L'arco - Salon Man parrucchiere per Uomo specializzato nella cura dei capelli e della cute Urbisaglia corso giannelli mc

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L'arco

Arco Primitivo
La storia dell’arco, è talmente chiara e semplice da apprendere, che può sembrare favola o addirittura nebulosa e oscura, a seconda di come la si affronta. Essa si basa sui ritrovamenti archeologici di tutte le epoche, a partire circa da undici mila anni or sono. Testimonianze materiali, di oggetti ritrovati in grotte o tombe primitive, ci consegnano l’immagine del cacciatore preistorico prima, e del guerriero successivamente. Nessuno al mondo saprà mai chi o il momento in cui un uomo, per facilitare la propria sopravvivenza, arcuando un legnetto e applicandovi una corda, inventò un’arma efficace e sicura per abbattere selvaggina in modo agevole, e per difendersi da animali feroci. Le “fotografie” del tempo, i dipinti murali, ci raccontano storie tutte uguali tra loro, se non per piccole differenze particolari, in ogni luogo del mondo. La lancia era di certo stata la prima arma a sostituire il bastone o l’ascia, quando il nostro antenato si accorse, che con oggetti corti da azionare con la partecipazione di tutto il corpo, non procurava per se stesso risultati eccellenti dal punto di vista dell’alimentazione e della difesa. Semplice da capire e da spiegare per noi oggi, più difficile è immaginare lo sgomento e il dolore dell’uomo di quei tempi lontani, quando nella migliore delle ipotesi, la caccia si risolveva in un nulla di fatto, se non addirittura con la morte o il ferimento del cacciatore, che doveva inevitabilmente avvicinare un capo di selvaggina, ed ingaggiare con esso un cruento corpo a corpo, non sempre risultandone vincitore.
In ogni caso, se riusciva a  non farsi male o a non farsi ammazzare già cosa positiva, rimaneva però il problema della fame irrisolto. Tendere un agguato ad un cervo, un’antilope o altro animale poteva risultare agevole, ma portare a termine un’azione di questo tipo significava affrontare rischi molto elevati, ed implicava sicuramente la partecipazione di molti elementi, per accerchiare l’animale e poterne venire a capo, anche nel caso di un placido daino, che seppur mite erbivoro, affrontato in un incontro ravvicinato, riusciva a divenire pericoloso. Se poi pensiamo che dove ci sono inoffensivi animali al pascolo, possono esserci anche predatori possenti e pericolosi, le cose si complicano inevitabilmente. In poco tempo quest’uomo nostro parente, è stato costretto a far funzionare più velocemente la fantasia ed arrivare alla soluzione del problema caccia, volgendo il più possibile le situazioni a suo favore, per far si che si potesse alimentare in modo migliore, che potesse approvvigionarsi di pellicce e cuoio per coprirsi e proteggersi dal freddo, ma per far si oltre tutto, che con pochi uomini si potessero raggiungere risultati soddisfacenti, sia nell’azione venatoria sia nell’ambito della sicurezza. Tenere a distanza un animale feroce e aggressivo era impossibile senza un’arma che si potesse azionare da lontano. La lancia sicuramente fu la prima arma che l’uomo primitivo deve aver sperimentato, e di sicuro con successo. Essa consentiva di affrontare un animale a debita distanza e con un ragionevole avvicinamento, tanto da non insospettirlo o addirittura senza farsi sentire, cosi da poter portare a termine con successo l’azione di caccia. Diminuirono di certo le persone coinvolte in questa attività ed aumentarono le probabilità di riuscita, ma qualche cosa ancora mancava. La lancia sfrutta la forza unicamente del cacciatore, e la velocità e una buona traiettoria, dipendono soltanto dalla forza umana del tiratore, che ha però ahimè, un solo tiro a sua disposizione. Sappiamo che è la velocità che uccide, associata alla penetrazione che deriva da congegni a punta e taglienti, collocati alla sommità della lancia (punte). Anche la lancia dovette subire perfezionamenti per essere spedita più velocemente verso il bersaglio, venne cosi utilizzata con l’ausilio di congegni in legno e di corda, atti ad aumentare la spinta da imprimere all’arma. Rimane sempre il fatto che bisognava essere tremendamente forti e precisi, per non mandare in fumo la caccia, e per non essere attaccati da un orso o altro animale pericoloso. “One shot kill”, si leggerebbe sulle pagine di qualche rivista odierna che si occupa di armi e balistica: un solo colpo, il colpo che uccide. L’idea, per quanto onorevole e romantica, non risolveva i due problemi del nostro amico antenato, anzi parente antenato. La possibilità di ripetere il colpo, che per qualsivoglia motivo poteva andare a vuoto, e quindi produrre i rischi di aggressione di un animale o quello di saltare il pasto, indussero l’uomo primitivo a costruirsi un’arma che lo avesse aiutato in modo più sicuro e concreto di tutte quelle che già aveva utilizzato sino a quel momento. L’arco era l’arma adatta; la preda si può colpire con sicurezza molto superiore a quella offerta da una lancia, visto che si può “collimare” il proietto “freccia”sul bersaglio, l’efficacia del tiro quasi triplica, o quantomeno aumentano la velocità e la penetrazione. La potenza con cui l’animale è colpito, se il tiro è abbastanza preciso, è cosi elevata da abbatterlo o ridurlo all’impotenza; la distanza di ingaggio del “combattimento”, di molto superiore a quella della lancia, è tale che se anche un colpo andasse a vuoto, la ripetizione è semplice e rapida visto che con se il cacciatore poteva portare diverse frecce nella faretra, e questo era di vitale importanza quando l’animale che aveva di fronte, era un orso, un toro o un felino di quei tempi. Ma la cosa importantissima da non trascurare o dimenticare, è che l’arco consentiva di lanciare un’assicella di legno, che viaggiava ad una velocità tripla, quadrupla a quella della lancia, restando fermi sul posto, ed impiegando una quantità di energia millesimale in confronto a quella necessaria per scagliare una lancia, che impegnava tutto il corpo in uno sforzo gravoso e non privo di ostacoli sul terreno di caccia. Dal momento dell’invenzione dell’arco, cambiarono i metodi di caccia, che videro meno persone impegnate ma più preparate e professionali, i cacciatori. Essi di certo assunsero importanza e privilegi notevoli nei confronti degli altri membri nell’organizzazione sociale del tempo, e qualche tempo più tardi, divennero anche guerrieri, per difendersi o per attaccare altri gruppi di uomini, per il possesso di pascoli, o luoghi di caccia, forse per l’acqua, o chissà che cosa d’altro; con l’arco, con quest’arma affidabile e potente, era destino che cambiasse la storia dell’uomo. L’arco dal momento della sua comparsa, è sicuramente l’arma più usata in tutti i conflitti fino all’invenzione della polvere da sparo e delle armi da fuoco. Ne sono stati costruiti milioni di esemplari in ogni parte del mondo, e ogni popolo ha sviluppato una sua personale tradizione, sia costruttiva sia di tiro, gelosamente custodite. Tornando all’uomo di migliaia di anni fa, nessuno sa o può dire con certezza come e quando è arrivato a costruire un arco, chi gli ha insegnato che il legno è più robusto e flessibile se viene stagionato un periodo di tempo più o meno lungo, a seconda delle essenze, ma soprattutto che una freccia ha bisogno di essere stabilizzata nella traiettoria, tramite l’applicazione di piume in modo corretto e ordinato. Ci deve essere stata una fase sperimentale della quale non conosceremo mai la durata e gli insuccessi, visto che i pittori del tempo hanno tramandato solo le immagini e le cronache degli avvenimenti più riusciti e fortunati; era il loro modo di scrivere e tramandare notizie del tempo. La foto dell’inventore dell’arco, non è mi stata “pubblicata” in nessun dipinto murale. Al contrario di quel che si può pensare, la terra non era affatto accogliente, e le popolazioni erano costantemente costrette a migrare in cerca di cibo e sicurezza, spostandosi nel corso dei secoli, anche di migliaia di chilometri. Viaggi intrapresi da alcuni e portati a termine da altri, con salti di alcune generazioni dalla partenza all’arrivo. Da diecimila anni in qua, gli sconvolgimenti della terra sono stati molteplici. Sono stati rinvenuti graffiti nei deserti, con scene di caccia ad animali in quei luoghi, estinti da centinaia se non migliaia di anni, oppure in grotte sottomarine scoperte per caso da temerari esploratori dopo essersi persi durante un’immersione. Questo dimostra come diversa era la nostra terra. Dove c’era una enorme foresta ora c’è il deserto, dove c’è il mare c’era una prateria e via dicendo, dando sfogo alla fantasia, che può coincidere facilmente con la realtà. Gli artisti della preistoria, di artisti si tratta a tutti gli effetti, hanno moltissime cose in comune, sia che il dipinto si trovi in Europa, Africa o America latina e altrove. Il soggetto preferito era la caccia, anche perché di sicuro era l’attività più importante per la sopravvivenza del nucleo sociale, che da essa traeva carne e pellami, pellicce e grasso, necessari alla vita di tutti i giorni e in tutte le stagioni. Le cacce erano praticate nella bella stagione, lo si evince dalla disposizione nei dipinti, degli animali e dei cacciatori che, salvo rare e piccole differenze, sono molto simili tra loro se non uguali, cambia lo stile dell’artista, che potrebbe essere addirittura il pronipote, il discendente di un altro pittore che dipinse una roccia o la volta di una grotta, prima di migrare verso terre più ospitali centinaia di anni prima. Sono congetture però…… Quasi sempre gli animali rappresentati nei dipinti, corrono tutti nella stessa direzione, quindi viene da pensare, che non rappresentati vi sono dei “battitori”, i quali sospingono le prede verso i tiratori precedentemente appostati; viene da pensare ad un’organizzazione scientifica dell’evento, affinché il risultato sia certamente positivo. Si notano spesso, specie quando sono rappresentate cacce a cervidi o antilopi, che a guidare i branchi sono elementi provvisti di corna, e quindi maschi, seguiti da altri animali che ne sono sprovvisti e quindi femmine. Se ne deduce che la caccia si sta svolgendo durante la stagione degli amori, quando gli animali tendono a radunarsi e vivere in branchi più numerosi, quindi più facilmente cacciabili con possibilità di successo superiori ad altri periodi dell’anno. Ma i dipinti sono l’esaltazione delle gesta degli uomini cacciatori, essi sono disposti ai lati degli animali correnti, tutti con i legni flessi e la freccia tutt’uno con l’avambraccio del tiratore, stilisticamente poetica e perfetta: lineare. La corda non viene mai rappresentata o quasi, grandezza del pittore: essa sarebbe inevitabilmente e inesorabilmente della stessa dimensione dell’arco, riducendo la descrizione pittorica ad un semicerchio insignificante spoetizzando l’azione e l’opera d’arte stessa. In molti graffiti, l’occhio attento non può fare a meno di accorgersi che tra tutti i cacciatori, ce n’è uno che di profilo è pronto al tiro verso gli animali che gli vanno incontro correnti, e lui è li impavido, che li aspetta con il legno inarcato e la freccia pronta ad essere scoccata, lui, il migliore, il più bravo di tutti, quello che colpisce con più precisione degli altri, e per questo gli è stato affidato il compito, o se lo è scelto, di aspettare gli animali per colpire di “punta”, il bersaglio piccolissimo che veloce gli corre incontro: lui non sbaglierà. I cacciatori sono nudi, di certo la caccia è un rito, gli uomini si denudano per affrontare gli animali nel loro ambiente, si spogliano degli odori, dei colori, affrontano le prede secondo un codice d’onore rituale molto serio. Il perfezionamento apportato nelle tecniche di caccia dall’invenzione dell’arco e delle frecce, mutò di sicuro anche la vita sociale e lavorativa degli agglomerati umani primitivi, proiettandoli rapidamente nel futuro, lento certamente, ma inarrestabile. Ad esempio, la quantità di animali che la nuova arma
consentiva di abbattere, era certamente superiore al fabbisogno immediato dei gruppi umani, che dovettero approntare o migliorare i sistemi di conservazione delle carni in esubero, che essiccate, con diversi sistemi, o salate o non so in che altro modo conservate erano risorse preziose per i periodi in cui il freddo o qualche altro accidente climatico o meteorologico, impediva l’approvigionamento di proteine animali fresche. Le pelli degli animali divennero abiti a tutti gli effetti, estivi o invernali a seconda dell’animale di provenienza, quindi si rese necessario imparare a conciare le pelli, ad ammorbidirle per renderle utilizzabili. Dopo i primi inevitabili insuccessi, questi uomini lontani da noi molti secoli, capirono che l’animale ucciso oltre al cibo, forniva pellame o pelliccia, ma forniva anche il materiale per la concia, il cervello e il midollo delle ossa. Di sicuro capi che dopo essere stati bolliti, questi materiali, conciavano i pellami ammorbidendoli rendendoli confortevoli molto di più di quando li utilizzavano grezzi. Rompendo le ossa, si accorsero che esse, frantumate con una pietra, offrivano schegge taglienti da utilizzare come punte sulle frecce per aumentarne il rendimento balistico, almeno finchè non impararono a scheggiare selce oppure ossidiana, sempre che nei luoghi dove essi risiedevano ce ne fossero. L’arco dei nostri parenti antichi, era costruito con i legni ed altri materiali reperibili nei luoghi dove la vita si svolgeva. Purtroppo, per quanti ce ne siano stati, i ritrovamenti di armi non sono molto numerosi, ma danno perfettamente l’idea dell’abilità di chi le ha costruite, e la perizia con cui si sceglievano i legni. Se un popolo aveva a disposizione il tasso, il suo arco era di tasso, se aveva a disposizione il frassino, l’arco sarebbe stato costruito con quest’essenza. Per mio conto, costruendo archi, mi sono fatto una mia idea personale sulla tecnica costruttiva, sulla scelta degli alberelli e la costruzione delle corde e le frecce. Sono convinto che gli alberelli non dovevano mai superare i sei sette centimetri di diametro, un legno piccolo e leggero stagiona in meno tempo di uno più grande e di diametro elevato, e consente di approntare un’arma in un tempo relativamente breve. Il sistema usato per sgrezzare il legno, non doveva differire di molto da quello che adotto io a distanza di migliaia di anni. Io uso prima una scure in acciaio per togliere il materiale inutile, i miei antenati arcai, usavano di certo una scure anch’essi, ma di selce o di ossidiana, oppure aprivano il legno partendo da un capo, togliendo materiale mano a mano, fino a che non rimaneva un’asse con sezione a semicerchio, dalla quale procedere poi all’asportazione di materiale fino alla forma definitiva dell’arco. Quest’ultima operazione, la credo più probabile qualora si volesse ricavare l’arco da un legno fresco appena tagliato, da mettere poi ad essiccare prima della levigatura e quindi dell’utilizzo. La corda era ricavata da pelle fresca ridotta in striscioline, probabilmente arrotolata ed essiccata con un peso attaccato ad un lato che le dava la misura definitiva. Oppure essa era ricavata dal tendine degli animali macellati, essiccato e poi ridotto in fili battendolo oppure immergendolo in acqua calda, per poi unire gruppi di fili tra loro, bagnandoli con la saliva, mentre con le dita arrotolavano in continuazione la cordina che si veniva formando. Poi, a seconda del bisogno, si univano più cordini fino a raggiungere la misura necessaria della corda definitiva, che veniva applicata all’arco. È opinione di molti che la corda venisse applicata al flettente inferiore in modo fisso, mentre una gabbietta la univa al flettente superiore provvisto di tacche che la sostenevano, e al termine della caccia, poteva essere cosi disarmato l’arco. Che sia una combinazione o una tradizione tramandata nei secoli e in tutti i continenti, oppure solo un modo sicuro, comodo e spontaneo di assicurare la corda all’arco, che tutti gli uomini hanno scoperto essere il migliore, in ogni periodo storico e in ogni luogo, il sistema, seppure con piccole varianti, è valido e utilizzato ancora oggi. E’ bello constatare che gli arcieri del medio evo, e i cacciatori nativi americani, se vogliamo questi ultimi, gli unici uomini “primitivi” più vicini storicamente ai nostri tempi, usavano lo stesso sistema di assicurare la corda all’arco a distanza di migliaia di chilometri e di anni, forse secoli. Come ho già accennato, l’arco ha accompagnato l’uomo nel suo percorso di sviluppo storico- politico nel corso dei secoli. Dapprima arma rivoluzionaria per la caccia, ma in seguito anche e purtroppo, arma di offesa e di aggressione verso gli altri uomini. Anche oggi, gli uomini, pur coscienti del fatto che in natura si è condannati inesorabilmente a morire un giorno, non praticano più la caccia come attività primaria di sopravvivenza, ma solo per svago e spesso senza onore, e si combattono tra loro per i più svariati motivi, cercando di anticipare l’ultimo degli eventi, il più brutto e misterioso, inventando guerre e conflitti in continuazione con armi molto più offensive e letali dell’arco. Tornando a noi, è facile intuire che la produzione di archi e frecce migliorò notevolmente, quando gli uomini riuscirono a costruire utensili migliori di quelli in pietra oppure ossidiana, cioè quando scoprirono i minerali che contengono metalli, ed impararono a lavorarli per costruire utensili, oggetti da lavoro sia esterno che interno al ricovero, (grotte, capanne o palafitte), ed anche gioielli ed ornamenti. Le punte delle frecce divennero più resistenti e letali, gli animali venivano scuoiati più agevolmente e senza sprechi, con i “moderni coltelli” metallici. Arrivò il momento poi, in cui l’uomo iniziò a comunicare, sentendo irresistibilmente il bisogno di tramandare ai posteri qualche cosa o qualche avvenimento, ed i suoi disegni semplici e romantici, divennero veri e propri alfabeti, di ogni forma e tipo, e comunicavano avvenimenti e storie in modo dettagliato e con una certa precisione, anche perché era nata la professione dello storico, che quasi sempre seguiva gli accadimenti del gruppo sociale e ne documentava il suo sviluppo. Il lettore al quale io mi rivolgo, sappia che non sto io trattando l’argomento arco legato alla storia dell’uomo, bensi mi occupo di capire e spiegare a mio modo come gli uomini costruivano queste armi, con i mezzi a loro disposizione. Sicuro che il primo arco era di legno in ogni luogo del mondo, con il tempo anche l’arco venne costruito con materiali e metodi diversi in ogni luogo. Quello che oggi è il vecchio continente, l’Europa, vide nascere archi quasi esclusivamente in legno, di ogni tipo ma in legno. Quasi ma non tutti, l’Europa dell’est, vicina all’oriente e influenzata culturalmente da esso, vide nascere archi di stupenda fattura, cosi detti compositi, cioè composti da più materiali diversi tra loro. Ma da questo momento in poi parliamo di storia vera e propria, cioè quella scritta e documentata dagli storici del nostro tempo, dai ricercatori appassionati che continuamente approfondiscono gli argomenti e i vari accadimenti, senza occuparsi più delle armi degli uomini, ma delle loro azioni nel trascorrere del tempo. L’arco nella preistoria e della preistoria, è di certo un arnese funzionale e sicuro, ma non può essere quell’oggetto che noi immaginiamo e che costruiamo adesso, con l’aiuto di attrezzi già pronti ed efficaci costruiti da altri artigiani o dall’industria. Esso era levigato con schegge di ossidiana e di selce, noi abbiamo a disposizione la carta abrasiva che ci dà un notevole aiuto; addirittura molti arcai usano macchinari elettrici per sgrezzare i legni originari, per giungere il più possibile vicini al prodotto finito, che verrà poi lavorato a mano fino ad essere completato. Io non uso corrente elettrica, lavoro esclusivamente a mano e l’unica modernità che mi concedo, è la carta abrasiva. Sarebbe ridicolo e falso dire e fare il contrario, cioè usare un ascia in selce ed altri arnesi primitivi, per costruire un arco in un tempo inutilmente lungo, senza trarne vantaggi. Sto parlando di vantaggi morali e non economici, visto che costruendo archi non ho ricavato che pochi soldi sufficienti per una raspa nuova e qualche metro di carta abrasiva. In una cosa sono certamente vicino ai miei parenti lontani nel tempo, cioè quando costruisco le freccine di sanguinella. Le cerco in campagna in inverno, quando è freddo da morire e a luna calante. Le spello con l’aiuto di una rasiera o di un coltellino, le lascio stagionare qualche mese per poi togliere via i nodi e raddrizzarle con l’aiuto della fiamma viva. Le munisco di impennaggi di piuma d’oca o di tacchino, che non acquisto, ma mi procuro da amici in campagna. Le lavo e le lascio asciugare, per poi asportare la parte sinistra che butto, per utilizzare la parte destra della piumina, che abbisogna ancora dopo queste operazioni di un’ulteriore finitura, togliendo ancora materiale corneo al fine di giungere ad una aletta di giusta dimensione da applicare al legno con un po’ di colla e del filo per legarla. Queste frecce, ottenute con molta pazienza e lavoro, sono di sicuro ottime e resistenti, e le apprezzo molto di più di quelle assemblate con i materiali che si reperiscono in negozio belli, perfetti ma molto costosi e senza nessun riferimento poetico.


Anima di un Arco

Dove si mette a stagionare il legno? I professionisti acquistano legno gia' squadrato e selezionato preparato da altri professionisti, altri hanno delle riservate dove effettuano il taglio, e poi stagionano il legno nel modo tradizionale cioe' disteso e spessorato. Chi professionista non e', stagiona parte del legno (tagliato nei campi), come gia' detto, poi ci si procura i legnetti in vario modo e cosi' come si trovano, di solito sono gia' pronti alla lavorazione. Come avviene la squadratura? I professionisti, dopo aver diviso in due i tronchi, con la sega a nastro li rifilano lateralmente; io che non possiedo una sega a nastro, li incastro sulla morsa di profilo e asporto materiale con il coltello a due manici fino ad ottenere un asse di legno a sezione quadra. Quali sono le dimensioni del tronco? Quali del legno squadrato? Il tronchetto che io taglio in campagna ha un diametro che va dai sette otto centimetri, ai dieci-venti al massimo: dal primo si ricavera' un solo arco, dal secondo se ne possono ricavare anche due; con maggiore probabilità, se di olmo.  Il legno dopo essere stato squadrato, risultera' di una misura che altro non e' che la differenza tra il legno intero e quello sottratto perche' inutile, esempio: se il mezzo tronco e' di cinque cm di spessore e di dieci cm di larghezza, l'asse squadrata sara' di cinque per cinque.sono le dimensioni finali dell'arco? Non sono mai dimensioni standardizzate quando si lavori legni che ci procuriamo da soli; i professionisti, potendo scegliere, usano la misurazione anglosassone che, solitamente e' espressa in pollici e si aggira mediamente, tra i 58 e i 70 pollici. La lunghezza della corda nei confronti dell'arco, e' di norma intorno ai sei-otto cm inferiore dell'arco a riposo.che materiale si fanno gli attacchi per la corda (tips)? Gli attacchi per la corda, possono essere ricavati sul legno, ma quando si superano certi libbraggi, il legno perde di resistenza sotto la trazione stressante della corda, si applicano quindi dei materiali (o a cappuccio o incollati sul lato esterno) che insieme al legno dell'arco, offrono maggiore resistenza alla tensione delle corda, e contemporaneamente, evitano che la corda si liberi disarmando l'arco. I materiali sono diversi, i cappucci sugli archi lunghi di tipo inglese sono in punta di corno bovino, semplici da realizzare e molto belli a vedersi, quelli applicati esternamente alla punta dell'arco, anch'essi possono essere di corno bovino o anche di bufalo o legni pregiati. I primi si forano alla base, della stessa misura della punta dell'arco, poi si infilano fissandoli con della colla; gli altri si incollano, e ovviamente su tutte e due le tipologie di attacchi, si praticano le tacche che tratterranno la corda
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