e gentilezza, come se fossimo amici da anni, tanto che non potei rifiutarli. Ancora li conservo, ne ho persi solo due. Dopo aver ritirato le canne, e riposto l’attrezzatura, ci scambiammo ancora qualche chiacchiera, ci stringemmo la mano, ci facemmo gli auguri per giorni fortunati, e ci salutammo.
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